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Mazzetti D’Altavilla Special Brandy: bello, buono, possente e seducente

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Ne è trascorso di tempo dall’ultima volta, ma non è semplice trovare qualcosa che ti emoziona così tanto da condividerne le sensazioni. Ovviamente più tempo passa più si diventa difficili e, diciamolo, esigenti.
 
Una bella esperienza, ma appena accennata è stata la ridegustazione di un brandy armeno, si chiama Ararat, ma è stata fugace e poco approfondita. Tra l’altro ve ne avevo parlato qualche anno fa.
Poi il caro giovane amico Luca, svelto di piede e di salda caratura, ha avuto bisogno, suo malgrado, del mio aiuto. Una settimana circa e tutto si è sistemato ed in questa settimana, lui, atleta, ha ascoltato alcune mie osservazioni sui distillati. Come d’uso nel mio paese natale, niente denaro tra persone che si vogliono bene ma il “disobbligo” è ineludibile.
A lui devo la scoperta di un Brandy Italiano (scritto maiuscolo) che è di quelle cose che ti fanno rodere la bocca dello stomaco. Indeciso se il mio furore fosse dovuto alla amata sostanza o ad un eccesso patriottico, ho condiviso una bottiglia, tra l’altro splendida anche nella confezione, in una cena con l’amico Tonino (un tempo quasi astemio ma adesso pienamente immerso nel girone dei neo-epicurei.)
Ottenuta la sua conferma ho scovato altre tre bottiglie ed ora ne posso parlare.

Mazzetti D’Altavilla son distillatori di Grappe nella terra del Monferrato, da oltre 150 anni. Poi hanno tirato fuori un brandy, distillato di vino da sempre, da ben prima che gli amici di Francia ne comprendessero il valore e dedicassero una intera regione da cui han preso nome i migliori distillati del pianeta (Armagnac e Cognac).
Il Brandy è stata una grandissima tradizione italiana che è andata quasi perduta, ma esistono ancora degli eroi che, nel loro piccolo, la praticano. Poi di qualche distillazione ne dimenticano qualche botte per 27 anni e viene fuori un liquido dal colore dell’oro a 24 carati, antico. Una gamma olfattiva che spazia dalla vaniglia alle spezie, dal dolce dello zucchero di canna alle note di zesta di pompelmo candita. E poi il palato che si fa caldo, grasso, avvolgente. Senza nessuna punta etilica che abbia a far da punta ma solo una setosità di lunghissima durata e straordinaria eleganza. Bello, buono, possente e seducente.

Compagno di un sigaro importante o di una pralina che fonde mandorla e cioccolato. Espressione patriottica di una di quelle cose che si possono ascrivere alla mia categoria di lusso: composizione di materie prime eccellenti e mani umane sapienti, messe insieme a conoscersi per un tempo lunghissimo. Tanto lungo da arrotondare le asperità di coppia senza perdere le componenti dinamiche che son quella capaci di emozionare ad ogni piccolo, consapevole, sorso.
Qualcuno mi ha detto che è caro, sbagliandosi. È costoso che è un’altra cosa. E comunque molto meno di un XO francofono con il quale, in una degustazione alla cieca, a volte non c’è partita. A favore del tricolore con il verde.
Nei distillati, come in molte altre cose, non vi sono prodotti eccellenti che hanno prezzo basso e non è detto che un prodotto con un prezzo alto sia eccellente. Quando accade che valore e prezzo sono declinabili il prodotto si dice costoso. Altrimenti è caro. Nel nostro caso ogni centesimo è ben speso.
Ad Majora.
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