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(De)Gustare la birra ... prima parte

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E sono volati tre mesi da quando abbiamo cominciato a ragionar di birra. Qualche volta in modo noioso, a volte anche in modo divertente. Che si deve sempre ragionare molto seriamente ma senza prendersi mai troppo sul serio.

Quando si intraprende un percorso come questo capita di lasciar per strada delle promesse. Non sempre spazio e tempo ci aiutano a mantenerle tutte, ma almeno le più importanti vanno onorate.

Promettemmo al neofita di entrare in un pub in scienza e coscienza, aiutarlo a chiedere una birra non più per colore né facendosi ammannire una qualunque bevanda fresca e carbonata dal mercante oltre il bancone. Alcune cose le abbiamo raccontate ed ora è tempo di mettere un po’ d’ordine.

Mi sia permesso un inciso: quel giochino online che va sotto il nome di “Neknomination”, ovvero il filmarsi mentre si assumono quantità smodate di sostante alcoliche ed esporsi al pubblico ludibrio, è esattamente il contrario di quanto proviamo a comunicare da questa modesta posizione. Sostengo, senza se e senza ma, la necessità della massima conoscenza e consapevolezza quando si affrontano bevande alcoliche.

L’alcool etilico è uno dei componenti che permettono di dilettare i sensi, la conoscenza e la consapevolezza sono assolutamente necessarie per ottenere il massimo del piacere con il minimo, anzi l’assenza, del danno.

Il consumo ignaro, brutale e smodato di bevande alcoliche, pubblico o privato, oltre ad essere nefasto per la salute è segno di volgarità e, mi sia permesso, pura idiozia.

Bere birra, e lo vedremo anche con infusi, distillati e altri fermentati, è un momento di condivisione sociale piacevole, capace di estendere le proprie capacità di ascolto e di comunicazione, di sviluppare i propri sensi nella percezione di sfumature di sapori e di fragranze che, per distrazione o disattenzione, abbiamo trascurato o misconosciuto.

Tutto ciò senza alcuna forma di paternalismo o, peggio, di proibizionismo entrambi substrato dei “neknominati”.

Eccoci dunque alla prima puntata di una guida semplice, allegra e, spero, poco barbosa, alla degustazione della birra.

Regola 1 (fondamentale): la birra si beve nel bicchiere. Nel SUO bicchiere. So bene che la tentazione di bere una birra alla canna della bottiglia può essere forte e se lo si fa non ci attende nessuna punizione infernale. Ma la birra non si beve perché si ha sete, chi ha sete beve acqua.

Ad ogni birra dunque, il suo bicchiere, dovreste esserne già edotti (vedi articolo precedente). Ed il bicchiere deve essere pulitissimo, possibilmente bagnato con pura acqua fredda. Non vanno mai usati bicchieri trattati in lavastoviglie con il “brillantante”.

I prodotti che fanno “brillare” il vetro, a parte che, personalmente, mi fanno un po’ schifo come bevanda, lasciano una patina di grasso sul vetro e il grasso, oltre che influenzare il gusto della birra, distrugge la schiuma. Chi volesse provare lasci sul bicchiere una traccia di rossetto …

Spina o Bottiglia? Nel primo caso ci si affidi a Pub con spillatori competenti, nel secondo si esamini con accuratezza la bottiglia e, soprattutto, l’etichetta.

Scegliere birre con etichetta il più possibile completa. In particolare verificare che ci sia: data di imbottigliamento e di scadenza, i dati del produttore, gli ingredienti e il tenore alcolico. Certo se vi è anche Plato ed IBU è ancora meglio. Privilegiare sempre quelle con il maggior numero di notizie.

Sulla data di scadenza occorre soffermarsi un momento. Perché la birra “viva” semplicemente non scade, come non scade nessun alimento che porta la data di scadenza con la dicitura “preferibilmente”. Infatti quella data non è segno di variazione pericolosa dell’alimento ma solo di variazione possibile delle caratteristiche organolettiche. Ovvero se la scritta sulla confezione è: “Da consumare entro il ….” Siamo di fronte ad una scadenza perentoria, nella forma: “da consumare preferibilmente entro il …” siamo di fronte al Termine Minimo di Scadenza. Dopo quella data le caratteristiche organolettiche possono mutare sia, per alcune birre, in negativo che, per altre, in positivo. Una Gordon Imperial Platinum ad esempio non avrà nessuna data di scadenza e se ce l’ha è assolutamente inutile. Infatti una birra al 12% di gradazione alcoolica superando il 10% non è più soggetta a scadenza.

Regola 2: la birra va bevuta fresca, più è leggera e più deve essere di fresca produzione. Fanno eccezione le birre ad alta gradazione e quelle a fermentazione naturale. Una Gueuze Cantillon Bio anche dopo dieci anni può dare eccellenti sensazioni.

Regola 3: la birra, in bottiglia o in fusto o come vi pare, va conservata correttamente. Possibilmente in ambiente fresco, asciutto e con pochissima luce. Una birra in bottiglia trasparente va consumata (se proprio non si riesce a farne a meno) rapidissimamente.

Comunque si scelga la fonte, il bicchiere va tenuto inizialmente inclinato di 45° rispetto al flusso e quando l’unghia giunge all’orlo, il bicchiere va portato dolcemente in posizione verticale fino ad ottenere una testa di schiuma debordante che, all’uso belga, si pareggerà all’orlo con un deciso colpo di spatola oppure, all’uso alemanno, si lascerà sospeso, sia esso frastagliato o tondeggiante.

Ovviamente non vale per le birre, diffuse specialmente nell’area anglofona, che non hanno schiuma …

Si rammenti che la schiuma non ha solo funzione estetica ed organolettica. Essa protegge la birra dal contatto con l’ossigeno ed evita la formazione di grosse bolle d’aria nello stomaco che potrebbero rendere la birra più indigesta.

La prima osservazione che faremo sarà proprio sulla schiuma. Ne saggeremo la cremosità, l’abbondanza, l’aderenza, la persistenza, la densità e ovviamente il colore.

Poi passeremo alla tonalità cromatica della parte sottostante… nella prossima puntata.

Ora immaginate di avere un po’ di fame in una tarda mattina di calda primavera. Lungomare di Bari. Niente di meglio di un trancio di “f’cazz”, la tipica focaccia barese oleosa, con pomodorini e olive verdi.

Una bel tulipano e una Blond La Trappe. Birra trappista ad alta fermentazione, fresca e dolce con schiuma abbondante e chiara, di persistenza medio-bassa e leggerissima merlettatura. Sotto il cappello un colore oro antico, leggermente velato. Al naso una punta di asprezza, come di frutta acerba,  poi pera coscia e nota speziata di lieviti. In bocca è gradevole, vivace, di corpo leggero. Note di biscotto dolce, caramello e banana. Il lievito si percepisce anche al palato. Il finale è secco, l’amaro appena accennato più da benzoino che da luppolo. Facilissima da bere, leggera (6,5%), fresca e dissetante. Quello che ci vuole per il primo sole di primavera e la focaccia barese.

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Ultima modifica ilGiovedì, 03 Aprile 2014 06:50

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