L’anima del Gaglioppo di ‘A Vita

Letto 484 Email
“L’Anima del Gaglioppo” è il titolo della serata organizzata Mercoledì 22 Maggio dalla delegazione Onav di Bari per raccontare questa importante risorsa del patrimonio ampelografico italiano ed emblema della terra calabra, attraverso le parole e i vini di un produttore di Cirò, Francesco De Franco, titolare dell’azienda 'A Vita.
 
Cirò rappresenta il 90% dei vini DOC calabresi nonostante il territorio della denominazione sia dislocato su una superficie di circa 20000 ha che va dalla fascia litorale jonica verso le dolci colline dell’entroterra, fino al limitare delle pendici silane. Un territorio unico dal punto di vista della morfologia e del clima, fortemente condizionato dalla vicinanza al mare e alla montagna.

La definizione di “Vino di Terroir” è dovuta quindi al concorrere di quattro elementi fondamentali quali territorio, clima, vitigno e fattore umano, che in questo angolo di Calabria hanno creato un intreccio perfetto e irriproducibile. Qui la vigna viene coltivata da sempre, con una sapienza atavica che deriva dall’esperienza millenaria, un “saper fare” innato che ha favorito nel tempo la formazione di una mano d’opera altamente specializzata, tipica di chi in vigna praticamente ci vive.

Francesco De Franco, vignaiolo cirotano che ha fondato qui la sua azienda ‘A Vita nel 2008, non ama tanto incentrare la comunicazione sulla retorica della tradizione quanto sul concetto di vocazione del territorio, soprattutto in un’epoca in cui la tecnologia consente di fare qualsiasi cosa ovunque, causando omologazione e perdita di identità.



Francesco, infatti, fa parte di una schiera di piccoli produttori vinicoli con una filosofia molto ben delineata, che ha iniziato la sua attività da poco più di un decennio e che persegue fin dall’inizio una linea di aderenza all’identità territoriale molto precisa.

Cirò è una terra che ha legato anticamente il proprio nome alla commercializzazione dei vini da taglio, molto apprezzati e richiesti nel Nord Italia, tanto che, perfino il principe dei vitigni siciliani, il Nero d’Avola, era un tempo chiamato Calabrese, proprio perché con questo nome trovava più facilmente sbocco sui mercati dell’Europa e dell’Italia Settentrionale. Un punto di forza, quello della produzione di vini su larga scala, divenuto in epoche recenti un grosso limite, che ha impedito una ricerca approfondita e sistematica dell’identità del vino di questa regione.



Un gap che le nuove leve di vignaioli cirotani stanno cercando di colmare, confortati dagli incoraggianti dati sull’ultimo anno di produzione, il 2018, che parlano di una Calabria in forte sviluppo sul fronte della qualità vitivinicola (4 bottiglie su 10 sono DOP o IGP).

“L’anima” di Cirò, il protagonista dei vini di Francesco De Franco degustati durante la serata, è il Gaglioppo, l’elemento che identifica non solo enologicamente, ma soprattutto culturalmente questo territorio e la sua gente.

E’ la varietà più diffusa in Calabria, il cui valore aggiunto dato dall’autoctonia non rappresenta un concetto legato alla moda ma proprio alla necessità di adattarsi caparbiamente ad un clima difficile, siccitoso, contraddistinto da una piovosità praticamente nulla durante il periodo estivo e da temperature non particolarmente elevate durante la fase di maturazione e di raccolta (che avviene dal 20 settembre alla metà di ottobre). Fattore che non comporta nei vini l’insorgenza di note marmellatose e di frutta surmatura, il cui merito può essere ascritto ai viticoltori del passato, al loro famoso “saper fare” che ha permesso di selezionare in questo territorio una varietà di uva a maturazione tardiva, con una attività fisiologica capace di sopportare la siccità estiva mediante una sorta di stand-by in cui la pianta risparmia le energie per le fasi successive.

Il filo conduttore dei vini in degustazione è il loro particolare cromatismo, quel color mattone tipico del Gaglioppo anche in versione rosata, dovuto alla abbondanza nella buccia di pigmenti aranciati prevalenti su quelli blu e viola, un po' come succede per esempio nel Nebbiolo.

Tutti i vini sono prodotti con fermentazioni spontanee innescate da lieviti indigeni e senza chiarifiche, un protocollo che rappresenta per Francesco unicamente il mezzo per esprimere la sua idea di vino e il territorio, e non il fine del suo lavoro. Il suo vino è prima di tutto un Cirò e come tale deve essere riconosciuto nel calice dal consumatore, e solo in seconda battuta biologico, in riferimento alla metodologia che sottende alla produzione del vino.

Sorprendente il Cirò Doc Rosato 2018, tipologia che costituisce il vino della quotidianità, particolarmente versatile per gli abbinamenti gastronomici.

Preannunciato dalla consueta nota cromatica aranciata, stupisce per l’eleganza del ventaglio olfattivo, incentrato su nuances pepate e floreali, e per una connotazione tannica del tutto inaspettata trattandosi di un rosato. Ciò è dovuto principalmente alla capacità del Gaglioppo di rilasciare i tannini in modo molto veloce e non frazionato nel tempo, come succede per altre varietà.

Il tannino, che ritroviamo vigoroso e scalpitante nei successivi vini in degustazione, Cirò Doc Classico Superiore 2015 e Cirò Doc Rosso Classico Superiore Riserva 2014, ha la caratteristica di essere particolarmente percettibile nella parte anteriore del cavo orale ma di sfumare velocemente, rendendosi all’improvviso evanescente e lasciando una sensazione di grande pulizia in bocca. Un tannino elegante e fine che contribuisce, insieme all’intensa sapidità, alla persistenza del vino.

L’interazione tra acidità, sapidità e tannicità non compromette ad ogni modo l’equilibrio finale, dato anche dalla ricca nota alcolica. Un misto di potenza e leggerezza che rende i vini pieni ma mai ingombranti e muscolari, di grande bevibilità e gastronomicamente abbinabili a piatti dalla consistenza materica non eccessiva quanto piuttosto sugosi e leggermente grassi.

Di grande impatto l’ultimo vino, OX Vino Ossidativo da Uve Surmature Vendemmia 2011, nato come esperimento in un’annata climaticamente difficile a causa della siccità, improntato all’etica contadina del contenimento dello spreco. Dopo un riposo di 7 anni in barriques senza alcun intervento di rabbocco, il vino arriva a noi con la sua sfavillante e tipica nota aranciata e con una complessità olfattiva davvero incredibile, che tocca con leggiadria tutte le note del repertorio della terziarizzazione, dall’etereo alle speziature, ai profumi di ossidazione e di frutta secca.

Il corpo del vino, la sua morbidezza e la ricca componente alcolica richiamano alla mente e al palato i grandi vini fortificati, senza di fatto esserlo. Una stupefacente versione di Gaglioppo, ripetuta per ovvie ragioni solo nel 2017, che diventa la rappresentazione di un vitigno, di un territorio e di una natura la cui forza prevale ineluttabilmente su qualsiasi previsione e tecnica enologica.
Ultima modifica ilLunedì, 01 Luglio 2019 09:26

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.