Borgo Turrito: l'azienda del talentuoso Luca Scapola

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Il Bosco dell’Incoronata è un grande polmone verde di circa 320 ettari situato nel cuore del Tavoliere delle Puglie, a circa 12 km da Foggia. Fa parte dell’omonimo Parco Regionale, istituito nel 2006, e costituisce ciò che resta di un bosco planiziale che ricopriva l’intero territorio del Tavoliere, quasi completamente annientato per lasciar posto alle coltivazioni intensive di grano.
 
Percorso dal torrente Cervaro, costituisce l’habitat ideale di numerose specie di uccelli nidificanti (il falco Grillaio per esempio) ed è attraversato da un rilevante flusso migratorio.

Gli eucalipti, che popolano numerosi quest’area, sono diventati dimora dei picchi e delle larve di cui si nutrono, mentre le querce caratterizzano la parte più interna del bosco e proteggono il Santuario della Madonna dell’Incoronata, eretto nel luogo in cui si narra sia apparsa la Madonna Nera e dove, da allora, continua ad ardere una lampada votiva.

Un’area di pace e tranquillità, ricca di vegetazione e di fauna, a ridosso del quale, ad una distanza di circa 500 mt dal suo limite sud-est, si scorgono le vigne di Borgo Turrito.

Borgo Turrito è l’azienda vitivinicola che Luca Scapola, talentuoso produttore classe 1983, ha cominciato a guidare giovanissimo, a soli 23 anni. Giovane, ma volitivo ed estremamente concentrato sui suoi obiettivi, diretti alla promozione del territorio foggiano e delle sue potenzialità ancora non totalmente espresse.



E’ questo il senso della potente campagna di sensibilizzazione lanciata circa un anno fa da Borgo Turrito, iniziata con l’affissione in città di manifesti contenenti un’immagine costituita dalla sovrapposizione di due eccellenze del comparto agroalimentare del territorio, il vino e il pomodoro, e un testo che recita “Comunque lo vedi è orgoglio. La nostra terra offre frutti meravigliosi, basta saperli riconoscere”. Luca, come tutti i ragazzi della sua età, conosce bene il potere della comunicazione e i benefici che questa può portare in termini di acquisizione di una consapevolezza che sembra ancora mancare.

Per questo, come neo presidente dell’Associazione Vitivinicola Dauna, ha in progetto il rinnovamento dell’associazione stessa in termini di identificabilità, di comunicazione e di valorizzazione delle aziende che ne fanno parte: 19 aziende giovani, con un’età media di 10 anni, impegnate attivamente nella promozione di un territorio unico e straordinario e delle sue autoctonie (primo fra tutti il Nero di Troia), unite dal comune obiettivo di dimostrare  che la Capitanata, che ha un’identità legata al vino meno forte di quella di altri territori pugliesi, è in grado di produrre qualità.

Di Nero di Troia sono i vigneti proprio a ridosso del Bosco dell’Incoronata, che esercita un forte, impatto sul microclima della zona (in particolare sulle temperature e sulla circolazione dell’aria) in termini di miglioramento qualitativo delle uve in vigna.

Il terreno è argilloso, e quando è umido assume la plasticità della creta. Viene effettuato il sovescio del favino, una pratica agronomica che consiste nello sminuzzamento e nell’interramento di questa leguminosa attraverso più passaggi e che consente di aumentare la fertilità del terreno. La pianta infatti, simile alla fava ma con una bacca più piccola, ha un apparato radicale in grado di fissare l’azoto presente nell’aria attraverso gli azotobacter e di rilasciarlo nel suolo.

Il favino viene alternato nei filari al letame, di origine animale, anch’esso ricco di azoto, rispondente alla stessa funzione di reintegro delle sostanze nutritive all’interno del terreno.

Queste pratiche agronomiche sono legate al concetto di agricoltura sostenibile portato avanti dall’azienda, da non confondere però con quello di agricoltura biologica o biodinamica: il fabbisogno di un vigneto viene sostenuto infatti attraverso l’impiego di sostanze naturali, fermo restando un attento e professionale utilizzo della chimica che si rende necessario in alcune annate e che consente di avere multiresiduali pari quasi a zero, al medesimo livello di un vino biologico. Con il vantaggio però dell’assenza di accumulo di rame (che viene invece utilizzato in agricoltura biologica), un metallo pesante che Luca usa in maniera frazionata durante il corso della stagione vegetativa, preservando così il terreno e le uve dai suoi effetti dannosi, e contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente naturale.

“Un territorio unico in bottiglia” è il claim sul quale è basata la comunicazione di Borgo Turrito, che mette in evidenza la forte connotazione identitaria di un prodotto intimamente legato al suo territorio.

Questo risulta essere specialmente vero per il Nero di Troia, vitigno che in Capitanata ha trovato un habitat naturale e particolarmente favorevole, con una superficie vitata prossima ai 3000 ettari. Dalla vigorosa tessitura tannica difficile da domare, il Nero di Troia si esprime in questa zona con vini di grande personalità, capaci di coniugare tradizione e metodologie moderne.

Per dirla con le parole di Saint- Exupery, “addomesticare (…) vuol dire creare dei legami”; in altre parole significa conoscere profondamente, avere cura e pazienza.

In questa accezione Troquè, il vino più importante di Borgo Turrito, è un Nero di Troia “addomesticato”, un vino in cui si percepisce forte il legame con il territorio, la cura nella conduzione della vigna, la competenza di chi lo produce. E’ fatto con le mille attenzioni che si riservano solo a qualcosa che si considera davvero speciale: una rigorosa selezione di uve raccolte manualmente, l’utilizzo di un 10% di uve surmaturate sulla pianta e 12 mesi di riposo in barriques di rovere francese, più tre in bottiglia. La presenza di uve surmature consente di apportare una maggiore morbidezza al palato e un’intensa componente di frutta matura al naso, che, accanto a soffi speziati e tostati e cenni floreali, compongono il variegato spettro olfattivo. Elegante la struttura, con tannini ben lavorati e perfettamente integrati, lungo il finale con i suoi echi di frutta e spezie. Bella anche la versione di Nero di Troia vinificata in rosato, tipologia che Luca considera difficile da produrre ma verso il quale sente una particolare predilezione.



Calarosa nasce da un velocissimo contatto delle uve con il mosto che imprime un colore rosa corallo non eccessivamente carico ma di grande eleganza e luminosità. Particolare attenzione è stata posta nella ricerca dei profumi, così importanti in questa particolare tipologia, che caratterizzano il vino ogni anno nella stessa modalità, con un accattivante bouquet in cui dolci note fruttate e floreali si mescolano a note di agrumi e erbe aromatiche.



Troquè e Calarosa sono stati recentemente premiati alla Vinoway Wine Selection 2019, la manifestazione dedicata alle migliori produzioni del panorama vitivinicolo italiano, rispettivamente con una medaglia d’argento e una medaglia d’oro.

Stesso discorso in termini di qualità gusto-olfattiva per Terra Cretosa Aleatico Rosato, premiato con la medaglia d’argento al Mondial du Rosè di Cannes 2019: intenso e raffinato nelle sue nuances di pompelmo rosa, equilibrato nel gusto, con freschezza, sapidità e morbidezza armoniosamente composte.

Un riconoscimento al grande impegno di Luca come enologo, produttore e come parte di un movimento imprenditoriale che dà lustro al territorio della Capitanata.

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