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Summa 2018: la "non fiera olistica" della Famiglia Lageder

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Nella settimana italiana più “enoica” dell’anno, quella del Vinitaly, di VinNatur, di ViniVeri, delle Anteprima, dei Fuori Salone, delle degustazioni alternative, c’è una manifestazione che forse le racchiude tutte o si differenzia da tutte!
 
Sicuramente non si può definire una fiera nel suo concetto classico, quanto piuttosto un ritrovo tra amici, una festa, a memoria di un’ospitalità di altri tempi, o solo confronto, condivisione di valori, di idee, di opinioni, o semplice desiderio e bisogno di dialogare, in un contesto piacevole, rilassante, dove sì il vino è protagonista, ma lo sono soprattutto i produttori con le loro personalissime filosofie di vita.

Tutto questo è SUMMA, la manifestazione ideata e organizzata da Alois Lageder, oggi affiancato da Clemens, suo figlio e sesta generazione dei Lageder, presso le Tenuta di famiglia Casòn Hirschprunn e Tòr Löwengang, nel piccolo borgo di Magrè, sulla Strada del Vino altoatesina.

Mai nome fu più appropriato visto che, come dichiarato dallo stesso Alois, “Il termine ‘SUMMA’ deriva dal latino e significa ‘somma’ o ‘totalità’. Lo si può interpretare in due accezioni diverse: da un lato in senso enciclopedico, ossia come qualcosa che abbraccia tutto lo scibile e l’esistente, ma dall’altra anche nel senso di coglierne e sintetizzarne gli aspetti essenziali. Personalmente propendo per la seconda, quindi per il significato di ‘essenza’, e proprio questo mi ha convinto a scegliere quel termine. Il nostro obiettivo comune, infatti, è di far incontrare i vignaioli migliori puntando alla varietà, ma anche all’essenzialità, facendo emergere in questo modo le sfaccettature più salienti e le eccellenze della produzione vinicola europea”.

 
In questa ventunesima edizione di incontri interessanti ce ne son stati, visto che i 2.000 visitatori, oltre ai 130 ospiti della stampa italiana e internazionale, durante le giornate di sabato 14 e domenica 15 aprile hanno potuto chiacchierare amabilmente con gli 80 vignaioli provenienti da Italia, Francia, Germania, Austria, Slovenia, oltre a produttori dal Kazakhstan, Nuova Zelanda e Australia.

Momenti che si fissano nella memoria, che Lageder, con la sua iniziativa, ha creato e intende mantenere ancora per molti anni. “A mio avviso, sono soprattutto la calma e la sensazione di piacevole estraniazione che i nostri ospiti apprezzano particolarmente qui a Magrè. La possibilità di entrare in contatto diretto con i proprietari delle Tenute e le loro famiglie, assaggiare ottimi vini, parlare di vino soprattutto, godersi questo luogo davvero unico e suggestivo è senz’altro una caratteristica distintiva di questa manifestazione”, ha dichiarato Clemens Lageder.
 
Un’edizione all’insegna della sperimentazione e innovazione, due temi molto cari a Clemens, trattati durante alcune degustazioni molto particolari e un po’ fuori dagli schemi come “We are not ready yet”, dedicati alle componenti del vino e alle prove di botte, “Oops! Error. Wine mistakes”, quando in cantina sbagliando si impara, ma soprattutto la presentazione in anteprima ai giornalisti delle “Nuove Comete”. Nuovi vini, questi, in uscita a giugno, del progetto di sperimentazione che fa leva su alcuni vitigni della tradizione enoica dimenticati, portavoce del proprio territorio d’origine, che forse torneranno alla ribalta e su varietà non autoctone piantate una trentina d’anni fa, come Chenin Blanc, Marsanne, Tannat e Petit Verdot.

È questo il loro modo di prepararsi in vista dei cambiamenti climatici, cercando delle soluzioni in cui sicuramente la tradizione non può privarsi dell’innovazione, ma osservando di più il comportamento della natura e imparando semmai a rispettarne le sue leggi, perché in fondo come dichiara lo stesso Clemens “Noi siamo contadini e non scienziati!”.



Vini unici, irripetibili, come unica è la speciale etichetta, una coda di una cometa di ghiaccio disegnata a mano con un polpastrello Ed eccole queste Comete: MÙS XVII, un petnat da Moscato Giallo senza solfiti; CHE XVI lo Chenin Blanc sulle bucce; ARS XVI, Marsanne in purezza che garantirà ancora per tanto tempo che i vini dell’Alto Adige saranno riconosciuti e riconoscibili per freschezza e longevità; BLA XVI, da Blatterle un’uva completamente scomparsa, originaria della Valle Isarco, fino a 50 anni fa era la più diffusa in valle, da cui si produceva dei vini sapidissimi; PIPO XV, il Pinot Grigio vinificato a grappolo intero, in bianco ma a contatto con le bucce, due anni elevato in barrique, in futuro questo vino sarà una delle tre diverse componenti del Pinot Grigio Porer; TAN SEI XVI, un Tannat sorprendente, già dal colore, rubino intenso, ci s’innamora di questo vino e fa della freschezza e bevibilità le sue armi migliori. NATSCH XVI è la Schiava (Vernatch) del Lago di Caldaro, un old style a cui tutti stanno puntando. Infine, DOT XV, il Petit Verdot vinificato separatamente da tutti gli altri vitigni per la prima volta proprio nell’annata 2015, solo 3 barrique prodotte.

“Per noi è importante fare tesoro delle opinioni di esperti e professionisti del settore e capire con loro come piccole percentuali di una certa componente possano cambiare completamente un vino” dichiara Clemens Lageder, e continua “scoprire come influisce un suolo calcareo o suolo vulcanico su un determinato vitigno, capire se sia possibile piantare e utilizzare uve della tradizione abbandonate o dimenticate e in che modo una piccola quantità d’uva trattata in modo differente in vinificazione può cambiare la struttura del vino finale... L’unico modo per scoprirlo è ‘smontare’ e studiare il vino nelle sue componenti. Oggi queste Comete si mostrano in un modo, domani potrebbero avere evoluzioni differenti. Questi esperimenti ci lasciano degli indizi, delle tracce, grazie alle quali possiamo giorno dopo giorno migliorare il nostro lavoro e conoscere più a fondo il potenziale del nostro territorio, allo scopo di mantenere sempre il nostro ‘marchio di fabbrica’: eleganza e freschezza”. Vini che, come una cometa, forse rivedremo di nuovo o forse non torneranno più.



Ed ecco i migliori assaggi concentrati soprattutto sulla rossa Toscana visto il parterre di produttori proveniente proprio da questa regione. Sia vini da vitigni autoctoni ma anche e soprattutto da vitigni internazionali, in purezza o assemblati alla bordolese maniera, poiché in alcune zone si sono “ambientati”, integrati con il territorio tutto, ed i risultati sono eccezionali.

Si inizia dai bianchi, ma solo dopo aver preparato il palato con una bella batteria di bollicine made in Champage, a Eperny, dove Boizel una maison a conduzione familiare (siamo alla sesta generazione) produce circa mezzo milione di bottiglie. E vai quindi con un classico della loro produzione, il Brut Réserve, a seguire il Blanc de Noirs, Pinot Nero in purezza, eleganza tipica del vitigno ed un’acidità non troppo tagliente, ed infine Ultime Extra Brut, un non dosato con 8 anni sui lieviti.

La Garganega di Anselmi si fa sempre bere con piacere, soprattutto nella versione barricata (8 mesi sur lie in rovere di Allier) del cru Capitel Croce 2016, corpo, struttura, e sapidità che allunga sul finale.

Ci sono giorni e giorni per bere i vini di Emidio Pepe, quelli erano i giorni giusti per il Trebbiano d’Abruzzo DOC Bio 2014 e 2015. Il primo più elegante, fine, il secondo più profondo e complesso. Il Montepulciano d’Abruzzo DOC 2010 ci racconta di una morbidezza ed equilibrio strepitoso, il 2001 di una saggezza e vitalità ancora da scoprire. In ogni caso i vini di Emidio non si discutono mai.



Rimanendo in tema di autoctoni abbiamo Le Pergole Torte 2015 di Montevertine, fermentazione alcolica e malolattica in cemento, un anno in barrique e un anno in botte grande ad affinare, il Sangiovese che tutti dovrebbero copiare, un naso intenso ed elegante, palato ricco, sapido, e finale lungo, molto lungo.
Boscarelli il suo Nobile di Montepulciano Riserva Sotto Casa 2013 lo produce, ovviamente, con Sangiovese ma con a saldo un 12% di Cabernet e 8% di Merlot. Affascinanti note speziate e balsamiche al naso, concentrazione e avvolgenza al palato, tannini suadenti.

Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 è solo la sesta riserva prodotta in 18 anni da Costanti. Raramente si trovano in circolazione dei Brunello così sapidi ed eleganti. Seppur nato per vivere decenni con la sua scorta di tannini ed un’acidità tagliente, già ora vien giù proprio bene.

 
L’altro mondo del Sangiovese si chiama Romagna, I Probi di Papiano 2014 è la Riserva di Villa Papiano, l’insieme tra l’annata complessa e la vigna più alta della Romagna ci regalano un piccolo capolavoro dalla grande freschezza gustativa. MaraMia 2015 è il Sangiovese Rubicone IGP di Tenuta Biodinamica Mara, 16 mesi in barrique e tonneau e 12mesi in bottiglia per stemperare un carattere deciso, esplosivo, che non passa inosservato. Piccola frutti rossi maturi e quella note floreale che lo nobilita, suadente, avvolgente al palato, un tannino così setoso che la sua trama sembra filata a mano.

A rappresentare l’identità pugliese dei Feudi Di San Gregorio ci pensa Ognissole Tenuta Cefalicchio con il Nero di Troia Romanico 2015: da viti di quasi 40 anni, si presenta con un rubino intenso che prepara l’olfatto a delle note di confettura di piccoli frutti rossi, spezie e liquirizia. Bocca di grande eleganza con un tannino ben presente, buono l’equilibrio, ottima la persistenza.

 
Il Merlot in molte zone vitivinicole ormai è di casa, in alcune espressioni si esprime ai dei livelli strepitosi, come quelli raggiunti dal Galatrona 2015 di Petrolo, complesso con le sue note ampie, fruttate, speziate e con reminiscenze di legno. Ingresso potente e tannino scalpitante, ma di razza. Il Messorio 2014 di Le Macchiole, da un’annata non calda dove l’opulenza lascia un po’ più di spazio a finezza ed eleganza, giocando su note di agrumi e lamponi. In bocca sensazioni fresche ed un buon equilibrio già raggiunto. L’originale Merlot in purezza del Castello di Ama, L’Apparita 2014, il primo nel 1985 ad esser prodotto così, sentori floreali, ed una bocca fine, potente, vellutata e sapida. Dal Monferrato l’inconsueto Merlot da Solo 2009 dei Marchesi di Grésy, più sottile degli altri ma dotato di ottima freschezza e la beva ne beneficia.


Il Cabernet ha fatto della Costa Toscana, soprattutto Riparbella, la sua terra di elezione, e il Duemani 2015 di Luca d’Attoma ed Elena Celli forse ne rappresenta il cuore. Franc in purezza, è profondo, vigoroso, si muove con eleganza, con grazia, ad ogni sorso si scopre sempre più, la macchia mediterranea che diventa quasi selvatica, un vino vivo, che evolve, il tannino è superbo, perfettamente integrato con tutte le componenti grazie anche ad un uso sapiente del legno. Di Tenuta di Biserno il Lodovico 2013, prevalentemente Cabernet Franc ed in piccola quantità Petit Verdot, è già dotato di un buon equilibrio, e, sebbene darà il meglio di sé tra 5/6 anni, ha un tannino elegante, fine e non così aggressivo, inoltre è dotato di una buona acidità.

Scendendo in Maremma ritroviamo il Chorus 2013 di Poggio Nibbiale, prevalentemente Cabernet Sauvignon (70%) ed un 30% di Sangiovese per donare slancio e freschezza. Elegante, fine e di grande armonia gustativa. Il Pianorossi 2011 è un Cabernet Sauvignon al 30%, Petit Verdot 40%, con l’aggiunta di un 30% di Montepulciano per lasciare un’impronta marchigiana, viste le origini di Stefano Sincini proprietario di Pianirossi. Un naso che ricorda piccoli frutti rossi selvatici e spezie dolci, sorso balsamico e ben bilanciato al palato.

Anche se può sembrar strano, il Cabernet Sauvignon si è ben adattato anche vicino Roma, nel parco dell’Appia Antica, ed insieme al Merlot dà luce ad un sorprendente Fiorano 2012 di Fattoria di Fiorano, con il suo naso intenso, complesso e con una predominanza di fresche erbe aromatiche, ed una bocca piena, rotonda e sapida.

 
Molto più che un bordolese è il Caiarossa 2013 dell’omonima azienda di Riparbella, assemblaggio di tutte e 7 le varietà presenti in azienda (Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Syrah, Sangiovese, Petit Verdot, e Alicante). Un vino strepitoso, lussurioso, sensuale che ammalia al naso e al palato per la sua eleganza, la sua complessità, freschezza e morbidezza.

Dalla vigna più alta della Costa Toscana vitata a Merlot (50%), Cabernet Sauvignon (30%), Cabernet Franc (10%) e Petit Verdot (10%) trae la sua origine il Prima Pietra 2013, vino complesso, elegante, che esprime sempre grande freschezza e verticalità. Un bordolese col vento e il sole del Mar Tirreno dentro.

In una zona che si candida, chissà, nei prossimi anni a diventare la nuova Montalcino, l’area del Montecucco, dimora un Pinot Nero dal finale lunghissimo ancora un po’ tannico ma dal grande potenziale evolutivo, è il Piropo 2014 di Castello di Potentino. Nome omen per questo vino che si presenta proprio di un color rosso rubino vivo, acceso, infuocato e dai riflessi granata.

Chiudiamo con il Caberlot 2014 di Podere Il Carnasciale, ci si può confondere credendo che questo vino sia un uvaggio di Cabernet e Merlot, mentre la sua storia è decisamente più romantica. Nel 1986 Bettina Rogosky, e suo marito Wolf si trasferirono in Toscana, a Mercatale Val D’arno Italia, con l’idea di fare un vino diverso dagli altri. Piantarono un ibrido varietale naturale di Cabernet Franc e Merlot scoperto negli anni sessanta in un vigneto abbandonato dei Colli Euganei. Un vino unico visto che solo questa cantina, oggi guidata dal figlio Moritz, coltiva e vinifica questa varietà.

 
Anche quest’anno Summa si è distinta per il suo impegno verso il sociale, ben 11.200 euro raccolti per la Casa della Solidarietà di Bressanone, che da quindici anni aiuta le persone in difficoltà, che siano anziani, bambini, senzatetto o disoccupati, profughi o persone con problemi psichici o affette da dipendenze.
[Photo Credit: Antonio Cimmino; Alois Lageder]
Ultima modifica ilVenerdì, 01 Giugno 2018 10:59

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