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Alle origini del Pallagrello nei vigneti alle falde del Matese Campano

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Molti iniziano a conoscere, in giro per l’Italia, il Pallagrello, il vino dei Borbone che ha oggi nell’area del caiatino, a pochi chilometri dalla Reggia di Caserta, la sua capitale, con decine e decine di aziende vitivinicole che riescono oggi a ottenere etichette di grande pregio, sia nella versione del Pallagrello Nero sia in quello bianco.

Ma il vitigno, ora ricompreso nella Igp Terre del Volturno, non è propriamente di queste zone del medio Volturno, esso ci fu portato, nei secoli, infatti,  nel ‘700 l’originaria ubicazione è quella delle falde dei Monti del Matese, massiccio appenninico tra Campania e Molise;  nel versante casertano tra Piedimonte e Sant’Angelo d’Alife-Raviscanina, è lì che trovava il suo luogo primigenio, denominato “Pallarello” in quanto  gli acini avevano una caratteristica forma rotondella.

Fu Ferdinando IV di Borbone che valorizzò il vitigno, creando nelle immediate pertinenze della Reggia di Caserta, la  Vigna del Ventaglio, ovvero , secondo una testimonianza di inizio ‘800, "un semicerchio diviso in dieci raggi, tanto somigliante ad un ventaglio che ne ha preso e ritenuto il nome. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov'è il piccolo cancello d'ingresso, contiene viti d'uve di diversa specie".

Nei dieci raggi, furono messe dieci qualità di uve  del Regno delle Due Sicilie tra cui  il Pallagrello bianco e nero, appunto, all'epoca portati nelle ricche tavole regali con il nome di Piedimonte bianco e rosso proprio per attestare il luogo di provenienza del vigneto.

Dopo la fine del regno, anche la vigna del Ventaglio adiacente alla Reggia terminò la sua testimonianza, (per essere rimessa in funzione in questi anni con un progetto della direzione della Reggia in via di ultimazione)  mentre il Pallagrello fu confinato all’oblio enologico dopo la filossera che colpì queste terre.

La riscoperta ed il rilancio in grande stile della produzione pallagrellista avvenne negli anni ’90 nelle amene e vocatissime contrade tra Caiazzo e Castel Campagnano in modo particolare, mentre alle falde del  Matese si continuava in una conversione agricola che vedeva una presenza sempre  importante dell’olivo (ricchissima di polifenoli è la cultivar Tonda del Matese) ma soprattutto largo spazio  alle coltivazioni a supporto delle attività zootecniche, bovini e bufale in primis, mentre la vigna continuò a fornire  solo un alimento di autoconsumo per i locali, senza alcuna cura di vinificazione.



Negli ultimi decenni, spinto dalla valorizzazione del vitigno attuato nel medio Volturno e in altre zone di Terra di Lavoro, anche il Matese sta riscoprendo la voglia di produrre vino e di farlo davvero bene, per ora  piccolissime  aziende vitivinicole sorgono tra Piedimonte e Raviscanina, e, mossi da questa curiosità, siamo andati nel comune di Sant’Angelo d’Alife, famoso per il celebre biscotto di San Michele (un pane rituale a forma di tarallo molto grande) a scoprire  Cantina Martone e comprendere gli sforzi di piccoli produttori che ritornano al pallagrello.

Proprio a Sant’Angelo d’Alife, tra l’altro, secondo un decano del Pallagrello, Avv.Mancini di Terre del Principe, furono prese le barbatelle per i nuovi cloni del pallagrello, ciò a testimoniare ulteriormente  di come ci troviamo davvero  nel luogo di nascita di questo vitigno.

Nei  vigneti Martone siamo proprio al confine del perimetro del parco Regionale del Matese, con  una esposizione a sud a 250 mt s.l. su  fondo biologico certificato  ICEA, trattato solo con ossicloruro e zolfo, ad inerbimento naturale, la coltivazione  è proveniente da una differenziazione con  oliveti di Tonda del Matese ancora in essere.

L’avvio  è stato  possibile con un’  impianto pilota di  pallagrello  nero e poi bianco ad  allevamento a Guyot, affrontando anche i non facili problemi  che un terreno  argilloso calcareo complicato come questo comporta, per non parlare di alcuni fattori tipicamente pedemontani come quello dei cinghiali (pare ghiotti della bacca bianca ma non della nera, questione di zuccheri), o di un clima che in inverno può riservare sorprese negative.   



Nella vendemmia di inizio ottobre la raccolta è manuale in cassette  per una resa di 15 qli al  quarto anno di vinificazione, con possibilità di raddoppiare nei prossimi anni. Le 3000 bottiglie  per ora, sotto le cure dell’enologa  Anna della Porta  hanno consentito di donarci  soprattutto la degustazione  della bottiglia di Pallagrello Nero della  vendemmia 2017, già pronto ma con il meglio di se sicuramente tra un paio di anni a nostro avviso, e soprattutto del Don Gabriele 2015 cui abbiamo avuto modo di partecipare durante l’evento di turismo culturale e spirituale.



Michaelica a Sant’Angelo d’Alife, dove vi è stato un momento di incontro con i vini del Matese con la presenza dell’Enologo toscano Roberto Bruchi, con ascendenze nel borgo matesino.



In etichetta la stilizzazione del bel Castello di Rupecanina, una fortezza normanna simbolo del borgo, che avverte anche di una gradazione alcolica di 15°, non certo una rarità nel mondo del Pallagrello, avvertiamo  una grande eleganza che fa il paio ovviamente con la imponente struttura, si scopre quindi una malolattica in acciaio per 18 mesi e un’affinamento in bottiglia almeno per 6 mesi, il colore violaceo ci apre al naso un’ ampia gamma di frutti di bosco e pepe verde, In bocca tannini equilibrati donano una grande armonia. E’ un abbinamento ideale per la cacciagione di queste montagne e per la sua ricca produzione di formaggi stagionati, tipici dell’Appennino meridionale.

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