Paolo Lauciani a Vinoway: parliamo di comunicazione e vini naturali

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Per me che giornalmente comunico e divulgo la cultura del vino è sempre un piacere confrontarmi con personaggi che hanno contribuito e continuano a contribuire alla diffusione di questo nettare apprezzato e amato da molti. Se il personaggio in questione è Paolo Lauciani, mio grande amico, il tutto diventa molto più semplice, perché è nella chiarezza che si manifesta un comunicatore ed è questo che fa la differenza.
 
Paolo Lauciani è uno dei più autorevoli conoscitori del vino italiano e del mondo. Grande appassionato di distillati e sigari, è stato uno dei volti più apprezzati nella rubrica “Gusto” del TG5, della “Prova del Cuoco” Rai1 di Antonella Clerici, collaboratore con i “Signori del Vino” Rai2 di Marcello Masi e Rocco Tolfa. Insegnante di Greco e Latino al Liceo Classico e Docente Corsi per la Fondazione Italiana Sommelier.



La sua passione per il vino nasce  fin da bambino, perchè in casa si beveva a tavola con assiduità. Si avvicina all’istruzione grazie ad un corso di sommelier nel 1992 sotto la direzione di Franco Maria Ricci, che da bravo scopritore di talenti lo volle con sé.

Incontro il mio amico Paolo Lauciani in una bella serata abruzzese.

Paolo dove sta andando la comunicazione del vino?
Credo che da un lato stia migliorando perchè è la stessa formazione di base che sta migliorando, quindi le scuole di avvicinamento al vino stanno creando un buon panel di esperti. Dall'altro c'è uno schierarsi drastico sulle diverse posizioni che non fa bene alla chiarezza della comunicazione. Nel mondo del vino bisogna avere una certa apertura mentale e non schierarsi su preconcetti che magari poi non trovano fondamento.

Dal punto di vista televisivo che cosa si potrebbe fare di più?
Siamo passati dal nulla ad una comunicazione che rischia di diventare troppo banale. Ora, senza dover pensare a una comunicazione specialistica che non sarebbe consona all'ambiente televisivo, bisognerebbe andare oltre le banalizzazioni e cercare di trasmettere il concetto di vino come cultura del territorio, come eredità culturale e in questo senso penso che si possa fare ancora molto.

Il vino passa molto sui social, viene seguito principalmente sui canali internet. Tu da poco ti sei affacciato a questa realtà: cosa ne pensi?
I mezzi di comunicazione di massa sono strumenti potentissimi che danno voce a chiunque, non possono essere demonizzati ma credo che debbano  essere utilizzati con intelligenza. Personalmente la mia iniziale resistenza al mondo dei social era dovuta per lo più alla pigrizia.

Ci sono tantissimi blog, magazine sia cartacei che sul web. Anche lì si potrebbe fare di più?
Si potrebbe strutturare in maniera più organizzata questa comunicazione, aumentare il dialogo. Qualificare questa comunicazione in maniera più dettagliata. Un conto è divulgare la propria esperienza, un altro è commentare quello che è il mondo del vino e la qualità del vino stesso. La comunicazione online è fatta soprattutto da chiacchiere da salotto, becera, fatta spesso di prese di posizione e preconcetti.

Parliamo della vinificazione biologica: la si sta producendo per filosofia o per moda?
L'una e l'altra cosa. Ho grande rispetto per chi ha posizioni di sostenibilità nella produzione del vino, ovvero rispettare ambiente, prodotto e pubblico. Il vino trattato il meno possibile è un obiettivo apprezzabile, temo tuttavia che molto sia basato sulla moda del momento.

Ricordo con tanto piacere quell'intervista video del 2012 (n.d.a. dopo questa intervista ci fu un’interrogazione parlamentare) dove dicesti che il vino naturale non esiste, lo credi ancora?
Ne sono fermamente convinto e ribadisco la mia posizione,  perchè chiunque abbia un minimo di conoscenza di cosa sia la vite, sa che non c'è nulla di naturale in qualsiasi vigneto in cui la vite viene allevata e dove la crescita della pianta è funzionale all'obiettivo che si vuole ottenere. Di lì potremmo proseguire, parlando del lavoro dell'uomo che plasma quello della natura affinché si ottenga quel magnifico prodotto che chiamiamo vino. Vino naturale oggi è uno slogan. Il vino in realtà deve essere il più sostenibile possibile ed essere  realizzato col minore impatto possibile ambientale soprattutto grazie al lavoro dell'uomo.

Siamo dei grandi produttori di vini però non sappiamo posizionarci nella comunicazione come fanno i francesi. Cosa ci manca o cosa consiglieresti ai produttori?
Raccontare la bellezza dei nostri “spartiti”. Perchè il vino è la sinergia tra il territorio (spartito), l’uva (strumenti) e l'uomo che leggendo lo spartito riesce a realizzare il prodotto. Dobbiamo raccontare la storia dei nostri vini, dei produttori, delle famiglie che hanno interpretato da sempre  questi territori, in definitiva la storia del vino italiano della propria cantina, oggi dicesi storytelling, parola che a me non piace molto, il racconto della nostra meravigliosa cultura.

Secondo la tua conoscenza, quali sono i vitigni che possono dare grandi soddisfazioni a livello di vinificazione?
Credo che dovremmo valorizzare le nostre peculiarità. Se noi realizziamo in Toscana o in Piemonte o in Sicilia o in Puglia un eccelso cabernet sauvignon, comunque entriamo in conflitto con il mondo. Se invece  siamo in grado di dare eccellenza qualitativa a un Negroamaro, Primitivo, Montepulciano d'Abruzzo realizziamo un prodotto unico ed inimitabile, quindi valorizzare non solo  l'autoctono ma continuare  la nostra migliore tradizione dimostrando che siamo in grado di farla crescere.

Si dà molto credito ai grandi siti internet americani, pur consapevoli che gli americani non producono vino  sono però in grado di “influenzare” il mercato. Sembrerebbe un paradosso, non credi?
Bellissima domanda. Diciamo che molto di quello che abbiamo scoperto come nostro patrimonio in realtà ce l'hanno scoperto gli altri, come  è successo per la dieta mediterranea. Nella comunicazione loro sono bravissimi, d'altra parte comunicare non vuol dire esclusivamente comunicare il proprio, ma saper leggere ciò che accade al di fuori delle mura di casa propria. Quindi  da loro dobbiamo apprendere la capacità di comunicazione anche se non hanno la nostra straordinaria qualità di materia prima.

Tanti anni che sei al fianco di un grande comunicatore e che ha dato una grande svolta alla comunicazione del vino in Italia, Franco Maria Ricci (n.d.a. Presidente Fondazione Italiana Sommelier, Worldwide Sommelier Association, Editore Bibenda). Che cosa ti ha dato, cosa hai dato e cosa potrai dare ancora?
A Franco Maria Ricci devo tutto perchè da appassionato frequentatore di corsi di Sommelier mi ha trasformato in comunicatore del vino. Gli devo l'input, tanti consigli e un'amicizia trentennale fatta di scontri e di punti di vista divergenti, credo che durante questi anni abbiamo, ciascuno nel suo ambito, dato un piccolo mattoncino alla costruzione della comunicazione del vino italiano.

Se tu dovessi dare un consiglio ad un giovane Sommelier che si sta avvicinando a questo mondo, che cosa gli consiglieresti di fare e non fare?
Studiare. Non soltanto la tecnica di degustazione del vino, ma tutto il suo mondo a 360°. Il vino è uno dei pochi elementi che per essere comunicato necessita di una cultura enorme, perchè parlare di vino vuol dire parlare di letteratura, di storia, geografia... è una materia estremamente complessa.

Cosa vuoi che ti auguri?
Mi auguro di avere tante cose da scoprire perchè la curiosità è qualcosa che sento dentro, che mi spinge a studiare, a viaggiare, a sperimentare ed è la prima molla per la conoscenza e di conseguenza per la comunicazione.

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