Lettera aperta di Gregory Perrucci a Vinoway: Osservazioni alla proposta di modifica del Disciplinare del Primitivo di Manduria Doc

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Il Presidente di Vinoway Italia, Davide Gangi, ha ricevuto la lettera aperta del produttore Gregory Perrucci dell’azienda Agricola Felline di Manduria che riportiamo qui di seguito.

Premessa
Con la presentazione in Regione Puglia della “Richiesta di modifica del disciplinare di produzione della Denominazione di Origine Controllata “Primitivo di Manduria” l’iter verso l’ottenimento della DOCG entra nel vivo e diventa dovere di tutta una comunità contribuire – anche attraverso opportune considerazioni e osservazioni – affinchè il testo definitivo venga licenziato al meglio.
 
In tal senso, purtroppo, non aiuta il termine ristrettissimo specificato dall’Avviso Regionale, che concede solo 10 giorni dalla data di pubblicazione sul BURP per le osservazioni.
Poichè l’avviso datato il 9 dicembre scorso è stato pubblicato il 14 dicembre, i termini sarebbero scaduti alla vigilia dello scorso Natale, nel turbine di ben altre preoccupazioni che hanno interessato non solo la comunità locale, bensì internazionale.
 
Senza esitazione dunque intendiamo proporre, con le note che seguono, le osservazioni alle modifiche predisposte dal Consorzio di Tutela e Valorizzazione del Primitivo di Manduria per l’emancipazione dell’attuale Doc in una Docg.
 
Va premesso che molti dei sottoscrittori del presente documento parteciparono ai lavori assembleari per la modifica del Disciplinare del Primitivo di Manduria doc organizzati dal Consorzio di Tutela, al termine dei quali diedero la propria adesione ad una bozza finale che è sostanzialmente differente da quella depositata in Regione e di cui si è preso atto solo con la pubblicazione nel BURP.
Pertanto, oltre alle osservazioni critiche che seguiranno, non si escludono altre azioni dirette a chiarire le dinamiche e motivazioni sull’iter di modifica seguito dal Consorzio e dai suoi amministratori.
 
 
Critica generale
La richiesta di modifica appare generalizzante e poco strutturata, insufficiente a ritenersi adeguata al profilo alto che una DOCG comporta e contemporaneamente fallace negli obiettivi di valorizzazione del territorio e del prodotto tutelato.
 
  1. L’Emancipazione di massa
La prima critica, evidente, è nella pretenziosa richiesta di emancipare l’intera produzione della Doc Primitivo di Manduria in una Docg. Ossia, dopo aver ribadito e confermato i confini territoriali massimi della Docg, che erano già rappresentati nel precedente disciplinare, con la richiesta presentata li si “promuove” tutti indistintamente includendoli nella potenziale Docg.
Sicchè zone di recentissimo reimpianto e finanche di prospettica produzione futura (dopo i due anni di carenza imposti ai nuovi impianti) entrerebbero “di diritto” in una delle categorie di denominazione più prestigiose del sistema italiano di tutela.
Il caso più eclatante è quello delle aree amministrative di Taranto, il cui abbinamento al Primitivo di Manduria peraltro rischia di portare (per via della notoria immagine di degrado ambientale del capoluogo jonico) nocumento all’intera denominazione.
Estendere a tutte le zone la DOCG equivale ad un appiattimento generalizzato che mina la credibilità del vino stesso, riducendo tale emancipazione ad un mero e banale cambio di nome: da doc a docg! Si sottrarrebbe persino lustro alla esclusività rappresentata istituzionalmente dalla denominazione garantita. Politicamente significherebbe il perseverare nei medesimi errori commessi già con le IGT Primitivo, concesse a tutti e in tutta la Puglia!
Il senso della DOCG è da sempre quello di stringere al massimo il legame del vino col suo territorio di provenienza e attraverso tale identità contribuire alla sua valorizzazione e tutela: si ritiene dunque che la DOCG vada riservata SOLO ad una parte del territorio della denominazione, ossia a quella dove il primitivo ha rappresentato una diffusa, prevalente e continuativa esistenza e persistenza nel tempo, con evidenza di aver espresso notevoli livelli qualitativi internazionalmente riconosciuti. Occorrerebbe dunque dotarsi di uno strumento quanto più oggettivo per discernere eventuali “sottozone” sufficientemente rilevanti, da riconoscere come maggiormente vocate e potenzialmente atte a produrre dei vini superiori, che debbano fregiarsi della DOCG.
Per queste zone si può introdurre la menzione di “Superiore” o “Classico” essendo quelle notoriamente riconosciute e storicamente determinanti per il successo di questo vino, eventualmente ponendo limiti maggiori alle rese per ettaro e/o altre condizioni maggiormente restrittive in viticoltura e/o enologia.
Ma non basta. Occorre anche impedire, persino in queste zone, che nuovi impianti (ossia non rivenienti dalla sostituzione in loco di vecchi vigneti) possano rientrare nella DOCG. Altrimenti ci ritroveremo vigneti nelle zone meno vocate e, con l’abbandono degli uliveti indotto dalla Xylella, persino nelle impervie aree che inevitabilmente saranno sostituite con la viticultura.
Il resto delle aree ricadenti nell’attuale Doc dovrebbero poter continuare a produrre appunto Primitivo di Manduria Doc, come avviene per altre denominazioni italiane. (Valpolicella Doc e Amarone della Valpolicella DOCG in Veneto; Vittoria Doc e Cerasuolo di Vittoria DOCG in Sicilia; Aglianico del Vulture doc e Aglianico del Vulture Superiore DOCG in Basilicata; Frascati doc e Frascati Superiore DOCG nel Lazio; Montefalco doc e Sagrantino di Montefalco docg in Umbria; e via dicendo)
 
  1. Insufficiente credibilità
La richiesta di modifica del disciplinare oltre ad elargire a tutti la denominazione “garantita”, pretende di farlo con modalità vacue e risibili.
A soddisfare la condizione di cui all’art.33 comma 4 della L.238/2016, ossia quella di una “disciplina viticola ed enologica più restrittiva rispetto a quella della denominazione di partenza”, i richiedenti la DOCG si sono affidati tutto sommato:
  1. Ad un semplice innalzamento della percentuale di Primitivo dall’80% al 90%, guardandosi bene dal rivedere le rese di produzione per ettaro (che pure nella bozza presentata ed approvata all’assemblea era prevista scendere dalle 9 ton a 8 ton)
  2. Per la nuova categoria richiesta – che sarà oggetto di una critica a parte – ossia la “Gran Selezione”, la restrizione consiste nella provenienza delle uve: solo da aziende agricole e solo da alberelli “messapici”, anche questa una novella rivelazione per secoli ignota agli antenati viticultori manduriani.
Quell’aggettivo posticcio applicato al notissimo “alberello” che è stranoto essere di origine e introduzione greca, rischia di ingenerare grasse risate tra le fila dei cultori, studiosi e in primis dei funzionari che dovranno esaminare la proposta di modifica del disciplinare. Sarebbe dignitoso eliminarlo.
E’ comunque evidente l’insufficienza di restrizioni viticole ed enologiche tali da giustificare l’emancipazione dell’intera produzione a docg.
 
  1. Gran confusione con l’introduzione della “Gran Selezione”
Un’osservazione più approfondita la merita la nuova categoria di Primitivo di Manduria DOCG che si richiede approvare: la “Gran Selezione”.
La quale andrebbe ad aggiungersi alla canonica “Riserva”, al “Dolce Naturale” (già DOCG) e al “base”.
Già la sola definizione, “Gran Selezione”, suona come un tronfio e autocelebrativo spot pubblicitario piuttosto che come una seria e credibile tipologia di Primitivo di Manduria.
La Gran Selezione è stata una invenzione introdotta nel 2014 dal Consorzio di Tutela del Chianti Classico (che al contrario del Primitivo di Manduria doc all’epoca versava in grosse difficoltà commerciali), dai risultati non tanto felici al punto da non essere stata replicata da alcun’altra denominazione italiana. La si vorrebbe utilizzare per indicare quei vini prodotti con la medesima (non inferiore) resa per ettaro di 9 ton come per la riserva e per il base, ma provenienti esclusivamente da vigneti allevati ad alberello “messapico”, che siano iscritti in un apposito albo e condotti dall’azienda che provvede all’imbottigliamento.
Il richiamo della “Gran Selezione” in realtà vorrebbe essere ad un antico e tradizionale modo di allevare il vigneto: dunque nessuna selezione quantitativa, tra grappoli, ma solo il rievocare il passato (finanche attribuendogli una farlocca origine messapica) attraverso la inclusione di soli vigneti ad alberello di proprietà. Ma allora, perché non chiamarlo Tradizionale o Classico o Antico?
E ancora, perché perseverare nella esclusione dei racemi? Questi sì che erano vinificati (e lo sono tuttora) con risultati unici e apprezzabili rispetto alla vitivinicoltura di tutta la Penisola (non esistono racemi di altre varietà e in altre regioni che fanno vino così buono). Perché rinunciare ad un concreto elemento di originalità e tradizione che differenzia il Primitivo di Manduria da tutte le altre cultivar?
 
  1. Vale tutto, anche l’imbottigliamento fuori zona
Si è detto del non aver nulla concesso al principio fondante della DOCG, ossia la “disciplina viticola ed enologica più ristretta di quella della denominazione di partenza”. Nella richiesta presentata si va addirittura in direzione contraria: all’art.4 comma 10 si estende la possibilità di appassimento sulla pianta, anche a quella sui graticci e cassette, e finanche in “locali dotati di sistemi per il controllo di temperatura e/o umidita e/o di ventilazione forzata”.
Questo slancio di modernità e industrializzazione delle maturazioni e appassimenti confligge con il condivisibile sforzo di valorizzare gli alberelli (anche se con la pessima categoria della Gran Selezione) e la storia e tradizione del primitivo (per carità, non messapica).
Con un appassimento forzato ottenuto dalla tecnologia dei forni, potremmo ancora chiamarlo Dolce “Naturale”? O basta diminuire la resa di trasformazione dal 70 al 60 per cento per illudersi di assolvere alle inflessibilità  richieste dalla docg?
Una dirimente restrizione che la Docg avrebbe potuto contemplare, in quanto presupposto comune a molte Docg italiane, era quella dell’obbligo dell’imbottigliamento in zona di produzione.
Ipotesi sottoposta dal Consorzio ai suoi associati e largamente approvata in diverse occasioni, ma poi misteriosamente accantonata e del tutto ignorata nella richiesta di modifica del disciplinare.
E’ fondamentale, per l’autorevolezza della Docg e l’efficienza dei controlli sull’intera filiera, disporre che gli imbottigliamenti siano effettuati in zona. Solo così si ha il completo ed efficiente controllo delle produzioni immesse al consumo e lo si può offrire come “garanzia” al consumatore.
Le aziende fuori del territorio potrebbero sempre continuare ad imbottigliare il Doc oppure richiedere la prevista deroga ad imbottigliare la Docg qualora ricorrano le condizioni.
 
Conclusione
In sostanza, con le osservazioni sopra esposte, si censura totalmente l’impianto della proposta di modifica del disciplinare di produzione del Primitivo di Manduria doc in quanto generica, superficiale, contraddittoria. Si chiede di respingere tale proposta e invitare il Consorzio di Tutela a volerne formulare una più strutturata e consona, eventualmente coinvolgendo maggiormente anche le aziende vitivinicole di cui, ai sensi dell’erga omnes, si fregia disporne la rappresentanza.
Si ritiene più decoroso restare nella Doc e continuare come si sta facendo, con il commercio di enormi quantità di sfuso verso gli imbottigliatori del nord (ai quali di fatto si delega ogni decisione pratica sulle politiche di mercato del Primitivo di Manduria, con buona pace della istituzione preposta alla sua Tutela e “Valorizzazione”) anziché intraprendere una effimera emancipazione in DOCG che penalizzerebbe la credibilità e l’autorevolezza che il Primitivo di Manduria si è finora conquistato.
 
Gregory Perrucci

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