Log in

NELLA TERRA DEL GATTOPARDO: PALMA DI MONTECHIARO

Tra le campagne battute dal sole di un piccolo paesino dell'agrigentino, un grande mito letterario prende forma.
Nel silenzio latteo delle campagne dell'agrigentino, sorge una città vestita di pietra e scavata nella roccia. Tra i vicoli soffiati dallo scirocco, storie di sante e diavoli, di scrittori e di poveri; e di tempo, sempre uguale, immobile e immutabile, come i Gattopardi che l'hanno fondata, un giorno di maggio del 1637: Palma di Montechiaro. Emersa a picconate su un'altura, Palma osserva il suo mare poco distante, e veglia la vallata, in attesa di un cambiamento mai arrivato, contentandosi di rimirare i propri gioielli, come una vecchia dall'infelice passato.

Chiedendo di piazza Provenzani, tutte le dita del paese punteranno nella stessa direzione. Qui, dal 1657, il monastero del Santissimo Rosario sorge imperterrito, punto di incrocio di un quadrivio odonomastico birbone formato da via Turati, via don Minzoni, via IV novembre e via Toselli. Una scalinata semicircolare, regolare e smangiucchiata, scivola come un tappeto da cerimonia dai due portoni di ingresso laccati di verde, unica nota di movimento in un angolo retto di mattoni e intonaco con rade e laconiche finestre incorniciate di pietra color cappuccino.

Le monache sono ancora lì. Solo la domenica, al mattino, rompono la clausura per allietare la messa dei fedeli con i loro canti. Nel giardino riservato, si narra, il diavolo lanciò, invano, un sasso contro suor Maria Crocifissa, patrona del monastero: adesso il pezzo di pietra si palesa ai visitatori in un'edicoletta della chiesa come il monolito nero di “2001: Odissea nello Spazio” si presenta ai primati.



Qui la clausura è una cosa seria, da sempre. Il monastero l'aveva voluto Giulio Tomasi, duca, santo e teatino, che aveva ottenuto la bolla papale da Alessandro VII. Un suo pronipote, nobiluomo e flaneur nostalgico di una Sicilia che fu, ne trasse in seguito preziose suggestioni per un romanzo che ebbe un discreto successo: ll Gattopardo.

E Palma è veramente la terra dei Gattopardi, del tempo immobile e immutabile. Qui le abitazioni risalgono spesso e volentieri ai primi anni Cinquanta; le chiamano case ma sono grotte, scavate nel tufo, a picconate, triste nido matrimoniale dei giovani tornati in patria dopo avere lavorato, per un tozzo di pane, nelle miniere tedesche di carbone.

Più in là, una ripida scalinata biscottata dal sole, conduce in cima, alla grande Chiesa Madre, monumento del barocco siciliano. Come una manta marina, la morbida facciata, realizzata con conci di pietra delle cave del Casserino, spiega le ali, le proprie torri campanarie coi turbanti di pietra in cima.


E su una cima sorge la chiesa del Calvario, sull'omonimo monte, coi soffitti crollati, a contemplare dall'alto la città, il fiume Palma e il vicino mare. E poi, il palazzo degli Scolopi, e il palazzo Ducale, fino al castello Chiaromontano, poco distante dal centro abitato. Eretto dalla potente famiglia Chiaramonte, nel 1353, nacque a difesa dei pirati, provenienti da quel mare verso il quale sporge in bilico, su un costone di roccia, oggi meta di bagnanti felici.



Foto su licenza Creative Commons

Comune di Palma di Montechiaro: www.comune.palmadimontechiaro.ag.it

Info turistiche: www.comune.palmadimontechiaro.ag.it/turismo-cultura

Pro Loco di Palma di Montechiaro: www.facebook.com/ProlocoPalmaDiMontechiaro

Ultima modifica ilVenerdì, 20 Febbraio 2015 07:22

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.