Log in

BRONTE: AMMIRAGLI E CONTADINI ALLA CORTE DELL'ETNA

Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!... La terra (e la libertà) di cui parla il carbonaio ammanettato in una famosa novella di Giovanni Verga è quella di Bronte, in provincia di Catania, città nata tra i boschi del vulcano Etna un giorno del 1520 per riunire una costellazione di piccoli casali sparsi sotto la dipendenza del vicino monastero benedettino di Maniace.

Affacciata sull'alta valle del fiume Simeto, Bronte, come una bambina bruttarella ansiosa di sbocciare, attenderà con pazienza il proprio debutto: quella zona della Sicilia, sino ad allora, non occupava spesso le pagine dei rotocalchi. Le avvisaglie di fama imminente giungeranno coi Borboni di re Carlo, nel 1734; da allora, non più vice regno austriaco, ma Regno a tutti gli effetti, la Sicilia, grazie agli investimenti reali, potrà sfoggiare i primi lustrini, tra i quali Bronte inizierà a luccicare.

 

Bisogna passeggiare sul pavé di lava di corso Umberto per godere dell'infinito pulviscolo di monumenti e chiese della città: sull'attenti come soldati, campanili e cocuzzoli, ai lati della chiazza (così è noto il corso) rendono omaggio al visitatore. È la Chiesa della SS. Trinità, umile decana degli edifici religiosi, ad aprire la parata dei trionfi architettonici. Umili le mani di chi versò denaro per vedersela edificare davanti: non solo alti prelati e mecenati, ma anche contadini e disgraziati. Da lì, come le note di un crescendo di Rossini, portali e campanili esplodono come un colpo di cannone, qualcuno facendosi notare più degli altri. Ocra la facciata e bizzoso il suo orologio; nero il campanile e classista il suo rintocco: è la Chiesa di San Giovanni, secolare ispirazione dei detti del paese. Di San Giovanni, infatti, qualcuno è come l'orologio, capace di non suonare mai l'ora giusta; come il campanile, invece, chiunque non abbia portato a termine un compito. A seguire, il Real Collegio Capizzi, ultimato nel 1778 su iniziativa del sacerdote da cui prende il cognome, Eustachio Capizzi e primo importante centro di istruzione del paese: dentro le geometriche mura neoclassiche, oggi, un museo, una pinacoteca e una biblioteca accolgono i visitatori.

 

Storia di chiese e di palazzi, quella di Bronte, e sin dal XII secolo, quando il normanno Guglielmo II, per volere della madre Margherita di Navarra, fece erigere, a tredici chilometri dalla futura città, una grande abbazia a memoria della sconfitta araba del 1040 contro il condottiero bizantino Giorgio Maniace. Unita alla chiesetta di Santa Maria e dotata di un verde parco, l'abbazia diventerà ducea nel 1799, quando il Borbone re Ferdinando I, la donerà all'ammiraglio inglese, ora duca, Horatio Nelson: generoso premio per aver contribuito ai massacri sanfedisti della giovane e disgraziata Repubblica Napoletana. Tra le pareti di ciò che è oggi noto come Castello Nelson, di proprietà del comune dal 1981, chiunque può passeggiare e fantasticare: in questo frammento d'Inghilterra, i tigli e salici adornano il parco e danno riposo alle spoglie del poeta scozzese William Sharp, mentre le stanze raccontano lampi e zone oscure del loro proprietario. Al tempo coraggioso e indisciplinato, abile e ostinato, responsabile di un massacro, forse per amor di patria, forse per amor di donna, quella Emma Hamilton così vicina all'autoritaria regina Carolina, da non doverle rendere tre inchini prima di spiccicar parola.


Chiese e palazzi, dicevamo, ma anche campi e terra, quella di cui invoca la penuria il carbonaio di Verga; l'avrebbe piantata a orzo e grano il disgraziato condannato da Nino Bixio, ma presto o tardi il giallo delle spighe avrebbe fatto posto al verde dei pistacchi, da un trentennio vero motore dell'economia del paese. L'oro verde importato dagli Arabi, colto con pazienza ogni due anni, è l'ingrediente principale dei capolavori dolciari del paese: dalla rotondissima “filletta” al gelato verde cupo (lontano dalle improponibili tonalità fosforescenti in giro per il mondo), dai morbidi e glassati cuoricini ai natalizi “panitti”, ciambelline zuppe di pistacchi, nocciole, noci, mandorle, fichi secchi, uvetta, vin cotto e buccia d’arancia. I motivi per recarsi a Bronte sono tanti quanto i suoi monumenti; i piaceri numerosi quanto i suoi dolci. Non vi resta che imbarcarvi.



Si ringrazia Giuseppe Di Bella e l’Associazione Bronte Insieme per la gentile concessione delle fotografie



Link Utili:

Comune di Bronte: www.comune.bronte.ct.it

Pro Loco di Bronte: Via Attinà, 2 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. tel 3393572466

Info turistiche: www.bronteinsieme.it

Sito ufficiale del Pistacchio di Bronte: www.itinerarietneidelgusto.it

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.