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IL CARNEVALE E I SUOI DOLCI

Le feste, le tradizioni, le pratiche legate al Carnevale che caratterizzano la Padania sono numerosissime e presentano spesso peculiarità proprie e profondamente diversificate le une dalle altre.
Poiché naturalmente in questa sede è materialmente impossibile affrontare tutti i “Carnevali”, che oltretutto sono tra loro contrassegnati da differenze notevoli, proponiamo alcune brevi indicazioni sul senso generale della tradizione carnevalesca.

Carni vale, o Carovale, o ancora carne levamen, o addirittura carnalia, o currus navales, sono tanti modi, non troppo sicuri, per ricordare un’unica manifestazione il cui rituale pagano e cristiano convivono in una simbiosi fatta anche di echi di culti primaverili che, comunque, non si sono mai spenti.

La ritualizzazione della fine delle scorte invernali che precedeva l’inizio del periodo di carestia prima della bella stagione (periodo divenuto la Quaresima nella tradizione cristiana) è immediatamente stata trasferita nel sinonimo di festa, di trionfo dell’esaltazione dei beni materiali prima del loro abbandono, in attesa di un altro periodo ricco di nuovi frutti: quei frutti indispensabili per continuare il ciclo esistenziale terreno.

Il momento del peccato, l’apoteosi del pagano prima della purificazione, ha lentamente assorbito all’interno delle propria struttura celebrativa elementi nuovi, provenienti anche da culture esterne alla comunità. C’è un humus complesso alla base delle festività carnevalesche, in cui il vento della memoria evoca tempi lontani e si connette alla tradizione rituale dei Saturnali romani.

Non di rado il Carnevale è stato antropomorfizzato, diventando un essere animato in cui sono confluiti i modelli rituali di un passato mai completamente perduto e profondamente radicato nella cultura popolare tradizionale.

Il momento di aggregazione collettiva rinnova nella festa permessa –  malgrado tutto – un’opportunità per ritrovare la propria origine e acquistare ancora quei toni quasi magici che hanno accompagnato, fin dall’insorgere del cristianesimo, le manifestazioni culturali precedenti.

I rituali che nella tradizione popolare presentano motivi comuni (in cui possiamo rintracciare una serie di elementi per risalire all’origine della festa) propongono sempre un’intenzione di rinnovamento, quasi di rinascita e nella celebrazione trovano l’anello di congiunzione tra lo stadio precedente e quello futuro.

Alla base della tradizione carnevalesca c’è quindi la necessità insita di rinnovo, di purificazione, attuata nel passaggio da uno stadio all’altro.

Nella psicologia di gruppo il desiderio di rinnovarsi periodicamente, eliminando il peso di un “male” accumulato, è un impellente  bisogno, necessario per propiziare il futuro. Spesso i limiti di questi periodi sono oggettivamente connessi al calendario e alle sue alternanze.

Va osservato che il Carnevale è rimasto incuneato nell’anno liturgico cristiano, come un relitto pagano trasformato. Di fatto, si evince comunque che il tempo liturgico cristiano, al di là delle  coincidenze simboliche, non risulta più legato ai ritmi della natura, ma appare in relazione ad una storia di salvezza che accomuna i fedeli.

E’ difficile però ricercare una concreta connessione tra il “nostro” Carnevale e le manifestazioni rituali di un passato arcaico, periodo in cui ebbe un’opportunità concreta per maturare e irrobustirsi.

Come spesso è stato indicato, forse sono i Saturnali romani le fonti più antiche che possono essere indicate come il territorio sul quale si sarebbe lentamente consolidata la tradizione del Carnevale occidentale. Resta comunque il fatto che le interpretazioni del Carnevale sono molteplici, così come sono innumerevoli le sue modificazioni nei singoli contesti in cui ha trovato affermazione e diffusione.

Nel suo reiterarsi all’interno di un rituale definito, il Carnevale è vissuto come un ciclo eterno e ripetitivo, basato su eventi inscritti nella Natura, percepita come luogo normativo della divinità, struttura connettiva degli stessi comportamenti umani.

Anche ad una osservazione superficiale, ci si rende conto che il Carnevale ha  dovuto – come ha potuto – armonizzarsi con la simbologia e le ricorrenze cristiane, mantenendo inevitabilmente elementi di ambiguità e di dissonanza rispetto ai valori del calendario liturgico, in cui è rimasto in qualche modo impigliato.

L’atmosfera del Carnevale ci contagia sempre tutti, grandi e piccini, con la sua voglia di allegria, con il desiderio antico che finisca l’inverno e arrivi finalmente la primavera, il tepore del sole e le primule che sorridono sui prati delle nostre valli.

E anche chi non indugia in carri e mascherate, ma si ferma a respirare sulla porta di casa quell’arietta frizzante che porta ricordi di un tempo perduto, difficilmente si sottrae al fascino dei dolci fritti. Già, perché la maggior parte dei dolci carnascialeschi sono fritti. Fanno male, contengono il colesterolo, appesantiscono il fegato, alzano il diabete… però sono buoni. E carnevale non sarebbe carnevale senza le castagnole!

Sono moltissimi in Italia i dolci fritti di carnevale, e si possono distinguere in due grandi categorie. Alla prima appartengono le sfrappole, come le chiamano a Bologna, frappe a Modena, chiacchiere a Milano, bugie a Torino, crostoli a Venezia. Sono nastri di pasta dolce fritta nello strutto, insaporita con un poco di liquore d’anice e coperta di zucchero a velo, variamente intrecciate e annodate, o, come dice l’Artusi “accartocciate”.

Alla seconda categoria appartengono le paste fritte ripiene, le frittole con uva sultanina e scorza di limone, i tortelli con la marmellata di amarene, i tortellacci, ripieni di castagne o marronata, le castagnole con la buccia d’arancio e lo zucchero a granelli, mentre i tortelli milanesi sono ripieni di... aria!

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