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Ristorante “Agli Amici” - Udine: nulla da invidiare ai più celebrati tristellati

Il 2009 è stato l’anno della svolta. Un radicale intervento di restyling (dal quale è nata, per gemmazione, l’attigua osteria, ideale per gustare i piatti della tradizione friulana, oppure solo per un aperitivo “comecristocomanda”) ha trasformato quello che era un ottimo ristorante di provincia in uno dei luoghi più accoglienti e più raccomandabili dell’intero Stivale, che nulla ha da invidiare ai più celebrati tristellati.
 
Il buonumore nasce appena varcata la soglia, e, anzi, ancora prima, quando un solerte cameriere (che non si capisce come vi abbia scorti) esce in strada per consigliarvi come e dove parcheggiare.

Poi iniziano le coccole vere e proprie, camuffate da un calice di bollicine, da un pezzetto di focaccia e da due fettine di San Daniele (affettato al momento da una stupenda Berkel che fa bella mostra di sé nel salottino destinato allo stuzzichino pre-pasto).

Adeguata preparazione a una delle (mie) esperienze più emozionanti degli ultimi anni.

Mi limito, per non rovinare l’effetto sorpresa, al benvenuto dello chef, o apetizer, o amuse bouche, o come altro lo si voglia chiamare:

un’impepata di cozze in un solo boccone;
un foie gras che ha la parvenza di un ciottolo di mare gelato, ma che si scioglie immediatamente in bocca;



una sorta di spritz racchiuso in una sfera da schiacciare col palato;
un’insalata russa in un cornetto di pasta;



gocce di cipolla con aglio orsino, siero di latte e caviale.

Dai 2 menu (a 90 e 110 euro; alla carta intorno agli 85/90) non posso fare a meno di estrapolare il sensazionale “solodalghe”, una personalissima interpretazione dell’insalata (nel senso vero del termine) di mare, composta solo da erbe marine e da stille di varie creme in accompagnamento. Il senso assoluto del piacere.














Tutto il resto (terra o mare presenti in ugual misura) va dall’ottimo all’eccezionale. E, d’altra parte, i riconoscimenti parlano chiaro: 2 stelle Michelin, 3 forchette per il Gambero Rosso, 4 cappelli per L’Espresso.

Spacciatori di tanta piacevolezza, Emanuele Scarello (già Presidente di JRE Italia) e sua sorella Michela, governatrice di sala e cantina, ottimamente coadiuvata da un staff efficientissimo, compostissimo (ma affatto ingessato) e competentissimo. Ho esagerato con i superlativi, ma sono tutti ampiamente meritati.

La cantina è all’altezza ed è in grado di soddisfare anche richieste non banali; è previsto anche un percorso enologico, in abbinamento ai menu degustazione: 65 euro ottimamente spesi per un viaggio intorno al mondo del vino (a me sono stati serviti anche il vermouth di Santon e un eccezionale “portotonic”).

Un’ultima considerazione: Emanuele è sempre ai fornelli; se non c’è, il ristorante chiude e, di questi tempi, scusate se è poco.

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IO CI VADO per vivere un’esperienza più unica che rara.
IO CI VADO per mangiare come in un tristellato e pagare come in un monostellato.
IO CI ANDREI più spesso se non distasse 1150 km.

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