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Ostriche e Montonico: l’abbinamento targato D’Alesio Sciarr

Tutte le sfaccettature del Montonico. Il vitigno autoctono abruzzese Presidio Slow Food.
 
Azienda D’Alesio Sciarr. Identikit: realtà giovane, innovativa, desiderosa di crescere e abile, come poche altre, nel comunicare la propria identità. Conosciamo il nuovo arrivato in casa Sciarr: l’Abruzzo Montonico.

Parliamo di un’azienda emergente situata a Città Sant’Angelo, provincia di Pescara, in cima ad una collina che guarda l’Adriatico, la Majella e il Gran Sasso. I D’Alesio amano la campagna, sul serio e non a chiacchiere, quindi per presentare il nuovo vino autoctono hanno scelto di fare l’aperitivo in vigna, dove nasce tutto. Circa cinquanta ettari accarezzati dal vento che spira costante. È  la vigna il luogo che meglio rappresenta l’indole dei D’Alesio. Una famiglia orgogliosamente contadina e numerosa. È formata da: il trentenne Giovanni membro del Cda di  Coldiretti Abruzzo, addetto al marketing aziendale e alle pubbliche relazioni (da intendersi queste ultime come momenti colloquiali e mai formali);  i suoi 3 fratelli; i cugini;  nonno Mario; papà Emiliano e zio Lanfranco.



Lo zio è il titolare del ristorante e relais Marchese del Grillo, a  Fabriano (nelle Marche), che vanta una delle cantine più importanti e meglio fornite d’Italia; tanto da aggiudicarsi il premio "Wine list Award. Miglior carta dei vini della ristorazione marchigiana". La struttura era la dimora storica del celebre marchese Onofrio Del Grillo trasferitosi successivamente a Roma. Nella famiglia D’Alesio mettiamoci anche il giovane enologo Davide Soverchia che, nonostante le divergenze di dna, è considerato a pieno titolo uno di casa.

Il Montonico di Sciarr si caratterizza per i marcati sentori iodati, i profumi tendenzialmente floreali ed erbacei (di macchia Mediterranea)  incorniciati da note di drupe croccanti. Il sorso è duraturo, si beve con facilità, ma non è frivolo. Si fa apprezzare anche per la versatilità di abbinamento gastronomico. Sta bene sia con le minestre di legumi che con i crostacei e molluschi; con i crostini e con i formaggi mediamente stagionati, solo per citare alcune combinazioni proposte nel corso del pranzo che ha seguito l’aperitivo in vigna. Va detto che la freschezza del Montonico, derivante dalla acidità, è ben percettibile in questa versione “pescarese”, ma è decisamente più lieve rispetto alle analoghe espressioni provenienti dall’entroterra teramano. Non è un demerito, sia chiaro, bensì una  caratteristica dettata dall’areale in cui crescono i vigneti. Sono Bisenti e Cermignano (Te) le prime zone che vengono storicamente citate quando si parla di Montonico. Esistono attestazioni risalenti ai primi del ‘600. Da quelle parti il vitigno sfida quote anche di 500 metri sul livello del mare e il vino si contraddistingue per il gusto sapido e la acidità sferzante, tanto da ricordare alcune volte quasi un Asprinio d’Aversa. Queste caratteristiche lo rendono idoneo alla spumantizzazione. Infatti, tra i prossimo obiettivi dei D’Alesio c’è quello di offrire la versione spumante, in modo da sfruttare tutto il potenziale di questo raro vitigno, oggi diventato  Presidio Slow Food. Una volta era commercializzato come uva da tavola, esportato in Germania e consumato appassito nel periodo natalizio.



Degno di nota un riferimento al sistema di chiusura adottato per questo vino: il tappo a vite o tappo Stelvin (così chiamato riferendosi al nome della casa produttrice più famosa). In Italia guadagna timidamente terreno, ma il suo uso non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che se ne fa in paesi come l’Australia e Nuova Zelanda. Ad esempio, la rinomatissima Cloudy Bay chiude con il tappo a vite tutti i suoi blasonati Sauvignon Blanc e il Pinot Noir, da medio invecchiamento. Nel Belpaese, dove la tradizione gioca la sua  parte, il tappo di metallo con la filettatura  a vite viene associato, a torto,  ai vini entry level. In realtà, studi alla mano (si veda ad esempio una delle ricerche scientifiche dell’Australian Wine Research Institute), questo sistema preserva meglio il vino dall’ossidazione in generale, e non va usato solo in funzione dell’esigenza di mantenere intatti i  profumi e l’acidità nei vini giovani. Il fascino del tappo di sughero, la sua “poesia” e la sua funzione nei vini da lungo invecchiamento resta saldo. Ma il dibattito resta aperto per tutti quei vini, in realtà una vasta fascia, che potrebbero tranquillamente adottare la chiusura a vite e che non si giovano di questo sistema per resistenze prevalentemente commerciali. Fortunatamente alcune aziende italiane da qualche tempo hanno iniziato a dimostrare che la “via dello Stelvin” è percorribile con successo, ma non senza fatica. Qualche nome: Franz Haas, Jermann, Les Crêtes, D’Alesio new entry.



Per Sciarr il vino è sinonimo di sfida e convivialità. Tassello dopo tassello l’azienda continua ad arricchire  con successo il variegato mosaico produttivo. Dalla presenza al ristorante-laboratorio romano “Spazio”, dello chef abruzzese 3 stelle Michelin Niko Romito – inaugurato con un brindisi a base di SciarRosé,  spumante brut metodo Charmat (lungo),  beverino e senza fronzoli, ottenuto da uve Montepulciano – alla produzione di olio  extravergine d’oliva, legumi e cereali, praline di cioccolato ripiene all’olio extravergine d’oliva e cosmetici a base di olio.

Nota conclusiva. La ragione sociale D’Alesio è spesso accompagnata dal nome Sciarr. Esso rimanda agli affetti e alla campagna. Infatti, Sciarr è il soprannome del mezzadro che curava le terre di famiglia. Il suo nome è plasmato sulle etichette dei diversi prodotti aziendali e su quella dei vini, rigorosamente tutti autoctoni.

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