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La Prima-Vera del Dolcetto

La ricerca profonda d'un viaggio viscerale porta con se dubbi ed incertezze nell'animo di ciascun avventore. La conquista genomica, d'una varietà adombrata dagli oramai aristocratici fratelli Nebbiolo & Barbera, sfuma, come i contorni aromatici, olfatto-gustativi, proni, da sempre, a ricalcare ed inseguire la sembianze altrui.

Una rincorsa riduttiva, nociva all'indipendente e distinto Dolcetto che nulla ha da invidiare o spartire con i fratelli di campo. Un vitigno d'antica stirpe, presente nell'albo delle nobili uve da secoli. Elogiato con la virtù più gratificante che la vitis vinifera possa assurgere: la popolarità d'una bevuta contadina. Servire, imbandire ed accompagnare la quotidiana tavola, la qual reclama pane e vino, reclama senz'altro il corpo della vita: l'anima.

L'odierna volontà, generalizzata, con epicentro langhetto, mira all'espianto dei vigneti stessi, minoritari in partenza senza quest'ulteriore vicenda. Inoltre, controversa è la posizione da sostenere nei confronti del gusto e della scelta d'un consumatore non propriamente accorto.

Quest'ultimo infatti si cimenta con un assaggio sottile, agile e nervoso ma allo stesso tempo  mostrasi ampio e complesso, di spezia e frutto, senza spunto marmellato-opulento. Quindi una "terra di mezzo" ove si combatte tra lo smargiasso e l'economicità d'un vino qualsiasi, e lì, tra i dieci e quindici euro s'abbatte lo scontro per la sopravvivenza. Se venisse valutato con attenzione si potrebbe aver la pazienza di comprendere la possibilità d'una bevuta assai appagante e prestigiosa, dall'economico esborso. Il banale ma non semplice concetto del rapporto qualità-prezzo. Tenendo presente che la fascia bassa per i "vini da prezzo" si posiziona con un target massimo di cinque euro e il consumo quotidiano, compreso quello dei paesi tradizionali come l'Italia, diviene saltuario, incostante quindi edonostico, come si districa l'amara matassa del Dolcetto? 

La sopravvivenza si dibatterà, non a colpi di prezzo ma di qualità, d'unicità distinta, chiara e forte come un grido di battaglia. Si supererà l'impasse economico, solamente tramite talune varietà ,di fascia media, d'eccellente genuinità, territorialità e sincerità. Il Dolcetto, bacca detta propriamente autoctona piemontese, è forse il vessillo del dramma ma anche il capostipite della soluzione, d'una alternativa possibile e della riscoperta del vino come alimento quotidiano.

VINO AMARO, TIENILO CARO: il corredo genomico del vitigno smentisce la sensazione richiamata nel nome della varietà stessa. Il dolcetto è una cultivar con una presenza d'antociani stabili ( malvidine ) superiore a molti altri vitigni e alle proantocianidine stesse. Una tonalità cupa, densa ed impenetrabile come il buio d'una notte nera. L'acidità presente è misurata, composta e gentile per lasciar spazio a sensazioni tanniche ed allappanti. Quest'ultime con un volume d'intensità eterogeneo a seconda dell'estrazione nel processo di macerazione e  a seconda della zona d'origine.  Un vino piuttosto ricco di polifenoli , tende volentieri al violaceo anche dopo sei, sette anni d'affinamento ed oltre. Una cultivar, intelligente, antica , che di sicuro sa sopravvivere ai cambiamenti climatici odierni.

Quest'ultima è nota per un'ottima sinergia col vignaiolo nel limitare gli imprevisti metereologici dannosi, soprattutto in primavera ed in epoca di vendemmia. Le caratteristiche mostrano una germogliazione primaverile tardiva associata ad una precoce maturazione piuttosto repentina nel mese di settembre. Intuiamo fin da subito l'alta probabilità d'evitar gelate primaverili e la possibilità d'una pioggia dannosa nell'epoca di vendemmia. Aprile 2017, una repentina recrudescenza invernale impone la sua gelida comparsa, in diverse zone si è mostrata virulenta, come in Oltrepo', mentre in altre, come in Langa, risparmia maggior ettari ed aziende. Taluni produttori nella zona del Barbaresco, tengono a sottolinear l'eccezionalità d'un evento, presentatosi, l'ultimo, negli anni 80'. Le frequenti grandinate del nuovo millennio si riprongono puntualmente ogni anno, evento, che in passato era saltuario, occasionale e piuttosto raro. Il clima muta e le nuove-antiche varietà torneranno presto in auge. Il Dolcetto possiede una bacca delicata ed esigente,  oltretutto  poco redditizia e semisconosciuta, di conseguenza trascurata dai meccanismi modaioli. Svilente e snervante, è l'inconsapevolezza d'una necessità culturale verso taluni vitigni quotidiani che diversificherebbero lo scenario  sopperendo ai cambiamenti climatici. Disarmante quindi l'ignoranza d'una scelta obbligata per limitar le perdite economiche in momenti di crisi e mutamento.

La regione di vocazione e vinificazione del Dolcetto si riassume principalmente in Piemonte. Aree fulcro son state individuate nel corso dei millenni, come zone favorevoli ed ottimali per un liquido odoroso di superior qualità. Le aree sono quattro: Ovada, Monferrato, Langa e Dogliani. Il Dolcetto svilluppa caratterische di commovente bontà su terreni marnosi, calcarei, drenanti quindi ricchi di scheletro. I dossi delle dolci colline son gli appezzamenti che maggiormente riscontrano queste qualità, infatti l'origine del nome della cultivar deriva dalla parola dosset, la quale indica appunto i bricchi dei dolci rilievi. Altre fonti voglion identificarne l'origine a partire da una lettura dialettale della parola dosset, dove la lettera "o" si pronunzia "u" ricavando così la sensazione dolce. Quest'ultima si riesce a percepire in modo netto e marcato solamente quando l'acino è completamente maturo data la sua precocità settembrina. Un'uva a lungo considerata, talmente nobile ed appprezzata da esser adoperata per scopi curativi e commerciali. Essa possiede una ricchezza intrinseca di ferro e manganese, adoperata perciò per scopi terapeutici sino al 1950 e scambiata con la vicina Liguria per ricavarne il tradizionale piatto della bagna caoda: olio, acciughe e sale. In ultimo vien utilizzata per la sua dolce freschezza da cui ricavar la famosa cognà!

Le selezionate aziende alcune son biodinamiche ma tutte son fedeli al concetto più sincero e nobile del significato d'azienda agricola naturale. Il lavoro di prevenzione in vigna si attua con composti e preparati biodinamici, ove necessario con zolfo e rame. Nessun vino è stato ricavato se non da fermentazioni spontanee da lieviti indigeni senza subir alcun tipo di chiarifica e filtrazione.

FABIO GEA: DOLCETTO D’ALBA "PINO" DOC 2012
Leggiadro sposa ed incarna la volatil pungenza d'una rosa canina, la qual sfibrata tende, la corolla, ad un afror potente. Sorpreso a rimirar, l'iridacea sommità apicale d'un giaggiolo, appunto emozioni. Elegante, con il garofano all'occhiello, espira una fragrante fattura d'agrume, ampia e magra. Trama tattile polverosa di texutura ruvida ma carnosa. Essenziale ed ordinato mantiene un'acidità svizzera. Levità marina a ricalcar il binario della stratificata marna calcarea. Infine la presenza d'un duttil metallo gentile , conduce a costanti scariche di piacere speziato.

TOMASO ARMENTO - FORTI DEL VENTO: DOLCETTO "OTTOTORI" OVADA  DOCG 2010
Dirompente l'esuberanza d'un frutto ficcante, s'adopera calzante, per una composta siffatta d'aronia e mirtilli. Ricca la rosa dei frutti prestanti, cesella il sambuco smarca la botte. Mentre l'odorato si lacca di grezzi tranci di liquirizia, l'ossigeno apre i pori ad un liquido compatto. Sospesi in sospensione alleggiano miasmi di tabacco e noce moscata. Acidità fitta e martellante che ne rallegra il ritmo.



RICCARDO & DAVIDE SOBRINO - CASCINA DELLE ROSE: DOLCETTO "A ELIZABETH" ALBA DOC 2009
Presenza e pienezza d'un equilibrio ricercato. Trama fitta e celebrale, di precisa concezione , la qual armonica stronca, possibil divagazioni. Tannino ellittico ad alta densità, salinità blu di marna pronunciata, come il sangue venoso d'un corpo irrorato. S'arrovella il torto glicine fiorito attorno al ciliegio durone, presto gusteremo carnosi frutti dissetanti. Viole, cuoio, gani di pepe bianco e susine, marcano assieme la profonda bellezza d'una delle ultime sette magnum rimaste.

CARLO VIGLIONE: DOLCETTO D'ALBA DOC 2009
Sorprendentemente spiazzante, caratteristico ed ipnotico, sballa le sinapsi in estasi da jackpot! Le purezza siffatta virtù gorgoglia squillante, a cascata nel calice. Un insolito dolcetto tendendente al granato ,unica eccezione, proveniente da Monforte d'Alba. Afrodisiaco ed orientale ammalia ed abbaglia, inondato di sole mette in esposizione dolci arance sanguinelle assieme ai nutrienti frutti del tamarindo. Reminescenze mediterranee d'alloro e maggiorana s'amalgamano a minute fragole di bosco disidratate e  noci brasiliane . Un'eterogenea sensazione che ficcante punge le narici.  Corrispondenza gusto-olfattiva sorprendente, un'esplosione aromatica-speziata lungo tutto il cavo orale! Lunghissimo!



ELENA ROVETA -  CASA WALLACE: DOLCETTO "IL ROSSO" VINO ROSSO  VDT 2006
Come un rabdomante che scova un giacimento di spezia tagliente ritrovo le narci protese, verso il nucleo dell'ampio liquido odoroso. Il sisma speziato, d'epicentro alpino, dischiude amare emozioni erbacee di genepì e genziana, sorrette da un'impianto di cannella e macis! Dissetante come fosse una spremuta di chinotto, gustoso come la caratteristica caramella d'orzo tento di discernere la carruba dalla radice di liquerizia traendo dolci conclusioni di rabarbaro e mora.

GUIDO & RITA ZAMPAGLIONE - CASCINA GRILLO: DOLCETTO  PRATOASCIUTTO ROSSO  VDT 2004
Neboluso ed Ipogeo con una ruvida stuttura contadina. Macerato nell'umida campagna monferrina trae sensazioni terragne profonde. Diffidente elargisce scudisciate tanniche e fendenti ferrosi ,creando una cortina di cenere ed inceso, innazi ad un'olfatto esterrefatto. Prepotente usurpa la scena solar-speziata proponendo un'atipica sensazione autunnale pervasa dalla prime nebbie serali. Dischiude infine misteriosi manti di ciclamini persistenti.



URSULA E MARCELLO JOSEF REICHMUTH - PODERE LE ROCCHE: DOLCETTO "ROCHE " VINO ROSSO VDT 2003
L'arsura del rovente millesimo non ha sfinito la resilienza d'un vecchio ceppo nodoso. Non ha riarso la vita della prodigiosa bacca nemmeno durante le ore della canicola. Se possibile, ne trae maggior spirito giovando alla forza d'animo del liquido stesso. Solar impianto centrale, d'una dolcezza sottile, stimolante che rende il vellutato sorso tridimensionale ed onirico! Un liquido polposo e panciuto talvolta burbero e tostato come la robusta apenna macinata. Un baritono possente roboa educato l'ode a bacco.

NICOLETTA BOCCA - SAN FEREOLO: DOLCETTO SUPERIORE VIGNA SAN FEREOLO DOGLIANI  DOC 2001
Armonia ed equilibrio compiuto si riuniscon essenziali nell'ampia via designata ,tra due anime perennemente discordanti ed in contrasto. Plenario e complesso riassume le sue peculiarità in una calma precisa . Egli si mostra pervaso da un'espressione calda e rassicurante la qual pacata tranquillizza l'irrequieta frenesia dell'avventato degustatore. Reminiscenze lontane, fisherman nelle piccole scatole di latta giallo ocra unite a foglie di valeriana e chicchi di melograno passito. Voci di gioia nella aie lontane riportan alla memoria angoli d'un fondo inselvatichito ed incolto!



Un'esperienza unica e commovente che sicuramente ha saputo donare un'ampia visione panoramica sulla varietà Dolcetto. Una degustazione ,inoltre, che ha permesso di saggiar concretamente il potenziale evolutivo d'un uva troppo spesso sottovaluta. Una degustazione singolare che ho potuto condividere con molte persone! Grazie e...alla prossima!
Ultima modifica ilLunedì, 29 Maggio 2017 14:58

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