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La langa del contadino piemontese: Flavio Roddolo

La Langa piemontese e le langhe italiane coesistono all'interno di un binomio etimologico posto, comunque, ad indicar il medesimo sito e luogo.
 
L'etimologia del termine stesso è incerta, potrebbe derivare dall'etnico lombardo o da una radice ligure, l'origine potrebbe anche esser transalpina di provenienza francese e/o spagnola. Partendo dall'etnico ligure vi si riscontra il termine "Langates", associato a una delle tante tribù liguri che abitavano le Langhe, facendo riferimento alla posizione del castello dove vivevano queste popolazioni.

Se si considera l'etnico lombardo vi si riscontra il termine "Lanca" posto ad indicar il letto del fiume, che si perde in meandri abbandonati e piccoli ristagni d'acqua, attraverso una serie di sinuosità disposte in successione regolare nelle parti basse delle pianure alluvionali, proprio come il passaggio del Tànaro ricorda. Il significato oggi più accreditato deriva dal francese "langue" ovvero "lingue di terra". L'origine così mistica e misteriosa somiglia alla "natural" bellezza di questa terra sfuggente che sa esser opulenta qualora il bianco mantello ricoprisse, soffice e candido, il dolce profil d'ogni collina circostante.

In quel fatidico giorno Flavio ci riservò una familiare accoglienza all'insegna di una cheta nevicata che segnava una tregua, ma non l'armistizio, del faticar del vignaiuolo con la propria terra. Un legame, quest'ultimo, concretamente formatosi come verbo e casa con una solidità nell'aere percepibile. Un amore profondo, dal respiro lungo, il qual oggi tirava le fila da una marcia ininterrotta.

La neve in Langa è consuetudine, con frequenza ed abbondanza, si mostra in vigna come una vera e propria manna dal cielo, la qual generosamente ogni anno visita queste terre. Un elemento naturale che, infiltrandosi lentamente nel sottosuolo, supporta la falda acquifera che a sua volta ovvierà a problemi di siccità e stress idrico nella stagione estiva.



Un elemento naturale che protegge il suolo e le piante da temperature estremamente rigide in quanto isolante, un elemento, infine, che svolge soprattutto la funzione di contenimento delle popolazioni parassitarie. Flavio mostra la sua vigna di dolcetto antistante la casa padronale e una vecchia pergola rampicante lungo i muri perimetrali della stessa, orgoglioso ne indica la vita prefillosserica, sottolineando la varietà del ceppo: luglienga, una vite dimenticata che raramente si possiede.

Il Dolcetto è vitigno storico del Piemonte, forse uno dei più popolari ed antichi, assieme al Grignolino. Sicuramente il Dolcetto fu il primo vino per Flavio Roddolo, che da sempre ha sfamato e sostenuto la vita sua e l'azienda stessa.

Al suo fianco, tra mezzi discorsi ed intere parole sospese nel vuoto, poste a sottolinear ciò che entrambi pensiamo, riusciamo a visitar la cantina, ovviamente attraverso la forma mentis di Flavio, perchè lui stesso afferma : <<Eeeh, ma sai, cosa vuoi...non riesco a controllarmi io figuriamoci i vini o la cantina!>>.
 
RACCONTI DI CANTINA: completamente interrata, muri di contenimento adagiati su pali franchi a diretto respiro con la fresca terra. Squarci a volta sulla bianca marna in quel di Monforte d'Alba completano il volere di Flavio: nessun controllo della temperatura, nessun impianto di condizionamento, nessuna tecnologia in cantina. Come lui stesso afferma, ed io condivido la sua semplice ma non banale affermazione: <<Nooo, ma sai, tutto questo spreco di energia e impiego di roba per far semplicemente e solo vino!>>.

Flavio vorrebbe poter riprodurre l'intera cantina riprendendo l'esempio di quella vecchia, ovvero terra battuta a contatto con le volte di rossi mattoni. Purtroppo, con nostalgico rammarico, il modello in questione è oggi impossibile riprodurlo secondo i variopinti commessi incaricati dall'ASL. Storica, tradizionale e minuta, vi si ritrova il riposo di due o tre barriques da cui si ricava solo il famoso Barolo proveniente dal cru Ravera. Simbolo e sintesi, secondo Flavio, del punto ultimo della sua produzione a cui approdare.

Idealizzato e spiritualizzato, incarna ed assorbe l'essenza del sapere viticolo impartitogli dal padre, per questo il Barolo affina passando unicamente da ventennali barriques rigenerate poste unicamente nella vecchia cantina!

NELLA BOTTE PICCOLA C'E' IL VINO BUONO



A tal proposito vorrei poter spiegare la mera decisione necessaria che Flavio Roddolo prese, per chi trovasse incongruente la scelta della barrique con la tradizionale e solida figura del vignaiolo piemontese o semplicemente per chi rinnegasse a priori il piccolo legno.

La tenuta, ed in generale i vari appezzamenti viticoli, è costituita da poche manciate di ettari da cui Roddolo ricava della splendida e sana uva. Attraverso una spietata selezione dei grappoli riduce drasticamente la quantità di mosto disponibile, aumentando il godimento del fortunato "bevitore".

Di conseguenza, uve e vigne simbiotiche al clima stagionale da cui si ricavan quantità altalentanti a seconda delle condizioni annuali. Il pericolo della grande “botte scolma” per il piccolo vignaiuolo è dietro l'angolo, eccetto la manifesta volontà di maderizzare l'eccellente nebbiolo, barbera o dolcetto. Per chiudere ed ovviare ad ogni singolo dubbio bisogna ragionar sulla componente temporale, in media ogni barrique possiede una ventina d'anni (con punte di venticinque-trenta rigenerazioni), oramai il legno non è altro che un mero contenitore con un perfetto grado di traspirazione ed umida elasticità  che non cede e non conferisce alcun particolar sentore al vino stesso.

Riportando ora l'annedoto raccontato in quel frangente, mi soffermai a ragionar sulle dinamiche che ingannano e distolgono il consumatore dall'unico elemento su cui ragionar, il vino: <<Quello che mi era rimasto quando si parlava molto sulle botti. Sai, avevo visto un servizio televisivo in Francia sullo champagne, stavano preparando le botti per la vendemmia e avevano delle botti che erano nere come il carbone, erano vecchissime! Dicevano che avevano cinquant'anni e che l'avevano sempre fatto fermentare lì il vino! Era il momento in cui si parlava molto del vino che sapeva di legno, parlo degli anni novanta, di botti nuove... e allora ho pensato che c’era un’incongruenza, si voleva copiare i francesi comprando le botti nuove, ma poi i francesi stessi usavano quelle vecchie! E allora mi è venuto in mente che qui qualcuno sta sbagliando qualcosa!....>>

RACCONTI DI VIGNA: Flavio è un contadino formatosi "in casa" per diretta discendenza dal padre da cui apprese tutto il possibile e ne portò avanti l'impostazione sino ai giorni nostri. Produrre un vino, oggi considerato naturale, ma che non è altro che il vino vero di una volta.

Concimazioni da materia organica in maniera sporadica, nessun uso di irrigazione e alla gogna qualsiasi pesticida, fitofarmaco, erbicida o fertilizzante, derivano da forti convinzioni vissute sulla propria pelle e da concrete vicende osservate. A tal supporto vi riporto un breve aneddoto: <<Negli anni sessanta di trattori in giro ve ne erano ancora pochi. Ad un vicino che non ne possedeva son andato a fresare una vigna a cui avevano dato un diserbo, alla sera mi sentivo male, ma male da morire perché, sai, col trattore sollevi tutto e fai polvere e respiri tutto. Quella sera è venuto il dottore a casa, il medico condotto di Monforte, e mi ha chiesto cosa avessi combinato! Io gli ho risposto: niente, cos'ho combinato...son andato a fresar una vigna! Mi disse allora che avevo preso un'intossicazione di quelle toste! Mi disse anche che noi in campagna dobbiamo far attenzione. Mi fece un esempio: quando è uscito il DDT la gente lo teneva in casa o nel cassetto del tavolo, sembrava una benedizione!  Dopo cinquant'anni si è scoperto che era tossico e cancerogeno. Adesso che escono cinque o dieci prodotti nuovi all'anno, tu pensi che lo sanno l'avvenire? Mi disse che dovevamo fare attenzione perchè di quei prodotti non si conosce l'avvenire!>>.  

L'impiego di sali di rame tra le forme di lotta ai parassiti della vigna è osteggiato da chi propone chimiche soluzioni vendendo piccole boccette di pesticida ad un prezzo di mercato esorbitante, completamente scollegato dal mercato, in lucro all'agricoltura oramai dipendente. Il rame è oggi più che mai osteggiato o comunque demonizzato con un accanimento particolare su cui mi son soffermato a pensare: il rame è un minerale e come tale ha un prezzo "politico" essendo una commodity e per questo poco redditizio. Per quanto riguarda l’assenza di  controllo di temperatura in fermentazione e la totale assenza di stabilizzazione o filtrazione deriva dall'uso comune con cui il padre gli insegnò a produr vino.

Smise di nevicare e saggiamente ci fece accomodare nella stanza ove spesso e volentieri si degusta, in compagnia, davanti ad un caldo e scoppiettante fuoco. Le bottiglie si susseguirono abbondanti senza parsimonia, ma in questo frangente vorrei ricordar nello specifico il Dolcetto "base", il Ravera Barolo e per finire una magnifica Barbera che con fierezza sposò il tempo.

Un'idea totale mi sovvien, come se in quel luogo il "vecchio Piemonte", povero, solidal e contandino si mostrasse attraverso questi lenti fiocchi rilassati. Ricoprono, essi, le marnose e crude lingue collinari, stratificano negli animi irrequieti di questa terra a lungo isolata, popolata da vignaiol resilienti che, saggi, osservano in silenzio il mutevole scorrer del tempo. Roddolo rappresenta l'emblema di questa parafrasi, un'idea di cui il Piemonte ha sempre più bisogno

DOLCETTO D'ALBA SUPERIORE DOC 2012



L'emblema, il simbolo e la storia di Flavio Roddolo, il vitigno principe dell'azienda con cui si è sempre accompagnata la tavola della vita stessa e il vitigno che ancora oggi ritrova la dimensione più importante nell'animo suo. Strabiliante e stupefacente, un Dolcetto di suadente virtù, impastato di tannini cremosi ed acidità misurata, di sale sulle labbra da leccar come al mare. Potente e muscoloso, si riscopre generoso nel palato, spiazzato da un estratto bidistillato d'orchidea e ciclamino con quel deciso sapore di tabù e ferro che distintamente ho saggiato. Ossigeno, tempo e silenzio, ne riscontro la rassicurante arancia rossa unita ai numerosi refoli di dolce resina pungente. L'annata possiede peculiarità di vecchio stampo in quanto gli ultimi dieci anni risultano mediamente torridi, per questo anticipati. Un ritardo nel germogliamento ed allegagione fu conseguenza di una primavera fredda e di un prosieguo delle piogge nei mesi di maggio e giugno. Fu comunque una vendemmia eccellente, scaturita da un caldo e costante sole di agosto, perdurato sino a fine settembre ed oltre!

BAROLO RAVERA DOCG 2010



Etichetta immutata dall'inizio della sua produzione, due putti simbolicamente gioiosi recano il festoso frutto inebriante. Un’annata classica e fortunata, celebrata ed acclamata a gran voce come per il noto millesimo 2004. Equilibrio sopra ogni  possibile misura, derivante da un piccolo appezzamento all'interno del frazionato e ristretto cru Ravera, nel comune di Barolo. Secondo una sinfonia lisergica e polifonica mostra il muscolo polifenolico, ingentilito da una cura e pulizia culturista. Pungenze di gesso e canfora si intrecciano con estratti di ginepro, cipresso ed humus. La materica carne, che si presagisce in evoluzione, vien identificata nella succosa arancia sanguinella e nella nervosa amarena che di sale e freschezza pulisce il sorso.

BARBERA D'ALBA DOC 1996



Silenzioso, con disinvoltura vien posto sul tavolo come uno fra gli altri figli ai quali in egual misura ha voluto bene. Luccica il pensiero che con occhi tracima, riposto nell'intimo io, sopito, sospira e rimembra le odorose pungenze. Giorni caldi di prati riarsi ed argillosi suoli di terra battuta, di angoli umidi e muri scrostati. Una corsa a perdifiato, una pueril ferita tra pennellate di mercurio cromo ed ittiolo. Recente è la botanica scoperta del caratteristico aroma d'assenzio che, esuberante, tende a sfumar verso le rassicuranti genziane solitamente macerate con arnica, lentisco ed alloro. Accompagnato per mano dal tempo ha potuto festeggiar la maggior età, adesso preme per stupire come un esuberante ventenne, qual è. Veste intrigante di curcuma e cumino, ammalia e conserva la nervosa freschezza che mai lo abbandonerà, tratto saliente di una gioventù eterna.

Un'esperienza gratificante, rassicurante e vigorosa nella conferma che la direzione giusta è questa! Grazie Flavio, alla prossima!
Ultima modifica ilLunedì, 13 Marzo 2017 10:12

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