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Pietro Bandini: il vignaiolo compositore

Dallo sguardo placido e sornione, adagiate sui bricchi delle prime colline, Brisighella ed Oriolo dei fichi, ergendosi rasentano la mistica nebbia che ingloba i campi romagnoli.
 
Volgono esse il loro sguardo alla millenaria "Via" che da sempre divide la vita contadina tra la gente che vien da "lassù" posta a Nord , tra le sperdute lande brumose collinari a tratti montuose, e la gente di "campagna" posta a Sud della cruciale Via Emilia.

La famiglia di Pietro Bandini, e i suo avi, da duecento anni sin ad ora vengono identificati come : quelli che vengono da Quinzân. Quest'ultimo appellativo è il nome con cui la sua famiglia viene chiamata da più generazioni, dopo aver lavorato la terra, da mezzadri di un podere chiamato appunto Quinzân.

Attraverso il piatto e cheto orizzonte, lassù dalla Torre di Oriolo, lo sguardo giunge innanzi all'inerme e spalancata porta orientale ove il freddo vento russo irrompe puntualmente, sferzando la battigia e la conseguente pianura senza riguardo. Si tratta dell'ingresso principale sugli arati campi nebulosi, collocati in una piatta striscia di terra argillosa che subito tiene a mescolarsi con le prime dolci colline.  

Nelle aie e nelle corti sparute tenacemente accresciute, esse si riscoprono punto di incontro, di avvicinamento sociale al vissuto rural-contadino tramite l'insegnamento del dialetto romagnolo pregno di simboli e costumi. In questi luoghi simbolo, fulcro vitale di consuetudini culturali, nasce l'idea di una collaborazione-istruzione con le scolaresche in visita. Quest'ultime disegneranno e daranno vita poi alle etichette oggi adoperate.

Quinzân in questa terra argillosa coltiva vite, albicocco, susino, pesco, kiwi e cachi. Completano la fattoria la presenza delle api, per la produzione di miele e cera, un minuto gregge di pecore, e gli animali da cortile (galline, conigli, anatre).

Questa piccola fattoria didattica brulica di biodiversità e di poesia. La medesima poesia di un noto poeta romagnolo in quel di Pennabilli: Tonino Guerra.

Egli racconta tramite una fantasia, una metafora, il passaggio di una vicenda realistica quanto mai moderna e spinosa: <<.....Questo è il mestiere che fa Pierino in primavera: porta le arnie in giro nella campagna e poi aspetta all'ombra che i culi delle api golose e impazienti, ingravidino i fiori . Ecco perchè nascono i frutti, altrimenti non ci sarebbe nè mele, nè pesche, piú niente....>>.

Quinzân come artista compositore oltre che come agricoltore: <<Nasce nel 1996 il progetto, quando, dopo alcuni esperimenti musicali negli anni precedenti, inizia a cantare della sua terra, della Romagna, ma anche della propria terra, quella che coltiva dall'infanzia. La terra diventa la prima fonte d'ispirazione per musiche e parole nate durante il lavoro di contadino. La terra come punto di partenza da cui nascono tutte le storie e la terra come punto di arrivo per il contadino che senza di essa manca di tutto >> Musiche coinvolgenti, gallici strumenti, ballate tumultuose coronano un artista con la "vita" sulla pelle.

Folle è la passione del vivace foco contadino, scranni attorno ad esso raccontano di euforiche ballate, di fisarmoniche tirate caldamente soffiate. La terra racconta di fuochi, d'amore, di feste, di fatica, di lavoro, di pioggia e di siccità, di nebbia e di stelle! La vita è piena ed irruenta e con lei ad attendervi troverete sempre e solo lui, in prima linea ad illuminar l'animo del poeta cercatore che della terra è "direttore": QUINZÂN!

Centesimino "Romeo" Ravenna IGT 2012



Il Centesimino è una monetina di rame, da un secolo fuori corso, del valore di un centesimo di lira. Negli anni '60 furono messe a dimora nei dintorni di Oriolo numerose viti allestite con tralci provenienti da un vigneto presente nel podere "Terbato" di proprietà del signor Pietro Pianori, detto Centesimino. Le marze di tal vitigno presenti nel podere Terbato provengono da una vicenda non del tutto casuale ma sicuramente fortunata. Si narra di un signorile palazzo degli anni '20 , nel centro storico faentino, ove vigeva e regnava il classico biodiverso giardino interno. Si pensa che le marze provenissero da una pianta scampata alla fillossera, poiché conservata entro le mura di tal giardino. Sicuramente la vicenda sfumata nel tempo è veritiera , confermata dalla tesi di una tardiva ricostruzione dei vigneti faentini, colpita da fillossera, dopo la seconda guerra mondiale.

Ad oggi si è scoperto che l'uva Centesimino geneticamente corrisponde alla varietà Sauvignôn rosso. Allora ,prima del crescente interesse per la varietà, si pensava che queste viti fossero arrivate in Romagna dalla Spagna e a supporto di questa origine si indicava la presenza, in alcuni vigneti, di viti denominate Alicante (“Alicante del Faentino”) . Appurata l'alta qualità del vitigno che riscontrava sempre più interesse tra gli appassionati degustatori ,in simbiosi coi viticoltori, se ne fecero degli studi scientifici. Si riscontrò una forte differenza dall'Alicante ma una somiglianza del profilo isoenzimatico di Aglianicone, Barsaglina, Cesanese comune, Ciliegiolo, Franconia, Montepulciano e Moscato di Scanzo. Successivamente con lo studio ampelografico e genetico ( DNA ) si stabilì che il Sauvignôn Rosso  era una varietà a sé stante, non ancora iscritta al Registro nazionale delle varietà di vini.

Quinzân lavora in un podere posto sulle prime colline sopra Faenza acquistato dal nonno Romeo nel 1947. "Romeo" è rappresentato, sicuramente stilizzato, amorevolmente designato fautore e ambasciatore tramite l'artistica etichetta "d'autore", dall'immagine piena, che ne mette in risalto il contenuto: l'uva "Centesimino".

Varietà, appunto, di anziana virtù, di incerta provenienza, perduta nella saggezza del tempo. Di stirpe confusa rimarca volentieri il dolce e forte carattere varietale per cui gli "anziani" tenevano a possedere e preservare qualche filare. Mi sovvien d'istinto la similitudine del generoso anziano accogliente, saggio e confortevole pronto a mostrare infinita gratitudine a chi sapientemente decida di dedicarsi all'ascolto. Rari e vetusti sono i biotipi di Sauvignôn rosso dell'azienda, innestati da suo padre e dallo zio precedentemente. Ad Oriolo dei Fichi nei giorni precedenti la vendemmia ,assaggiandone e scegliendone le viti dai grappoli più profumati, ne scelsero i campioni.

Vinificato ed unicamente affinato in acciaio e cemento. Di cioccolato e caffè si compone l'etereo e volatile sorso. Color amaranto è il balsamico sorso. Liquido è lo sciroppo  d'amarena, ciliegia e lampone . Grasso, festoso e giocoso da coccolare in compagnia d'un allegro camino, che brucia ed arde la resina del cembro pino. Suadente e tattile, si muove con pastosa virtù nel palato estasiato. Spezie natalizie a richiamar il calor delle intime amicizie .Cannella , chiodi di garofano,magnolia nera a comporre gli aromi della festa ricercata! Un piacere e un onore aver incontrato sul cammino questa realtà!

Sangiovese "Lòm a Mêrz" Romagna Superiore DOC 2012



Ovvero i “lumi a marzo”. Secondo la tradizione contadina: falò propiziatori per incoraggiare l’arrivo della primavera. Ci si radunava nelle aie, si intonavano canti e si danzava intorno ai fuochi: mangiando, bevendo e soprattutto divertendosi! Una millenaria tradizione per l'agricoltore-contadino, in quanto la primavera è da sempre vista come un momento propiziatorio. Ed il fuoco assume il significato di una presenza necessaria al dialogo con le forze vitali e creative della natura.  Il significato di una forza che dopo i rigori dell'inverno tornava a far sfoggio di sé riportando alla vita le colture. Piccolo richiamo alla moderna Biodinamica?

Sangiovese, sangiovese romagnolo sui colli faentini. Penso che vi siano poche aree italiane così fortemente svalutate e sottovalutate in connubio con il vitigno sangiovese. Da sempre indistintamente gettato nella massa della scadente fattura prova a distinguersi il piccolo artigiano. Denso e mellifluo ricade nel cristallo,una gioia dei sensi. Un tripudio di nere prugne mature, gladioli ed orchidee a macerar il femminil sorso. Sapientemente speziato in legno affinato profuma di canfora e pepe bianco. Giorni di ossigeno e si mastica pepe nero.

Fintanto che le lacrime hanno spazio d'esistere ci accompagnano di gioia innanzi l'imbandita tavola. Che "bazza"!
Ultima modifica ilVenerdì, 11 Novembre 2016 06:51

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