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L'Etna Doc di Gambino

Petto Dragone chiamano la contrada, forse perché le alture di questo frammento di Etna a Linguaglossa rassomigliano al costato ansante di una bestia addormentata. È sul torace di questa creatura, verde di boschi e grigia di lava, che i fratelli Mariagrazia, Filadelfo e Francesco Raciti hanno eretto il proprio castello, a guardia del quale, su lunghe file di antichi terrazzamenti, si levano pali e viti ritte come antiche falangi macedoni: stanche, dopo la battaglia, schiudono i propri occhi su un mare lontano e mangia cuore.
E davvero di guerra si tratta: qui, come in Valtellina, gli uomini lottano per strappare brano a brano pezzi di terra fertile da coltivare, e le viti di nerello brigano per affondare le proprie radici nel suolo più profondo, tra le dure scaglie del drago immaginario.

Una bestia di venti ettari, a vite e olivi, difficile da domare, sellata saldamente dopo sforzi e investimenti coraggiosi, in felice accordo con l'Ente Parco dell'Etna, lieto di trovarsi di fronte ad una cantina perfettamente integrata con l'ambiente. Oggi, dal dorso della creatura, chiunque può godere dello splendido panorama: affacciati dalle enormi vetrate della sala degustazioni, i boschi scoscesi dell'Alcantara, le rocche di Castelmola e Taormina, il blu vellutato del mar Ionio si infrangono dritti sugli occhi del visitatore, come frammenti di immagine lanciati dalla mano di un Dio. Una nuova cantina a lavorazione integrata, frutto di investimenti e sacrifici e presto attiva, lievita giorno dopo giorno sotto il grande salone dei visitatori, i quali, presto, potranno goderne a dovere, muovendosi a proprio agio tra tini e botti, osservando in totale trasparenza il lungo lavoro di vinificazione, dai grappoli raccolti fino al vino nelle bottiglie.

Un vino, quello dei fratelli Gambino, graziato da un territorio a novecento metri sul mare, sul versante nord-est dell'Etna, burbero ma generoso, curato con venerazione da un agronomo competente: si parla sempre degli enologi – dice Francesco Gambino – ma nessuno considera mai il lavoro dell'agronomo; eppure è dall'uva che nasce il vino. È dal terreno che inizia la sua storia: tutto comincia dalla terra; la terra, le piante, sono le cose più importanti. E le piante ringraziano; e ricambiano. Cantari, un nerello mascalese delicatamente denudato della propria veste rossa, dopo una sosta in acciaio di quattro mesi e un breve riposo in bottiglia, si offre coi suoi aromi delicati di glicine, ginestra, mela e agrumi, per poi scoprirsi al palato in tutta la propria  sapida potenza. Alicante, vino rosso a base dell'omonimo vitigno in bland con il cabernet sauvignon, dopo quindici giorni di macerazione, dodici mesi in barrique e sei mesi in bottiglia, esplode al naso coi suoi sentori di mora, rosa e lampone fresco, pr lasciare poi spazio a delicate speziature di tabacco umido, lo stesso che inzuppa le pipe di tanti vecchi pescatori della Costa Blanca, lì dove il vitigno è nato. Alcolico e intenso, trascina la testa, sorso a sorso, in una danza degna delle migliori jotas valenciane. Feud'O bianco e Feud'O rosso celebrano le nozze tra il grillo e il nero d'Avola degli infuocati vigneti dell'entroterra con il carricante e il nerello delle ardenti colline dell'Etna; il risultato è un accordo degno della più scatenata orchestra zigana: brioso, lungo, esplosivo.

E poi Tifeo, né titano né gigante, che Eschilo volle a dimorare nell'Etna e che i fratelli Gambino hanno voluto imbrigliare nelle proprie bottiglie. Il Tifeo bianco, Etna Bianco DOC, è sapido, avvolgente, fresco e sferzante; la creatura tanto temuta da Zeus, adesso ingentilita, offre con generosità un bel cesto di zagare, agrumi, miele ed erba limonina. Il Tifeo rosso, Etna Rosso DOC, al palato scopre con garbo i suoi muscoli vellutati; al naso, la sua frutta rossa polposa, le spezie, la mineralità assorbita dalla terra nella quale vive da millenni.

E infine Petto Dragone, Etna DOC di puro nerello mascalese, macerato per almeno venti giorni e poi messo per un anno a levigare le proprie focose intemperanze in botti grandi e per un altro anno in bottiglia. Un labirinto di odori da percorrere tra rose e tabacco umido, spezie e schegge minerali.

Vale la pena di salire fin quassù, magari all'ora di pranzo, gustando una zuppa di legumi o una salsiccia in umido, piccoli stuzzichini da gustare a calice pieno, sul dorso del drago, sul ventre di Madre Terra, accompagnati dai racconti dei fratelli Gambino, sacerdoti del buon tempo antico, quello vero, fatto di cose vere, come i loro vini.
Ultima modifica ilMartedì, 27 Maggio 2014 08:13

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