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Il "vulcanico" Primaterra

Nell'infanzia di Marcel, il protagonista della Recherche, c'è una madre a lungo attesa e un vassoio di madeleine. Nell'infanzia di Camillo Privitera c'è una tavola imbandita, una bottiglia di rosso e un solenne sacerdote del rito domenicale, suo padre; in quella di Tiziana Gandolfo c'è la storia di un'agenzia di viaggi, fondata dal nonno nel 1947, e ancora oggi votata a mostrare le bontà della Sicilia. Unite le proprie passioni, Camillo e Tiziana le santificano nel 2003, fondando l'azienda Primaterra.


Primaterra, come dire primigenio, primo amore, primavera. Storia di famiglie, certo, dove l'eredità per una volta non è fatta di vigne tramandate ma di ricordi e insegnamenti; storia d'amore, soprattutto, per la propria fanciullezza, per il vino, per la natura, per l'Etna, per un progetto nato e cresciuto in comune.
Inizia un lavoro infernale, lungo tre anni: il vigneto esiste già, ma necessita di cure. Il terreno, sabbioso e vulcanico, viene rivoltato a macchina: ne emergono massi ciclopici, da frantumare, macinare e rimescolare nel campo. Alla terra, così snellita, dopo tanto pugnare, verrà concesso il giusto riposo: un anno di silenzio per respirare e rigenerarsi, pronto a ricevere le barbatelle di nerello mascalese, ricavate dalle marze del vigneto precedente. Ben presto la tenuta si arricchisce di due ettari e mezzo di terrazzamenti. Il risultato è un giardino di filari e alberelli orchestrato geometricamente in distanze adeguate: ottanta centimetri tra pianta e pianta e un metro e ottanta tra filare e filare.

Le vigne di Primaterra fioriscono sull'Etna, in contrada Sciaranova, tra Randazzo e Passopisciaro, a ottocentocinquanta metri sul livello del mare. Il terreno drenante allontana i rischi di asfissia radicale, l'escursione termica tra giorno e notte e garantisce l'umidità necessaria a scongiurare irrigazioni di soccorso, i boschi che circondano l'azienda sono una calamita naturale per la flora microbica e la ventilazione naturale salvaguarda il vigneto dagli attacchi della muffa. Niente diserbanti e tralci potati a fare da concime.

Del resto, perché curare anziché prevenire, si chiede Camillo? Se si è raffreddati – continua – si assume l'aspirina; ma se si sta bene, che bisogno c'è di farlo?  Una questione posta già nel 1968, in pieno periodo di terrore di guerra biologica, da Druett e May, microbiologi del Dipartimento della Difesa inglese, strenui difensori dell'aria aperta e della luce del sole negli ospedali come protocollo di prevenzione delle malattie. Nei vigneti circondati da querce, roverelle, castagni e piante selvatiche, dove le albicocche sono beccate dagli uccelli e i cavuliceddi punteggiano il terreno, entrano solo poltiglia bordolese e stalattico, per un vigneto sano, non perfetto.

Il risultato di tanto amore prende forma in cantina: un vino di acidità e dotazione alcolica, fatto di territorialità estrema, con note di pietra fumé, humus, terra ferrosa, rugginosa, minerale. Il Primaterra rosso è vivo alla vista, retto bene da una significativa luminosità; al naso è pieno, con sensazioni di pepe nero, viola,  pesca, marasca; note di sottobosco, di ferro, di terra. In bocca è lungo, pieno, consistente, con ritorni di spiccata freschezza e mineralità. Un rosso da poter aspettare per anni, in serenità.

Il Primarosa, rosato dell'azienda ottenuto dal salasso di parte delle uve destinate al rosso, è color cerasuolo, vivo, pieno e consistente. Emerge al nato una nota aromatica, poi il rosmarino, la pesca, la fragola e la ciliegia.
Vino di freschezza significativa, sposato ad una bella nota alcolica e dal tannino adatto anche al palato estivo, nonostante la  pienezza. Non è un bianco macchiato di rosso ma un vero rosato da Etna. E mentre in cantiere c'è già un bianco Etna da carricante e un metodo classico blanc de noir da nerello, le barbatelle di moscato bianco fanno capolino dalle terrazze.

Sotto un castagno stanno mangiando degli americani in visita: non avevano idea di cosa fosse quell'albero, di cui tante volte avranno visto i frutti nelle buste. A poggiare il naso dentro il bicchiere, a casa, chissà, magari se lo ricorderanno. È quello l'obiettivo di Camillo e Tiziana: odore di territorio nel bicchiere, vini proustiani, che non sappiano di modelli preconfezionati ma di singolarità irripetibili, di vigne e uomini innamorati del proprio pezzo di terra. Una terra ansiosa di mostrarsi agli avventori, di rivelarsi in tutta la propria ricchezza. Primaterra è anche questo: luogo degli affetti dove chiunque è libero di goderne appieno, riposandovi la notte e facendo colazione; pranzando sotto le fronde e cenando tra il frinire dei grilli, magari dopo una lunga passeggiata, guidati dalla coppia tra sciare infuocate e betulle biancheggianti.

Vino, certo, ma anche ospitalità dunque, perché a Primaterra ciascuno possa godere del tempo necessario a comprendere fino in fondo la “muntagna” e tutto ciò che la circonda. 
Ultima modifica ilDomenica, 30 Marzo 2014 20:44

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