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Al Castello di Rubbia non si seguono regole fisse...

Natasa abita nel Carso friulano, da generazioni. E’ la sua terra, nel bene e nel male, ci è affezionata. Siamo ai confini con la Slovenia, dove si mescolano due culture, lingue e tradizioni: quella friulana e, appunto, la slovena. Per chi come lei produce vino, il Carso non è territorio facile. Si ama, ma a volte si rischia di odiarlo, perché è rude, non ti lascia prendere fiato, devi sempre essere presente e attento.
Ti mette alla prova con il clima, la sua struttura dei terreni con doline, grotte, e poi l’acqua che ora c’è e poco dopo è sparita, per riapparire chissà dove. La Bora, la neve e i periodi di siccità si aggiungono a quanto detto per completare l’immagine che identifica questa realtà. Proprio nel Carso troviamo uno dei territori più vocati per la vite, anzi per certe tipologie di vitigni, quelli che sanno adattarsi a questo terroir.

Natasa è titolare dell’azienda “Castello di Rubbia” a San Michele al Carso, paese che forse a qualcuno evoca pagine di storia cruente: qui si consumò una tra le più terribili battaglie della 1a guerra mondiale. Nel 1917 il paese andò distrutto, e con esso tutti i vigneti circostanti. Si salvò in parte il castello, proprietà che fu dei conti Egg austriaci, tra i primi a coltivare in maniera intensiva la vite in queste terre.

I Cernic – la famiglia di Natasa – hanno radici qui, e come dice lei “Siamo dei viaggiatori con le radici ben piantate”. Nel 1998 decide di iniziare l’avventura recuperando i primi vigneti e puntando sulle varietà autoctone da sempre presenti nel Carso: la Malvasia istriana, la Vitovska e il Terrano, tra i pochi rimasti di un patrimonio ben più vasto ma andato perduto nel tempo.

L’inizio non fu facile, prima della grande guerra le produzioni di uve si vendevano alle vicine cantine slovene, poi, poco alla volta, la famiglia Cernic si rese autonoma e iniziò a gestire i vigneti e provare le prime vinificazioni. Nel 1998 la svolta, con la scelta di puntare sulla qualità, sposando una tecnica di coltivazione che prevede alta densità d’impianto, fino a 8-10.000 ceppi per ettaro, ognuno potato con tre gemme a frutto. La resa annua farebbe venire i brividi a molti colleghi: si va da 20 a 30-35 quintali per ettaro.

Anche in cantina la scelta fu per le fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, macerazioni controllate con temperature fino a 16-18°C e decantazioni, cercando di ridurre al minimo l’intervento dell’uomo nel processo naturale. Ovviamente ne escono vini non banali perché devono raccontare una storia, devono rispecchiare il Carso, così come lo vede Natasa. Non devono lasciare indifferenti chi li degusta. A me piace il loro motto: “Non si seguono regole fisse, ma si cerca piuttosto di interpretare al meglio la storia del vigneto, ogni anno...”.

La Malvasia d’Istria è prodotta con fermentazione in acciaio, da uve raccolte a fine settembre. Sempre e solo fermentazioni indigene con macerazione e poi un affinamento di almeno 12 mesi. Stabilizzazione spontanea del vino e dopo l’imbottigliamento altri 12 mesi di maturazione in bottiglia.

Il “Leonard” è un cru di Malvasia proveniente da un vigneto storico, situato sul conoide di una dolina. Una chicca costruita vendemmiando quasi in surmaturazione, con anche un attacco di muffa nobile. Lunga macerazione con fermentazione spontanea e poi affinamento in tonneaux e barrique di rovere per 12-18 mesi a seconda delle annate. Altri 12 mesi in acciaio per stabilizzarsi e per finire un altro anno in bottiglia, per un risultato di grande spessore; gli aromi sono molto complessi, si aprono con un sentore di agrumi per evolvere in note fruttate. Mineralità e grande struttura avvolgono il palato portandoci verso un finale intenso e lungo.

La Vitovska viene prodotta in due etichette, una con affinamento in acciaio per un anno e ulteriori 12 mesi in bottiglia, l’altra – denominata “Trubnar” – con passaggio in tonneaux e barrique per 12-18 mesi stabilizzazione di un anno in acciaio e altri 12 mesi in bottiglia. Non viene filtrato e il risultato è di un grande bouquet al naso, con frutta gialla matura, note di frutta secca e di mandorla. L’ingresso in bocca è avvolgente con mineralità e struttura, dove si equilibrano le parti dure con la malolattica svolta.

Il Terrano è il vitigno a bacca rossa rappresentativo del Carso; le uve vengono pressate dolcemente e il mosto fatto macerare per alcune settimane con una intensa estrazione di sostanze, per poi passare all’affinamento per il 25% in botte grande per un breve periodo, mentre il restante in acciaio . Al naso si presenta con una spremuta di frutti rossi, dal sottobosco alle note di fragola e di prugna. In bocca entra deciso con personalità e struttura. Polposo, minerale e acidulo, con tannini ben equilibrati, ha un bel finale lungo. L’universita' di Trieste e Lubiana hanno rilevato che il Terrano ha in media un contenuto di antociani, polifenoli e resveratrolo, sopra la media dei vini rossi (superiore anche al Franconia). L'alto contenuto di antociani favorisce l'assimilazione del ferro dagli alimenti (soprattutto le carni) ed è per questo che era prescritto dai medici alle persone anemiche!

L’avventura dell’azienda “Castello di Rubbia” continua con l’ampliamento della cantina e il recupero dell’ annessa cannoniera della grande guerra, una costruzione interrata di 1000mq con gallerie e trincee che diventeranno un museo. Poi sarà la volta del castello che diventerà un resort.

Se passate da quelle parti andate a trovarla, ne sarà felice. Poi a poche centinaia di metri si trova la trattoria Devetak, per la pace dei sensi…

Ultima modifica ilMercoledì, 19 Febbraio 2014 07:34

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