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Benanti i Pionieri dell'Etna

In principio fu Bologna, dalla quale un Benanti, nel 1734, andò via per approdare in Sicilia. Inizia così, nel 1786, la lunga relazione tra la famiglia Benanti e il vino etneo, destinata a crescere nei secoli a seguire, fino alla moderna avventura del Cavaliere Giuseppe, che nel 1988 rispolvererà il torchio, “messo di canto” dal padre.

Al golf club del Picciolo, racconta il figlio Antonio, ordinando un bicchiere di rosso, Giuseppe Benanti prende atto della sconfortante mancanza di vini della zona, scacciati con mala grazia dai più seducenti internazionali, un po' come gli austriaci con gli italiani a Custoza. D'accordo col professor Rocco Di Stefano dell'Istituto Sperimentale per l'Enologia di Asti e col professor Jean Siegrist dell'INRA di Beaune, assieme al giovane enologo Salvo Foti, si decide di scommettere sulle potenzialità del territorio etneo, applicando l'impostazione e il rigore da prodotto di eccellenza così lontano allora dai criteri del luogo.
Nel 1991 prove di cloni e di vinificazione porteranno così alla nascita del rosso Rovittello e del bianco Pietramarina, vini gemelli – come i figli di Benanti.

Ben presto la scommessa si allergherà anche agli alloctoni, merce più sicura in tanto azzardo, e ai prodotti da monovitigno, a base di nerello mascalese, minnella e carricante. Saranno alla fine gli autoctoni ad averla vinta: su iniziativa dei figli del Cavaliere, Antonio e Salvino, nel 2012 l'azienda abbandona gli alloctoni, concentrando le proprie forze esclusivamente sul nerello e sul carricante, e cede i territori acquistati tempo addietro a Pachino, per dare un’immagine dell'azienda più etnea possibile, coerente e specializzata.

Idee chiare anche nella distribuzione delle proprie bottiglie, insofferenti alle polveri degli scaffali dei supermercati, dove nessuno è disposto a spendere una decina di minuti per ascoltarle, sentirne parlare, raccontarne la storia; enoteche la loro cornice, ristoranti il loro palco. Il tour fa da tempo tappa a Oslo, Sidney, Tokyo, Melbourne, San Francisco e New York ma anche a Roma, Milano, Firenze, Torino, Napoli; e in Sicilia naturalmente, che da sola realizza il 40% delle vendite.

Non è un caso, del resto, la percezione dell'azienda all'estero come vessillo di tradizione, grazie soprattutto all'ormai leggendario Pietra Marina, Etna Bianco Superiore prodotto interamente di carricante. Le opzionali aggiunte di catarratto potrebbero rendere i  loro bianchi più pronti e gentili, ma a casa Benanti il carricante regna sovrano: l'Etna bianco base esce dalla cantina dopo due anni anziché uno, come disciplinare consentirebbe; il Pietra Marina addirittura dopo quattro. Tanta pazienza regalerà alla famiglia la prima terzina di bicchieri del Gambero Rosso mai assegnata prima ad un vino etneo: “non ci piacciono i vini ruffiani e piacioni – dice Antonio – il terzo sorso deve essere più piacevole del secondo; l'ultimo bicchiere deve essere migliore del primo”. Un amore pressoché totale dunque, espresso nelle stesse etichette, commissionate negli anni dal padre a pittori e disegnatori, dietro le quali si nascondono vicende e accadimenti personali, come  il bacchino del Bianco di Caselle, con la testolina un po' schiacciata perché il disegno, tracciato in auto, non trovò spazio adeguato sul foglio.



Nonostante 15 anni all'estero, sono i gemelli Benanti, oggi, a governare la nave: “è un' attività per cui vale la pena rimanere, dice ancora Antonio, e non tutte le professioni lo consentono. Abbiamo l'età, continua, per apprezzare appieno le sorprese del vino;  questo mestiere ti tira giù dal letto felice”.
Presto a casa Benanti una nuova cantina e nuovi vigneti: nuove avventure insomma, per la felicità della famiglia e per chi avrà il piacere di riempire i bicchieri col frutto di tanto amore…

Ultima modifica ilLunedì, 03 Febbraio 2014 07:57

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