Log in

IL GRATICCIAIA: capolavoro made in Puglia

Da dove si comincia quando si parla di un vero cavallo di razza? Dai premi, dalla “scuderia”, dal suo inventore? 


Tutte strade già percorse da chi, prima di me, si è voluto cimentare nel raccontare questo vino simbolo dell’enologia pugliese. Si perché del Graticciaia si è detto praticamente tutto.  

Ripetere giova, dicevano i latini, e siccome difficilmente i nostri “padri” erravano eccomi pronto a riprendere qualche informazione basilare. 

La desinenza “aia”  potrebbe trarre in inganno ma oggi non è giornata di supertuscan, siamo in Puglia! E più precisamente in Salento. Il progetto di questo vino prende vita nei primi anni Ottanta quando il maestro Severino Garofano e Donato Lazzari, rispettivamente enologo consulente e agronomo decisero, con la famiglia Vallone, di fare un Negroamaro da uve surmature, “amaroneggiante ”. Le vecchie vigne ad alberello della Tenuta Flaminio hanno oggi un’età media di circa 80 anni. Le uve vengono raccolte a piena maturazione e trasportate nella tenuta di Castel Serranova dove saranno poste ad appassire sui graticci per un periodo variabile, a seconda dell’annata. Alla fermentazione, a temperatura controllata, segue un affinamento in botti di rovere e un periodo variabile in bottiglia  prima dell’uscita sul mercato.

Nel 1986 la prima annata, nei primi anni ’90 i primi riconoscimenti. 

Da allora solo grandi successi per questo vino che oggi è uno dei più grandi ambasciatori della Puglia enologica nel mondo. 

Per celebrarlo, e per testare “ludicamente” il suo potenziale evolutivo, il C.C.C.P. (Circolo Conviviale Colonna Pugliese) ha organizzato una bella verticale presso l’Osteria Vignadelmar di Monopoli dell’amico Luciano Lombardi.  La bevuta non era ufficiale, direi amatoriale. Quindi nessuna presentazione, nessuna presenza della famiglia Vallone , solo bottiglie acquistate dai partecipanti. 

Undici le annate in degustazione. Ebbè, al congresso AIS di ottobre si erano fermati ad 8. Noi siamo arrivati ad undici, non tanto per spirito di competizione quanto per il fatto che siamo mediamente molto assetati !!

Siamo partiti dalla ’89 e siamo arrivati alla ’08 passando dalla ’96,’97,’98,’00,’01,’03,’04, ’05, e la ’06.  Ci tengo subito a ribadire che nessuna bottiglia ha presentato difetti di sorta, tutte erano in perfetto stato di conservazione. La qualità media del vino si assesta su livelli molto alti e il Graticciaia, “l’Amarone di Puglia”, ha una capacità di sfidare il tempo davvero sorprendente. La ’89 mi ha letteralmente sbalordito: si è presentato in tutta la sua integrità. Colore ovviamente tendente al granato ma con un’ottima lucentezza, naso intenso ed  in continuo cambiamento, ad evidenziare una notevole complessità che vira dalla ciliegia sottospirito al  sottobosco terroso, a sentori balsamici, speziati e terziari evoluti.

Quando lo bevi (aridaje con ‘sta sputacchiera!) t’invade piacevolmente come un fiume in piena e t’accorgi nuovamente d’avere a che fare con un fuoriclasse allo stato puro.  Quei ventitre anni sul groppone sono portati egregiamente e questa ’89 la ricorderò per un’eleganza ed una bevilità “mostruosa”. L’ alcool e la morbidezza sono grandiosamente sostenuti da spiccata freschezza ed acidità, i tannini sono piacevolmente setosi. L’equilibrio perfetto, l’intensità e la persistenza notevoli, la qualità eccellente.  Non esagero se dico che è uno dei più grandi rossi pugliesi che abbia mai bevuto.

Molto buona anche la ’98. Luciano Pignataro, nel suo blog, lo ha definito “un classico vino del Sud secondo i luoghi comuni”. Come dargli torto. E’ un millesimo che si fa ricordare per la sua potenza, il suo ricco estratto senza però perdere minimamente di bevibilità. Molto in forma anche la ’01 che non oserei a definire pronta. Ancora “ giovane” invece la ‘05 con un bel naso fruttato, ciliegia, marasca ma anche gradevolissime note speziate mentre in bocca è pieno,strutturato, grintoso, morbido ma bilanciato da tannini eleganti e ottima spalla acida. 

Quel che resta, dopo questa fantastica esperienza, è il ricordo di una bevuta memorabile. Intensa e ricca d’emozioni, accompagnata dall’eccellente pranzo organizzato dal patron Luciano Vignadelmar, e dalla profonda e sincera amicizia che mi lega a tutti i presenti. Non da ultimo la consapevolezza di aver degustato un vino simbolo della mia Terra, con una grandissima capacità di reggere lo scorrere del tempo. 

Per la cronaca ufficiale io sono tornato a casa in treno… 
Ultima modifica ilSabato, 14 Aprile 2012 13:41

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.