Log in

VIN' A TRANI: L'ORGOGLIO DI ESSERE PUGLIESI

Questa è la storia di una vecchia città, di un vecchio palazzo e di un vecchio orologio. E di una giovane donna.
Vecchio non è una brutta parola. Nel mondo capovolto anche le parole sono capovolte. Vecchio è una bella parola, è denso di tempo e di storia, di sensibilità e disincanto. E poi, senza il vecchio chi apprezzerebbe il fresco della gioventù?

Una vecchia città, bella, bellissima. Elegante e financo sensuale nonostante le rughe e qualche cicatrice. Una vecchia città dalle forme dolci e aggraziate ma dagli occhi spenti, brulicante di vite solitarie. Corpi ben fatti, decorati, che suonano di vuoto. Spesso aggregati vicino ad un bar elegante e dalle luci suadenti. Non ci sono sorrisi sui volti, in quattro ragazze a bere caffè, ciascuna con il suo smartphone senza un minuto per guardarsi intorno, stringere una mano, indignarsi per una schifezza. Nulla. I corpi in un luogo l’anima in un altro. Si muovono come automi i camerieri, ripetono la stessa litania a tutti. Educata e precisa. Sembra un set dove ognuno recita una parte.

Bellissimo palazzo, da lasciare senza fiato. Un vecchio palazzo dalle stanze con mura affrescate e lampadari preziosi. Si sale una scala si compie un ciclo, si scende una scala. Sale stupende, muri e soffitti che respirano storia. Quando è tutto buio e tutto spento è facile immaginarlo popolato di fantasmi. Fantasmi che, in vita, furon colti e gaudenti come solo i colti sanno essere. E si ritrovano li, in quelle vecchie sale affrescate a compiangere i vivi. Spesso abbienti, tracimanti monete ma “zaurri”, incapaci di godere l’alternarsi delle volte, le forme di un mobile posto in un angolo da mano umana e ispirazione superiore.
L’oltraggio delle foto nel bel Palazzo per una coppia di giovani virgulti vestiti a festa.
Hanno attraversato ogni ordine dell’istruzione, magari pagando fior di istruttori in forma lecita o illecita, conquistando il titolo da esibire ma mantenendo illibati tutti i dodici neuroni che il corredo cromosomico ha loro riservato. Adoratori della acconciatura millimetrica, della carrozza e della cerimonia in guanti banchi, ma che alla parola liberty associano gli assorbenti per signora e a rococò il nome di una discoteca hard …
Ecco cosa è un vecchio palazzo, uno che ha accumulato la saggezza di accogliere tutti, anche chi stappa una bottiglia di Krug millesimato per fare un brindisi con doppio senso a due ragazzotti che convolano a nozze. Ignoranti come capre e astuti come faine.
E su quel mobile discreto, elegante, un vecchio orologio bianco. Anche lui posto li da mano umana e guidata da mente immanente. Tutto sembra casuale ma se si verifica vuol dire che aveva la maggiore probabilità di verificarsi …

Un orologi messo lì per non farsi guardare ma per osservare. Padrone del tempo, abitante nel palazzo quando ci sono gli spiriti gaudenti dei vecchi e le rozze pantomime dei giovani, a camminare sempre con il medesimo passo, incurante di tutti ma a tutti attento a scandire il tempo. Uguale, democratico, universo.
Una giovane donna osa l’inosabile. E se ci fossero ancora i giovani gaudenti, eredi inconsci di chi frequentò il palazzo? E se, per una volta, il vecchio e il giovane facessero sintesi e le sponde si ricongiungessero?

È successo, osare dunque. Chi osa può perdere chi non osa ha già perso. È successo. In dialetto fummo avvisati: “Vin’ a Trani”, giocando un po’ sull’ameno ambiguo di alcuni termini, a Trani venimmo e venne anche il Vino. Diciassette produttori diciassette. E poi l’olio, i prodotti da forno, la mortadella, i formaggi e i prodotti Made in Carcere. Le stanze si son popolate di anime e di corpi. E la musica di un giovane compositore della città, grande jazzista da poco scomparso ai nostri occhi ma che ci piace immaginare tra i gaudenti perenni.
Il vecchio orologio continuava a ticchettare con lo stesso ritmo ma con tintinnare che sembrava accordarsi con le musiche di Davide Santorsola, il vecchio palazzo proiettava fuori badilate di energia e, uscendo, si aveva la sensazione che la vecchia città accennasse ad un flebile sorriso.

Èstasi quando tante vecchie bellezze si illuminano, èstasi quando incontri uno spicchio di sole catturato e messo in bottiglia, èstasi quando incontri amici vecchi e nuovi che cominciano a respirare voglia di vivere e di uscire dalla solitudine delle piccole invidie per abbracciare l’affetto gratuito.
Èstasi dunque come quella che l’omonimo pas dosé, che le mani forti di Franco di Filippo e la sua fede nella Provvidenza, sgorga da una bottiglia stupenda.
E dunque vecchio non è una brutta parola, s’addice a degli splendidi vini per gaudenti colti, s’addice ad alcuni amici per data di conoscenza. Vecchio è bello finché persone giovani come Francesca De Leonardis e acute come Michele Matera sapranno apprezzarne le poche ma sincere virtù.

Non c’è più la vigoria o la rapidità dei giovani, ma, credeteci un po’ colti lo siamo e gaudenti come non mai. In fondo ce lo meritiamo, un giorno all’anno, a Trani a Palazzo Pugliese a ritrovare il vecchio orologio.
Ditemelo “Vin’ a Trani” e non me lo farò ripetere, tirate fuori l’èstasi altrimenti, altrimenti “è stasi” e da quella si fa fatica a tirarsi fuori.

Di Pino De Luca

Ultima modifica ilMartedì, 23 Dicembre 2014 09:40

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.