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Gaja e il vino italiano, buone notizie dal Giappone

Gaja e il vino italiano, buone notizie dal Giappone divini.corriere.it
Come avevamo anticipato sabato scorso,  Angelo Gaja, il re del Barbaresco, è appena rientrato dall’Asia “con un mucchio di cose da raccontare”. Ecco il resoconto del suo viaggio, che registra il disincanto  delle giovani generazioni giapponesi dopo gli anni dell’euforia economica, ma anche la tenacia dei ragazzi pronti a mettersi in gioco all’estero, pure in Italia, per imparare come si diventa chef. La ricognizione di Gaja racchiude una buona notizia: il Giappone consuma sempre più vino italiano e non si limita a cercare le etichette più note, vengono importate anche bottiglie di piccoli vignaioli. Ecco gli “Appunti di viaggio” firmati Gaja dopo il tour giapponese dal 27 al 30 novembre scorsi.
E’ il Giappone il paese asiatico che conosco di più per esserci stato dal 1979 una trentina di volte, quasi sempre per ragioni di lavoro. Dal momento dell’arrivo in centro a Tokyo ho ammirato i GINKO (in giapponese ICHO), alberi alti una diecina di metri, ai lati dei viali, con foglie che viravano dal verde al giallo oro. Molti di questi ai piedi dei grattacieli, a guisa di grandi mazzi di colore oro, uno spettacolo della natura. Li avevo sempre e soltanto visti di colore verde, non ricordo in passato di essere stato a Tokyo a fine novembre.

Questa volta ho goduto anche di un giorno di vacanza e mi ha fatto da guida Toshi Mori (proprietario di Odex Japan, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., importatore/distributore molto capace di vini dal buon rapporto qualità/prezzo. No, non importa i miei vini,  siamo però ottimi amici), parla otto lingue italiano compreso. E’ lui a farmi scoprire nel formicaio di Tokyo un angolo di quiete all’interno del quartiere DAIKAN-YAMA. Un’area dominata da tre grandi fabbricati dalla moderna architettura dedicati interamente ai libri ed a tutto ciò che c’è da leggere sia in versione cartacea che sul web, pullulanti di persone di ogni età, silenziose come si usa in un luogo di culto. Tutto attorno caffetterie e bar senza musica di sottofondo. Mamme prive di ansia osservano i loro bambini correre ovunque. Un luogo di rigenerazione dello spirito. Ho visitato, nello stesso quartiere, anche uno degli EATALY di Tokyo. Perdo per un attimo l’incontro con il Presidente signor Shigeru che è appena partito per andare a tenere una conferenza a Yokohama. Mi accoglie il signor Suzuki, già sommelier del ristorante Sadler, felice di mostrarmi il libro “STORIE DI CORAGGIO” di Oscar Farinetti e dirmi che nei prossimi mesi verrà tradotto in lingua giapponese.
Degli asiatici i giapponesi sono quelli che hanno più gusto (taste), per il design, per la moda, per il bello, per il buono;  sono anche quelli che da turisti hanno viaggiato in occidente da più tempo.
Giappone ed Italia sono assillati da problemi comuni. Un debito pubblico molto elevato che il Paese non riesce a ridurre e che va onorato ogni anno pagando interessi imponenti. La delocalizzazione industriale verso Paesi in via di sviluppo, che offrono costo lavoro e tassazione dei redditi di impresa inferiori, crea disoccupazione in patria. Il Giappone guarda con preoccupazione alla Cina che rivendica il dominio sulle isole Diaoyu/Senkaku e mal sopporta la vicinanza di Paesi alleati agli Stati Uniti; l’Italia teme l’invasione dei flussi migratori africani. Nella generazione dei quaranta-cinquantenni, che avevano vissuto con ottimismo la fase di sviluppo e di crescita economica dei decenni settanta ed ottanta, il ricordo del passato si stempera nella preoccupazione per il futuro facendo vivere male il presente.

Sono numerosi, tra i quaranta-cinquantenni ristoratori giapponesi di cucina italiana, quelli che hanno trasferito/esteso la loro attività ad altri Paesi asiatici: Cina, Singapore, Vietnam, Thailandia, Filippine, … contribuendo a diffondere in quelle nazioni la cultura del mangiare e del bere italiano.  I giovani giapponesi invece non hanno memoria dei momenti di euforia del passato, per non averli vissuti. E’ da apprezzare la disponibilità che molti di essi hanno, ultimata la scuola dell’obbligo, di affrontare un periodo di lavoro all’estero (se non riescono a procurarselo nel proprio Paese) per fare esperienza, accrescere la professionalità, imparare le lingue, nel settore nel quale hanno maturato la volontà di operare: con il desiderio di ritornare un giorno in patria quando “la nottata sarà passata”.

E’ noto che già da alcuni decenni giovani apprendisti cuochi giapponesi vengono in Italia a fare esperienza nella nostra ristorazione di qualità. E’ una fortuna per il nostro Paese perché quando rientrano in patria ed aprono/lavorano presso ristoranti di cucina italiana diventano eccellenti ambasciatori dei prodotti dell’agro-alimentare italiano.
Il Giappone è il paese asiatico con il più elevato consumo di vino annuale pro/capite, oltre 2,6 litri; la tendenza è alla crescita. Il vino italiano gode di un ottimo posizionamento ed immagine. Numerosi sono gli importatori e tra questi anche quelli che importano vini italiani prodotti da artigiani di dimensione medio-piccola: professionali, sanno come vanno conservate le bottiglie di vino e come vanno promosse, puntuali nei pagamenti.  Importano anche vini artigianali:

RACINES, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; VINAI OTA, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; WINE WAVE, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.;  VINTNERS, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

A Tokyo ho lavorato per due giorni con l’importatore dei nostri vini, ENOTECA, www.enoteca.co.jp.

Angelo Gaja

Fonte: divini.corriere.it

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