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Il vino dell’Arca (di Noè) riscoperto dagli italiani

"Ricomincio dalle anfore, come quelle della cantina più antica del mondo trovata vicino a Zorah, la mia azienda. In Armenia il vino si faceva già migliaia di anni fa. Poi, con l’Unione sovietica, tutto è cambiato".

Zorik Gharibian era un imprenditore milanese della moda. È diventato il primo nuovo vignaiolo armeno. Con un progetto tutto italiano. Il suo vino è già in alcuni ristoranti stellati di Londra, fra poco arriverà anche qui. La cantina è ai piedi del Monte Ararat, dove Noè, secondo la Bibbia, approdò con l’Arca, dopo il diluvio universale.

Quando l’ayatollah Khomeini affondò la monarchia persiana, il ragazzino armeno Zorik venne mandato da Teheran a Venezia. Il padre pasticcere lo fece studiare al collegio dei mechitaristi, bibliografi e tipografi nel monastero impreziosito da Tiepolo e Palma il Giovane all’isola di San Lazzaro, amata da Lord Byron. I genitori di Zorik lasciarono l’Iran per gli Stati Uniti, seguendo le tracce della diaspora armena, causata dal genocidio voluto dall’Impero Ottomano nel 1894. Il ragazzino con "la Persia e Venezia nel cuore" dal collegio si trasferì a Milano. Con in mente i versi del poeta armeno Daniel Varujan, anche lui studente dai mechitaristi a Venezia prima di essere assassinato: "Naufragare, se è necessario, nei fuochi celesti / conoscere nuove stelle, l’antica patria perduta". Ora il viaggio di ritorno è terminato, il filo che lo unisce alle radici si è riannodato. Con 20 mila bottiglie di Karasi, un Areni in purezza. Un vitigno rosso e antico, l’Areni, mai intaccato dalla filossera, quindi super autoctono, con più di 3.000 anni di storia. Un simbolo di rinascita per i 3 milioni di armeni che vivono in patria e gli altri 6 milioni nel mondo, compresi nomi celebri come le famiglie del tennista Andre Agassi, della star Cher e del cantante Charles Aznavour.

Nel secolo scorso, il governo sovietico cercò di aumentare il consumo di vino (ma di scarsa qualità) per limitare quello della vodka in Russia. Vennero aperte cantine di Stato in Armenia, Ma quando Mosca, dopo l’indipendenza di Yerevan nel 1991, bloccò le importazioni di vino, il settore crollò: si è passati da 35 mila a poche migliaia di ettari coltivati a vigneto. Solo da qualche anno una manciata di cantine punta su un salto di qualità.
"Noi siamo partiti nel 2004 — racconta il neo vignaiolo, 47 anni —. Abbiamo trovato un terreno a 1.375 metri d’altezza. Perché non ho scelto una zona più facile? Ho girato per anni nel Chianti. Poi il gusto dell’avventura mi ha portato in Armenia, dove la terra si può ancora comprare a prezzi modici, tra i monasteri che sono pieni di simboli di uva e vino".

Proprio in un monastero del tredicesimo secolo sono stati acquistati i vigneti, piantati in 15 ettari a Rind. Poi è stata costruita la cantina, che ancora non è ultimata, a quattro chilometri dalla grotta dove due anni fa sono stati trovati una pressa per l’uva e un tino per il vino poi trasferito nelle giare, la più antica azienda vinicola del mondo, che per gli archeologi ha almeno 6.100 anni.
"Procediamo piano piano, tutto è iniziato dal punto zero, perché non esiste una rete armena che ci aiuti, dalla tecnologia, alla pulizie, fino alle spedizioni, è tutto nuovo e complicato". Dall’Italia sono arrivati due "costruttori" di vini: l’agronomo Stefano Bartolomei e l’enologo Alberto Antonini, una coppia di toscani che si è formata alla corte di Antinori.

La vendemmia, anche a causa dell’altitudine, si fa a ottobre avanzato, dopo un’estate con temperature simili di giorno al nostro Sud ma che di notte precipitano anche di 20 gradi.

"Per anni abbiamo sperimentato, prove e analisi per decidere come affinare il vino. Una parte è stata fatta invecchiare in barriques armene, un’altra in barriques francesi, una parte in contenitori in acciaio — spiega Zorik — l’ultima nelle anfore interrate, come si faceva qui nella notte dei tempi. Le anfore hanno entusiasmato. Alla fine abbiamo assemblato il vino, un unico blend. Totalmente diverso dagli altri, speziato, ha l’eleganza di un Pinot noir e la struttura di un Sangiovese". "Maturo, ben strutturato e dai sapori selvaggi", l’ha descritto Jancis Robinson, critica del Financial Times. "Un patriarca", per Bob Tyrer, wine-writer del Sunday Times. E Jamie Goode, wine columnist del Sunday Express, l’ha definito "delizioso".
"A Londra il vino dell’Arca ha superato ogni aspettativa", fa il bilancio Gharibian. Nelle enoteche il Karasi si trova ora a 20-21 sterline, 24 euro.

"Mi occupavo di moda, creavo collezioni chiavi in mano, dalla scelta del tessuto alla distribuzione, per grandi catene. Ora giro il mondo per il vino, tutte le energie sono in questo progetto che resterà di piccole dimensioni, mai di massa, al massimo 100 mila bottiglie l’anno". Ha capito di avercela fatta quando il suo vino è entrato dalla porta principale della nuova Armenia. "Il presidente Serzh Sargsyan durante i ricevimenti ufficiali fa servire nostre bottiglie, per la prima volta dopo anni di vini francesi e italiani. E cresce l’interesse dalla Russia e dagli altri Paesi dell’Unione sovietica, come la Bielorussia, ovunque ci sia una comunità armena che aspetta il “vino dell’Arca” per ripensare all’antica patria perduta".

Fonte: divini.corriere.it

Ultima modifica ilLunedì, 06 Agosto 2012 07:26

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