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Scimiscià: un vitigno da salvare

Immagine grappolo (non si tratta dello Scimiscià) Immagine grappolo (non si tratta dello Scimiscià)
Nel panorama vitivinicolo italiano è facile constatare come tutte le regioni italiane si siano “attrezzate” di vitigni internazionali, definiti anche vitigni “alloctoni”, quelli che crescono bene dappertutto per intenderci. 

I motivi sono numerosi: ottime rese e maturazioni, adattabilità ai più svariati terroir, visibilità e notorietà tra i consumatori, dai più esperti ai bevitori della domenica.

C’è una regione invece che fa dei vitigni autoctoni il suo punto di forza, a tal punto da “snobbare” altisonanti vitigni come chardonnay, cabernet, merlot,…Questa regione è la Liguria.

Tristemente famosa per le recenti alluvioni nelle 5 Terre e nel genovesato, la Liguria si è sempre distinta per la bontà dei sui vini bianchi, sia secchi che dolci, tutti ottenuti da uve locali (vermentino, pigato, bosco, albarola,…), che spesso trovano posto su terrazzamenti ripidissimi (i cian) posti lungo la costa e strappati di forza alla montagna.

È probabilmente la difficoltà di coltivazione del territorio che ha scoraggiato i grandi produttori (in termini di quantità) di vino ad investire in un territorio come questo, inospitale per la vite, o quantomeno scomodo, se si considera che è quasi completamente privo di pianure. E forse è questa la ragione per cui ancora oggi la regione “pullula” di vitigni autoctoni, spesso custoditi in strette valli o su ripidi pendii da piccoli artigiani del vino che hanno da sempre condotto una pratica vitivinicola quasi hobbistica, ma dove le eccellenze non sono mai mancate.

È il caso dello Scimiscià (o Cimixà, Scimixà, Cimicià, Ximixà,…), un vitigno a bacca bianca quasi del tutto estinto ma che dal 2003 è stato riconosciuto come cultivar e di fatto introdotto tra le varietà raccomandate ed autorizzate per la regione Liguria. Il curioso nome è chiaramente dialettale e significa “cimiciato” ossia puntinato, data la presenza di piccoli puntini sull’acino (per lo stesso motivo il pigato ha questo nome, dal dialetto “picau” che significa puntinato). Lo scimiscià è attualmente coltivato quasi esclusivamente in Val Fontanabuona, in provincia di Genova, nell’immediato entroterra di Chiavari e Lavagna. È un vitigno di origini antichissime ma ignote, ha resa molto bassa ma le sue uve sono molto zuccherine, tanto che veniva utilizzato per arricchire di zucchero alcuni mosti più modesti. Da esso si ottengono fondamentalmente vini secchi, anche se risultano ottime anche alcune rarissime versioni passite: famoso è quello del signor Bacigalupo, ex pasticcere della Val Fontanabuona, pioniere del rilancio e la salvaguardia di questo vitigno, che amava abbinarlo ai suoi famosi e prelibati dolci.                                                                                            

I vini secchi risultano, invece, piacevolmente fruttati con note agrumate, floreali, sentori olfattivi che conducono ad un  assaggio piacevolmente sapido. Non è affatto facile trovare in commercio vini ottenuti da questo vitigno, che pare sia prodotto solo da pochissimi. Il motivo è legato anche alla attuale scarsità di legno da propagazione maturo che possa essere impiantato su portainnesti americani, per cui ci vorranno alcuni anni prima di poter degustare scimiscià di aziende ed annate diverse. Ma noi avremo pazienza…

Ultima modifica ilMartedì, 13 Marzo 2012 08:21

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