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Trentino: dalla valle delle mele un vino da riscoprire

La Valle di Non, in Trentino, è conosciuta per la sua enorme produzione di mele, per i castelli leggendari come il ritrovato Castel Thun e per la ferrovia centenaria che collega il capoluogo tridentino con le piste da sci della Val di Sole.  Apparentemente lontana dalle zone più vocate per la produzione vitivinicola, racchiude però al suo interno una piccolissima produzione autoctona tutta da riscoprire: Il Groppello di Revò Trentino IGT.

Nei comuni di Revò, Romallo e Cagnò, infatti, si trovano i filari di Groppello, un vitigno che si dice risalga fino agli antichissimi popoli retici e che è sopravvissuto nel clima non particolarmente favorevole della valle grazie al benefico influsso mitigatore del lago di Santa Giustina, sulle cui ripide sponde si è sempre trovato.

Il nome del Groppello deriva dalla parola trentina grop, che significa nodo e descrive alla perfezione il grappolo compatto e chiuso di questo vitigno rosso autoctono, capace di regalare un vino dal colore rubino con note violacee, vinoso e speziato al naso e tannico con note di frutti di bosco al palato, in grado di accompagnare perfettamente la cucina casereccia nonesa – fatta di polente con selvaggina, capussi con la mortandèla,  canéderli in brodo e torta de fregolòti.

Negli ultimi anni un gruppo di produttori ed alcune cantine sociali ha iniziato ad adoperarsi per riscoprire e rivitalizzare questa produzione tipica, che negli anni di appartenenza all’impero austro-ungarico aveva visto una produzione di 50 mila ettolitri di vino ed oggi di soli 400. Il vigneto, a rischio di estinzione, è salvaguardato dal programma nazionale per la tutela della biodiversità (art.10, comma 4 DL 30 aprile 1998, n. 173). Diverso geneticamente da tutti gli altri groppelli dell’Alto Garda, in alcuni vigneti le piante raggiungono gli 80-100 anni.

Da poco è stata aumentata la superficie vitata con la messa a dimora di nuovi ettari vitati, festeggiati alla festa del Groppello di fine novembre, manifestazione che unisce folklore ed amore per questo vino, che i contadini hanno tenacemente continuato a coltivare per uso personale.  La vendemmia tardiva, la lunga macerazione, i rimontaggi e l’affinamento in legni usati addolciscono il carattere di questo vino che ha rischiato l’oblìo, se non fosse per la cocciutaggine e la lungimiranza caratteristica dei ruvidi ed un po’ bruschi contadini trentini.

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