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Sardegna, l'Isola Felice.

Terra di vento, di sale, di mare, susseguirsi di paesaggi mutevoli ed affascinanti. Intreccio fatato di pastorizia ed agricoltura, caccia,  pesca e turismo con radici remote. Anticamente terra ricca di vulcani oggi inattivi che il popolo romano ha sapientemente sfruttato in Termae, ancor oggi meta di turismo termale.
 
Una moltitudine di popoli ha cercato d’invadere e dominare l’isola nel passato, con costanti lotte condotte dai Sardi contro gli invasori, rendendo ogni luogo, ogni paese, ogni dialetto e ogni tradizione tra le più diversificate. Clima tipicamente mediterraneo. E’ il maestrale a farla da padrone; impazza per 130 giorni circa all’anno,  ripulisce le coste, modella le rocce, storce gli alberi, inebria le viti di salsedine.
L’isola felice del cannonau e del vermentino patria del porcetto e delle seadas,  immortalata nelle notti smeraldine felici e spensierate, vanta una moltitudine di vitigni sia a bacca bianca che a bacca scura, molti tra i quali autoctoni. Sia nella Romangia col Cannonau che nel Sulcis col Carignano, grazie ai terreni sabbiosi nei quali l’afide malefico non è riuscito a proliferare abbiamo ancora vitigni a piede franco, e viticoltori attenti e sapienti oggi più che mai hanno uno spiccato rispetto per la terra coltivando biologicamente,  secondo nozioni trapassate di padre in figlio. Due sono i modi d’impiantar vigna: alla “sardisca” e alla “catalana”. Il primo proprio di terreni forti è caratterizzato da una sorta di piramide di pali impiantati a terra che sorreggono i ceppi coltivati a circa dieci piedi di distanza l’un dall’altro; il secondo invece tipico dei terreni aridi, è senza appoggio,  per cui s’impiantano i ceppi a cinque piedi circa di distanza, e si lascia crescere la pianta vicino al suolo in modo da conservare appoggio in grossi rami, cosicchè le uve mature non poggino sul terreno.
 
Un Sandalo suddiviso  in subregioni. La Gallura dal terreno granitico gode dell’unica docg dal 1996 col Vermentino di Gallura, oggi prodotto da numerosissime aziende; Il Caricagiola di elevata produttività ricco di tannino ma mai utilizzato in purezza; L’Albaranzeuli nero, ormai in estinzione ed importato dalla Spagna; il Moscato di Tempio, in versione Gallurese come spumante dolce. La Barbagia e l’Ogliastra ricca di terreni montuosi e boschi, Casa di Grazia Deledda e cuore del Cannonau. Il Parteolla, e il Campidano di Cagliari al sud, ricco di Bovale arrivato sull’isola nel 1300 dalla Spagna; di Monica di Cagliari le cui radici sembrano essere dei Mori; Il Girò di Cagliari ormai in via d’estinzione; Il Nasco di Cagliari prodotto in piccole quantità da importanti aziende locali;
Il Semidano, autoctono di bassissima resa e per questo in via d’estinzione; e il Nuragus antico vitigno il cui nome pare che arrivi dai Nuraghi. Il Sulcis al profondo sud, col suo omonimo Carignano del Sulcis, amante della terra argillosa e sabbiosa; la Malvasia Nera, prodotta in piccole quantità ed utilizzata da taglio. La Marmilla, il Trexenta e  il Sarcidano, scenari pianeggianti e morbide colline colorate dai Cavallini della Giara, dalla produzione di grano e da sporadiche vigne, in antichità distretto amministrativo del Regno Giudicale d’Arborea. Il Campidano di Oristano, e il Barigadu con le sue vallate, le risaie, le saline, la lavorazione della bottarga, la forza del Tirso controllata dalla Diga, patria della Vernaccia di Oristano coi suoi lieviti “flor”; Il Nieddera, autoctono a bacca rossa prodotto solo nell’Oristanese e ad oggi solo da una Cantina. Il Barigadu, il Marghine e il Montiferru, altipiani verdi ricchi di macchia mediterranea e di Nuraghi. Regioni basaltiche, patria della Bue Rosso e delle Mucche “Modicane”, del Casizzolu, tipico formaggio a pasta filata locale. La Planargia, bagnata dal fiume temo, patria del Libeccio e territorio di Malvasia, vitigno originario della Grecia ed importato dai Veneziani, chiamato allora “vino navigato greco”; Il Caddiu, a bacca rossa oggi poco diffuso. Il Logudoro, cantato da Maria Carta “posto d’oro”, terra fertile dedita ad agricoltura e pastorizia, il cui logudorese è considerato “Lingua Sarda”. Alcuni hanno la fortuna di produrre ancora l’Arvisionadu, antico autoctono vitigno a bacca bianca presente solo a Benetutti; Il Cagnulari che predilige terreni calcarei ed argillosi e ben soleggiati. La Nurra, con la sua forte dominazione Spagnola soprattutto ad Alghero, città catalana. Le domus de janas, i Nuraghi, e le necropoli di Anghelu Ruju, da cui trae origine l’omonimo vino, cannonau liquoroso, unico nella sua specie. Bagnata oltreché dal mare, dall’unico lago Sardo naturale: il Baratz. Si produce il Torbato, amante dei terreni calcareo argillosi, ma soprattutto gli Internazionali: Dal Sauvignon, al Cabernet Sauvignon utilizzato da taglio al Cannonau, e il Merlot. La Romangia e l’Anglona, saliscendi ricco di paesaggi mozzafiato, macchia mediterranea ed immense distese di filari. Si coltiva il Moscato, vitis apiana per i romani, e il Pascale, autoctono a bacca rossa. Ed il Vermentino di Sardegna e il Cannonau, che solitamente non manca mai ad ogni buon vigneto Sardo che si rispetti…

Ultima modifica ilGiovedì, 24 Novembre 2011 07:43

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