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Grandi Marche: oltre al Verdicchio c'è di più

Collina (69%), montagna (31%) e 173 km di costa, questa la conformazione del territorio di una regione quasi interamente vocata alla viticoltura e in grado di regalarci sapori davvero unici.

Facile intuire come il clima possa essere decisamente vario in quanto influenzato dalla dispozione e dall'altitudine dei rilievi e dalla distanza dal mare: di tipo mediterraneo lungo la costa, mentre procedendo verso l'interno diventa continentale, si accentuano le escursioni termiche e le gelate tardive.
Le zone che fungono da traino per la viticoltura marchigiana sono quelle dei Castelli di Jesi e del Piceno, seguite dal Conero, dall'alta valle Camerina e da Offida. Per tipicità, tradizione e qualità, meritano certamente una menzione le aree di Morro d'Alba e di Serrapetrona.

Le D.O.C.G., tutte molto recenti, sono salite a cinque grazie all'ingresso recentissimo (15/06/2011) della denominazione Offida
:

- Castelli di Jesi Verdicchio Riserva
- Conero
- Offida
- Verdicchio di Matelica Riserva
- Vernaccia di Serrapetrona

Mentre quindici è il numero delle D.O.C.:

- Bianchello del Metauro                                           
- Colli Maceratesi                                                      
- Colli Pesaresi
- Esino
- Falerio
- I terreni di Sanseverino
- Lacrima di Morro d'Alba
- Pergola
- Rosso Conero
- Rosso Piceno
- San Ginesio
- Serrapetrona
- Terre di Offida
- Verdicchio dei Castelli di Jesi
- Verdicchio di Matelica

Inevitabile iniziare parlando del Verdicchio, vitigno autoctono a bacca bianca che ha trovato in questi territori un ecosistema irripetibile e che, grazie alla zona dei Castelli di Jesi e alla politica commerciale di alcune aziende, ha dato grande notorietà alla viticoltura regionale anche oltreconfine. Non a caso quasi la metà del vino marchigiano è prodotto nello jesino.
Rinomato per i caratteristici riflessi verdi, per la spiccata freschezza e sapidità, e per essere uno dei migliori vini da pesce, il Verdicchio viene vinificato anche nelle tipologie passito e spumante, dimostrandosi così incline a molte lavorazioni.
Ma negli ultimi anni il territorio di Matelica, in alta valle Camerina, ha palesato tutta la predispozione ad esaltare le splendide caratteristiche del principe della viticoltura marchigiana, riuscendo, anche grazie ad un numero crescente di piccoli produttori attenti alle rese e alle vinificazioni accurate, a dimostrare di non avere nulla da invidiare ai prodotti jesini.
Caratteristica peculiare dei vini ottenuti in quest'area è la grande sapidità dovuta all'altipiano, noto come "sinclinale camerte",  che ospita i vigneti, al posto del quale vi era un antico bacino salato dell'appennino.

Spostandosi di pochi passi si giunge nei pressi di Morro d'Alba dove undici produttori si spartiscono i pochi ettari di terreno per la coltivazione della Lacrima, vitigno a bacca rossa che deve il suo nome al fendersi della buccia durante la maturazione, lasciando "lacrimare" il succo. Una varietà, anch'essa autoctona, che ha ripreso lustro solo dall'inizio degli anni ottanta grazie alla caparbietà di alcuni produttori.
La Lacrima di Morro d'Alba figura sicuramente tra i vini più particolari di tutta la penisola per gli intensi riflessi violacei, ma in particolar modo per il suo impatto al naso e in bocca davvero inconfondibili.
Se già nella versione base lascia facilmente il segno, le tipologie Superiore e Passito riescono davvero ad emozionare per tipicità, complessità e bevibilità.

E' sufficiente avvicinarsi al mare per arrivare al monte Conero, sul quale, in mezzo alla macchia mediterranea e su un terreno calcareo, il Montepulciano riesce ad esprimersi ad altissimi livelli.
Spesso con l'aggiunta di piccole percentuali di Sangiovese, altro dominatore regionale, questo vitigno dà vita nella zona del Conero a quello che probabilmente è il miglior rosso delle Marche, iniziando a rubare la scena anche al gigante Verdicchio.
Nonostante le antiche tradizioni, il miglioramento è avvenuto esponenzialmente nel giro di pochi anni, grazie ad operatori attenti che hanno deciso di iniziare (perchè i margini sono ancora ampi) a sfruttare realmente le potenzialità del territorio.

Scendiamo un pò a sud, nell'entroterra Maceratese, per giungere al piccolo territorio montano di Serrapetrona. Qui è la Vernaccia nera a farla da padrona da tempi remoti, pur avendo rischiato di scomparire a fine '800, grazie alla particolare aromaticità di questa uva a bacca rossa dalla quale solo sette produttori ottengono un ottimo spumante secco o dolce.
La peculiarità maggiore di questo straordinario prodotto è data dalle tre fermentanzioni, in quanto circa la metà del raccolto viene vinificato all'atto della vendemmia, mentre il restante viene sottoposto ad appassimento. Solo allora i due mosti vengono assemblati per la terza ed ultima fermentazione tramite metodo Charmat.
Stanno ottenendo ottimi risultati quei vigneron che preferiscono utilizzare esclusivamente uva appassita oppure spumantizzare con metodo classico per aumentare complessità e pregio.

A contendere la palma di migliore rosso al Conero c'è la vasta zona del Piceno, che comprende quasi la metà del territorio regionale. Il Sangiovese primeggia incontrastato, in particolar modo nel "cru" Rosso Piceno Superiore (nell'area dei colli del Tronto), in cui la vocazione del territorio e il sapiente utilizzo della botte ci presentano un prodotto perfetto per l'abbinamento con i sapidi e speziati salumi locali.

Non bisogna spostarsi se si vogliono conoscere altre due varietà autoctone a bacca bianca che si stanno affacciando con sempre più prepotenza sul mercato nazionale, e che hanno dato un grande contributo alla nascita della D.O.C.G. Offida. Si tratta di Passerina e Pecorino, vitigni ritornati in auge negli anni ottanta dopo un lungo periodo di oblio nel quale il Trebbiano toscano, più produttivo ma di minor qualità, li aveva soppiantati.
Molto versatile il primo che troviamo anche nelle tipologie spumante, passito e vino santo, il secondo è decisamente più adatto all'invecchiamento, confermando spesso quell'idea di "rosso vestito di bianco" dovuta alla struttura dei vini ottenuti.
Sono ancora molto diverse le interpretazioni produttive date dai vigneron della zona e non c'è ancora una reale linea guida, la speranza è che non si lascino abbagliare da qualche moda.

Infine è interessante segnalare le due sottozone dei Colli pesaresi, Roncaglia e Focara, nelle quali il Pinot Nero, il cavallo di razza per eccellenza, riesce ad esprimersi ad ottimi livelli.

Paolo Volponi diceva dei vini marchigiani che “sono un po' come gli abitanti: cambiano di valle in valle, hanno un loro accento diverso, un loro umore.” Tutto questo è oggi ancora possibile grazie al grande sforzo per la riscoperta dei vitigni della tradizione, per l'attenzione alla tipicità e per la razionalizzazione dello sfruttamento delle potenzialità del territorio.
L'impegno profuso ha fatto uscire dall'ombra dei Castelli di Jesi molte interessanti realtà capaci di incuriosire e appassionare anche i non addetti ai lavori. Ora si tratta di capire quale sia la strada da intraprendere per fare l'ulteriore salto di qualità.
Ultima modifica ilGiovedì, 27 Ottobre 2011 07:30

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