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Toscana: "Autoctona" e Tradizionalista

Strade del vino della Toscana Strade del vino della Toscana
Toscana, una regione che in campo enologico fa scaturire ammirazione, rispetto e stima.

In questo articolo voglio approfondire un aspetto particolare del mondo vitivinicolo di questa blasonata zona d'Italia, ovvero la sua grande ecletticità enologica.

Da decenni ormai in Toscana si fondono, si contrappongono, si completano due precise filosofie produttive: quella classica, tradizionale, autoctona e quella “internazionale”.

La prima è legata ad un complesso ampelografico che vede nel Sangiovese la sua incontrastata punta di diamante, un vitigno che in Toscana raggiunge vette qualitative di valore mondiale. L'altra “faccia” enologica è quella che si fonda sui vitigni internazionali, che in alcune zone di questa regione sono riusciti a svilupparsi ad un livello tale da competere e primeggiare senza timori con le migliori espressioni vinicole straniere.

Il grande fascino enologico della Toscana sta anche nel fatto che queste due filosofie, apparentemente complementari, hanno trovato qui anche un punto d'incontro in quei vini che sono storicamente definiti Supertuscans, non solo, alcune Docg e Doc hanno fondato il loro disciplinare su uvaggi formati da Sangiovese e vitigni internazionali.

Dopo questo prologo, andiamo per ordine, iniziando a parlare di quella che possiamo definire la Toscana “autoctona” e tradizionalista. Come dicevamo è il Sangiovese l'incontrastato imperatore dei vitigni di questa regione, nonché il più diffuso come superficie vitata. Quest'uva ha molti cloni e nelle diverse zone d'Italia dove viene coltivata è in grado di offrire peculiarità diverse. Nelle terre di Toscana però riesce ad esprimersi ai suoi massimi livelli, in particolare nella zona di Montalcino, dove nasce il famoso Brunello, frutto del magico connubio di terreno e microclima che regala vini di grande struttura e longevità, prodotti con Sangiovese Grosso in purezza. Sempre in questa zona sono ottimi i risultati che si ottengono con il Rosso di Montalcino Doc, un vino mediamente meno potente e longevo del fratello maggiore, ma che è in grado di regalare grandi soddisfazioni beneficiando dello splendido terroir da cui nasce. Con questa uva però sono diversi i vini di eccellenza prodotti in Toscana, alcuni dei quali non han bisogno di presentazioni, come il Chianti ed il Nobile di Montepulciano, i quali però per disciplinare ammettono anche percentuali di altri vitigni autorizzati oltre al Sangiovese. Numerose poi sono le denominazioni  d'origine che vedono quest'uva presente almeno al 70%, per esempio: Morellino di Scansano, Rosso di Montepulciano, Montecucco Sangiovese. In tema di vitigni autoctoni, è d'obbligo la citazione della Vernaccia di San Gimignano Docg, vino bianco che nel 1966 è stato il primo a fregiarsi della denominazione di origine controllata e garantita, prodotto con almeno l'85% di Vernaccia coltivata in questo comune in provincia di Siena.

Veniamo ora alla Toscana per così dire “internazionale”, ovvero quella che sta puntando in modo deciso sulla coltivazione di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Syrah, Alicante, Petit Verdot, Sauvignon. Questa scelta ovviamente ha precisi fondamenti storici, non è certo una presa di posizione fine a se stessa. Semplicemente si è deciso in alcune zone di valorizzare il territorio ed il microclima assecondando le naturali potenzialità offerte da madre natura. Per cui, mentre alcuni comparti sono assolutamente vocati per il Sangiovese, in altri i vitigni internazionali si sono fatti strada parlando il linguaggio universale della “qualità”, convincendo i produttori ad allontanarsi dalla tradizione per puntare in modo deciso su queste uve, introducendo anche l'uso della barrique per l'affinamento, che alcuni decenni fa era considerata in Toscana quasi un'eresia.

I primi produttori che hanno creduto a questa impresa erano dei veri e propri pionieri, quasi tutti con un certo potere economico alle spalle che ha permesso questa “sperimentazione” in vigna ed in cantina, con forti investimenti tutti votati alla qualità. Una delle zone principali che ha visto nascere questo fenomeno è quella nei dintorni di Bolgheri e Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, ai più nota come la terra che fa nascere il blasonato Sassicaia, noto in Italia ed all'estero per la sua griffe, la qualità ed il prezzo non accessibile a tutti. In generale però gran parte della costa Toscana ha visto negli anni comprendere la potenzialità di quel territorio per i vitigni internazionali, convincendo i produttori a puntare su questo tipo di viticoltura, ottenendo dei risultati qualitativi che indubbiamente confermano la bontà della scelta fatta. Per cui nelle zone di Lucca , Pisa e Livorno, sono innumerevoli gli esempi di grandi vini prodotti esclusivamente utilizzando tali uve, a queste poi si aggiungono altre zone sparse sul territorio toscano che sono dei piccoli bacini vitivinicoli che hanno fatto scelte simili. Possiamo per esempio citare la zona di Cortona, celebre per le potenzialità dei suoi vini a base Syrah e Merlot, che sono in grado di raggiungere punte qualitative davvero entusiasmanti.

Questo processo di “internazionalizzazione” nei decenni ha evoluto il panorama ampelografico toscano, tanto che oggi non è più possibile suddividere in modo netto e preciso il territorio fra zone autoctone e non, ma piuttosto dobbiamo parlare di una profonda integrazione dei vitigni nei quali una tipologia può prevalere rispetto ad un'altra, ma senza l'esclusività assoluta, con la sola eccezione ovviamente della zona di Montalcino, baluardo per eccellenza della tradizione.

Proprio per questo motivo molte delle Docg e Doc di Toscana hanno nel loro disciplinare la possibilità di uvaggi fra Sangiovese e vitigni internazionali consentendo ampie percentuali di quest'ultimi, con una ricerca dell'assemblaggio migliore in grado di enfatizzare le peculiarità qualitative di ogni singola uva.

Esempi di questo sono: Carmignano Docg, Montecarlo Doc, Capalbio Doc, Montescudaio Doc, Monteregio di Massa Doc, Orcia Doc, Sant'Antimo Doc.

A questo punto occorre fare un importante inciso relativo all'importanza del mercato statunitense per la Toscana, in primo luogo perché oltre oceano questa regione gode di una popolarità strepitosa dal punto di vista turistico, grazie a paesaggi, storia, cultura ed enogastronomia. Inoltre molti investitori americani sono venuti in Toscana ed hanno acquisito alcune aziende vitivinicole, anche di grosse dimensioni, ponendo un ulteriore accento sulle esportazioni verso gli Stati Uniti. E' abbastanza noto come il “gusto” di quest'ultimi nei confronti del Vino sia stato per molti anni legato ad un concetto di “morbidezza”, con prodotti dotati di rotondità e prontezza di beva, caratteristiche che spesso si ottengono partendo da vitigni internazionali, magari affinati in barrique. Ovviamente non si può fare di tuta l'erba un fascio ed i distinguo ci sono, però mediamente le richieste del mercato americano erano volte verso questa tipologia di vini, che inevitabilmente ha spinto i produttori a percorrere strade innovative per venire incontro a queste esigenze, con conseguenti possibilità di ampliare il mercato ed anche il fatturato.

Non a caso in passato venne coniato il nome di Supertuscans per definire tutta quella famiglia di vini prodotti in Toscana con l'utilizzo di vitigni internazionali, in uvaggio fra di loro oppure assieme al Sangiovese, creando così una nuova filosofia produttiva che ha avuto molto seguito e successo. Il precursore di questi vini fu il celebre Tignanello, prodotto negli anni '70 da Piero Antinori, che attualmente prevede un uvaggio di Sangiovese (85%), Cabernet Sauvignon (10%), Cabernet Franc (5%), che di fatto fu il primo esempio di Supertuscans, rompendo gli schemi di allora relativi al disciplinare del Chianti. Tutti questi “nuovi” prodotti non ebbero paura di esser inizialmente classificati come Vini da Tavola e le aziende puntarono in modo convinto e deciso verso la qualità, con rese bassissime in vigna e grande cura in cantina, introducendo l'uso della barrique, rompendo anche lo schema della tradizione molto radicata sulle botti grandi.

Di quegli anni è anche l'origine del celebre Sassicaia grazie al Marchese Mario Incisa della Rocchetta, attualmente prodotto con Cabernet Sauvignon (85%), Cabernet Franc (15%), che ebbe l'intuizione di impiantare vitigni internazionali nella zona di Bolgheri, ottenendo i successi che tutti conoscono.

Splendido quindi vedere come nel corso dei decenni il sistema ampelografico della Toscana si sia evoluto integrando in maniera splendida tradizione ed innovazione, autoctono ed internazionale, ampliando straordinariamente la tipologia di vini prodotti, arricchendo quindi il valore complessivo dell'impianto enologico italiano. La coesistenza di queste diverse filosofie è uno dei fattori dell'eccezionale successo vitivinicolo della Toscana.

Una considerazione importante però la voglio fare, visto che tocca anche temi di attualità: ritengo che la tradizione e l'innovazione debbano coesistere, aiutarsi, collaborare, ma ci sono dei confini che non devono essere valicati. Mi riferisco al tentativo fatto da alcuni produttori di modificare il disciplinare del Brunello di Montalcino Docg (democraticamente fallito dopo la votazione dei produttori del consorzio) e quello appena provato per mutare quello del Rosso di Montalcino Doc, anch'esso per fortuna respinto. Entrambi puntavano ad “internazionalizzare” questi due vini aggiungendo al Sangiovese delle piccole quantità di Cabernet e Merlot, con lo scopo di “ingentilire” ed “ammorbidire” questi cavalli di razza, rendendoli quindi più facili per il consumatore. Personalmente mi auguro che in Italia vini come Brunello di Montalcino, Rosso di Montalcino, Barolo, Barbaresco, Sagrantino di Montefalco, Aglianico del Vulture continuino ad essere prodotti in purezza con i vitigni storicamente definiti, senza che nessuno sfregi il loro “sangue blu” con modifiche volte ad assecondare mode o leggi di mercato decisamente poco romantiche. Sono vini spesso austeri, potenti, con tannini importanti, che vanno capiti, assecondati e soprattutto bisogna saperli aspettare nel tempo, senza fretta, perché è proprio questo loro carattere aristocratico che nella storia gli ha messi al vertice dell'enologia mondiale, non abbiamo bisogno che qualcuno li “ingentilisca” per aumentarne le vendite, noi appassionati romantici li vogliamo così: “duri e puri”. Sbagliato è il voler snaturare il gusto e la storia di un vino quando la Toscana col suo territorio è in grado di offrirci anche prodotti più immediati, morbidi, con eccellenti livelli qualitativi, tutto questo  ringraziando la splendida “democrazia enologica” con cui questa regione ha deciso negli anni di rendere grandi sia il Sangiovese che i vitigni internazionali.

Ultima modifica ilMartedì, 25 Ottobre 2011 06:16

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