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Un sorso di Lombardia

Un sorso di Lombardia Un sorso di Lombardia Un sorso di Lombardia
Come capita per la maggior parte delle regioni italiane, è difficile riassumere in breve tutte le sfumature ampelografiche ed enologiche della Lombardia, che in se raccoglie viticolture molto diverse fra loro, con una produzione variegata sia dal punto di vista delle tipologie di vino che per le filosofie produttive.
Una peculiarità di questa regione è che solo una minima parte del suo territorio è dedicato alla coltivazione della vite, osservando una cartina dei vigneti si mette subito in evidenza come le zone di produzione vinicola siano molto frammentate sul territorio, solo nella parte centrale si coglie un leggero incremento della densità, per intendersi nella zona che parte dalla Valcalepio, transitando per la Franciacorta, per giungere infine nella zona del lago di Garda.

Voglio focalizzare l'analisi di questa regione soffermandomi su quelle zone che, per livello produttivo e qualità, rappresentano un po' i pilastri enologici della Lombardia. In particolare sto parlando di queste quattro aree: Valtellina, Franciacorta, Oltrepò Pavese, Lago di Garda (con riferimento al Lugana). La scelta di questi comparti vinicoli è dovuta a dei motivi ben precisi: in primo luogo due di questi rappresentano un punto di riferimento per la spumantistica italiana, ovvero la Franciacorta e l'Oltrepò, inoltre voglio porre l'attenzione su Valtellina e Lugana in quanto negli ultimi anni il loro livello qualitativo è costantemente cresciuto, ma da molti non sono ancora conosciuti ed apprezzati nel modo corretto. Tanto è vero che girando l'Italia purtroppo capita di confrontarsi sull'argomento con degli appassionati e spesso molti non hanno mai degustato questi vini, forse anche per una difficile collocazione sul mercato man mano che ci si allontana dalla zona di produzione, oppure a volte solo per inutili pregiudizi.

In prima battuta spendo due parole per la Franciacorta che, delle zone citate, è quella che sicuramente ha bisogno di meno presentazioni essendo un punto di riferimento per la produzione di spumante metodo classico in Italia ed anche all'estero. Il tessuto produttivo della Franciacorta è composto da grossi “industriali” del vino che producono milioni di bottiglie, affiancati da un vasto numero di piccoli produttori che con cuore ed esperienza arricchiscono la produzione con il carattere dei loro spumanti. Producendo alcune migliaia di bottiglie all'anno sono meno legati a filosofie produttive di massa e preferiscono discostarsi da un concetto di omologazione gustativa conferendo ai vini la propria personalità, partendo dalla vigna sino alla cantina. Molti di questi piccoli vigneron hanno introdotto nella loro produzione degli spumanti a dosaggio zero, senza aggiunta di liquori dopo la sboccatura, a detta loro per avere un vino che parli sempre di più il linguaggio della vite e del frutto, senza l'aggiunta di elementi che vadano a modificare il profilo organolettico dello spumante. E' una scelta spesso coraggiosa, in quanto questa tipologia di vini è “compresa” ed apprezzata da un numero di clienti meno vasta, comunemente più abituata a spumanti “ruffiani” e semplici per il palato. Ovviamente la filosofia produttiva di questi vigneron si manifesta anche in tutte le altre tipologie di spumante, non solo nel dosaggio zero, il risultato è che i singoli caratteri dei piccoli produttori si uniscono ed offrono alla Franciacorta una complessità gustativa che costituisce un vanto per la Lombardia e l'Italia.

Veniamo ora all'Oltrepò Pavese, che rappresenta il più grosso bacino produttivo vinicolo lombardo, ma personalmente preferisco più parlare di qualità che di quantità. In particolare amo collegare al concetto di Oltrepò quello di Pinot Nero, purtroppo bisogna oggi scontrarsi col luogo comune che vede questa zona famosa per i suoi vini beverini e vivaci. Intendiamoci, queste tipologie sono assolutamente fondamentali per il tessuto economico ed inoltre hanno una straordinaria efficacia nel quotidiano e con una bella versatilità di abbinamento. La piacevolezza e la pronta beva di una   Bonarda dell'Oltrepò non sono in discussione ma, come per una grande squadra servono i fuori classe per vincere, anche qui serve una grande uva per rendere eccellente un comparto vinicolo. Cito una frase detta nel 1980 dal professor Mario Fregoni dell'Università Cattolica di Piacenza, intervenuto in un convegno sul Pinot Nero a Broni (Pavia):” Oggi l'Oltrepò Pavese è una delle più importanti zone vitivinicole europee e mondiali per la produzione di spumanti di qualità ed è il più grande 'serbatoio' italiano di Pinot Nero”. L'autorevolezza di una tale affermazione è quanto mai di attualità anche oggi e questo nobile vitigno deve essere la chiave di svolta per la consacrazione definitiva del territorio, non solo per il metodo classico, ma anche per la sua vinificazione in rosso che è in grado di generare vini di eleganza e raffinatezza davvero encomiabili.

Il Pinot Nero è di diretto considerato una fra i vitigni più aristocratici, ma allo stesso tempo difficile da domare in vigna ed in cantina bisogna conoscerlo a fondo per saperne trarre le sfumature più entusiasmanti. Ci sono poche zone al mondo dove riesce ad esprimersi a livelli di eccellenza, uno ovviamente è la Borgogna, altri due li abbiamo in Italia, precisamente in Oltrepò Pavese ed in Alto Adige. Proprio perché madre natura ha donato tale fortuna ampelografica e climatica, bisogna saper cavalcare e domare questo nobile purosangue di razza, affinché ne nascano vini rossi ricchi di finezza e spumanti con carattere. I produttori più radicali e puri vinificano del metodo classico con Pinot Nero in purezza, impresa ancora più ardua, alcuni degustatori sostengono che senza una parte di Chardonnay non si raggiunga la completa eleganza, ogni opinione è rispettabile, sicuramente però nascono spumanti ricchi di carattere e struttura, con sensazioni olfattive franche, che parlano il linguaggio schietto del Pinot Nero. Forse spumanti per amanti di questo vitigno, sicuramente non banali e non omologati. Forte quindi è il mio invito a volersi confrontare con la realtà produttiva dell'Oltrepò Pavese, visitatelo o comunque acquistate e degustate qualche bottiglia di spumante e di vino rosso a base Pinot Nero, coglietene le sfumature, raffrontate un produttore con un altro, capitene le singole filosofie interpretative. Scoprirete magicamente che l'Oltrepò è una grande realtà vinicola italiana, non solo per i vini di pronta beva, ma anche e soprattutto per i suoi gioielli a base Pinot Nero.
Passiamo ora ad un'altra zona della Lombardia che madre natura ha deciso di benedire dal punto di vista ampelografico, sto parlando della Valtellina, zona incredibilmente vocata per il Nebbiolo ed insieme al Piemonte un punto di riferimento per i vini derivanti da questo vitigno.
Si trova nella parte Nord della regione, in provincia di Sondrio, è una valle che va da Tirano a Morbegno, solcata dal fiume Adda.
Una viticoltura difficile quella della Valtellina, di montagna, definita “eroica” grazie alla miriade di terrazzamenti che costeggiano la vallata, costruiti dall'uomo che ha profondamente creduto nella coltivazione della vite nel nome di una eccellente produzione enologica. Favolosa e fondamentale è l'esposizione  verso Sud delle vigne poste su un versante della valle, si ha così una massimizzazione dell'irraggiamento solare, fattore importante per la vita e la produzione del vigneto. Bassa è la percentuale produttiva della Valtellina rapportata a tutta quella lombarda, ma straordinariamente livellata verso l'alto dal punto di vista qualitativo. Essendo così difficoltosa e faticosa la coltivazione della vite, un tessuto composto da tanti piccoli produttori ha deciso che il gioco valeva la candela solo se a nascere fossero stati vini dotati di struttura, carattere e longevità. Il Nebbiolo, localmente chiamato Chiavennasca, costituisce la quasi totalità del vigneto coltivato in Valtellina, affiancato da piccole quantità di vitigni autoctoni ed internazionali. Questo testimonia il grande legame territoriale che storicamente esiste fra i viticoltori del luogo ed il Nebbiolo, rapporto che gli ha spinti a puntare tutte le loro forze su una coltivazione irta di difficoltà, abbinata ad un vitigno anch'esso ostico e spigoloso da gestire. Una strada quindi tutta in salita, ma che negli anni ha premiato questi vigneron che stanno vedendo riconosciuta sempre più la loro qualità produttiva. Eppure non è ancora così capillare come meriterebbe la diffusione dei vini della Valtellina sul territorio, ricchi di struttura e personalità, che hanno nella loro anima una bella longevità, figlia si del Nebbiolo, ma anche di un terroir che sa preziosamente custodire ed allevare questo vitigno.

Veniamo infine alla zona del Lago di Garda, con particolare riferimento al Lugana, vino bianco derivante essenzialmente dal Trebbiano di Lugana, localmente chiamato Turbiana. Sono convinto che questo rappresenti la punta di diamante enologica lombarda per quanto riguarda i vini bianchi, sicuramente con una rilevanza anche a livello nazionale. Recenti ricerche hanno dimostrato che il genoma del vitigno è diverso dal Trebbiano Veronese, come lo è anche dal Verdicchio Marchigiano (di cui pareva essere lontano parente). Importante è quindi sapere che si tratta di un vitigno autoctono, selezionato nei secoli da vignaioli locali ed ormai diventato un elemento fondamentale per la produzione vinicola del basso Garda. Il terreno di lontana origine morenica è composto da una variegata combinazione di argilla prevalentemente calcarea, ricca di sali minerali, proprio queste peculiarità regalano al Lugana una caratteristica vena sapida che li contraddistingue. Cresciuto moltissimo negli anni il livello qualitativo, ormai si è spesso di fronte a vini bianchi importanti, dotati di notevole struttura e con ottimi tenori alcolici. Prodotti che nascono per durare a lungo, sia che essi vengano affinati in legno sia in acciaio, traendo in generale grande beneficio dall'evoluzione in bottiglia. Un vino bianco che non ha nulla da invidiare ad altri omologhi blasonati prodotti italiani di altre regioni, i migliori viticoltori ormai hanno compreso le potenzialità di questo territorio nella produzione di un vino bianco di carattere ed eleganza, talvolta realizzato anche in versione spumante metodo classico con ottimi risultati, sempre in presenza della piacevole vena sapida che mette il timbro del territorio e del mite microclima a Sud del Lago di Garda.

Questo articolo non ha assolutamente la presunzione di aver analizzato in maniera completa ed esaustiva la Lombardia enologica, anzi sono conscio di non aver citato altre zone vinicole in forte crescita e con una importante impronta territoriale, sto parlando per esempio della Valcalepio, del Garda Classico, del Garda Colli Mantovani, del Lambrusco Mantovano ed altri. Ho semplicemente voluto mettere in evidenza alcune realtà produttive che personalmente ritengo siano un po' le punte di diamante della produzione enologica lombarda, quelle che devono sobbarcarsi in prima linea l'onere di comunicare in Italia ed all'estero l'importanza vitivinicola della Lombardia, in modo da attirare sempre più su di essa l'occhio attento degli amanti del vino, in modo poi che tutte le altre realtà vinicole della regione possano trarre vantaggio in termini di visibilità e di riconoscimento qualitativo. Sono convinto che in questi casi prima serva un lavoro di squadra, in modo che facendo massa critica si riesca a far conoscere le potenzialità di un territorio, solo successivamente le singole realtà produttive posso mettere in campo le loro forze per parlare il linguaggio di una zona, di un terroir, di un microclima, di una tradizione, di una storia.

Ultima modifica ilLunedì, 12 Settembre 2011 11:13

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