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Agro Pontino: storie di bonifica e rinascita enologica

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Il 1924 è una data storica per l’Agro-Pontino. È l’anno d’inizio di una delle opere più significative e controverse dell’epoca Fascista: la bonifica di questa area paludosa e malsana della provincia di Latina e segna uno sconvolgimento nelle caratteristiche del territorio da cui non si può prescindere per comprendere lo sviluppo delle pratiche vinicole della zona.
Quello del 1924 non è stato il primo tentativo di bonifica. Già I Romani in epoca antica avevano provato a  drenare e liberare dalle paludi questi terreni e, grazie alle loro conoscenze idrauliche, erano riusciti a permettere la nascita di alcuni centri abitati lungo la via Appia. Il primo progetto completo risale però al 400 approvato da papa Martino IV, successivamente abbandonato perché considerato irrealizzabile. La sfida è stata successivamente raccolta addirittura da Leonardo da Vinci e I suoi studi, non trasformati in realtà all’epoca a causa della morte di Leone X, il papa promotore, sono poi stati usati come base tecnica negli anni 30.

La bonifica ha avuto un costo enorme in termini di forza lavoro, vite spezzate dalla malaria e durata (11 anni) ed ha sicuramente comportato la distruzione di un ecosistema estremamente particolare, probabilmente unico in Europa, caratterizzato da una variegatissima ricchezza di flora e fauna. Al termine della bonifica i terreni passati in gestione alla Opera Nazionale Combattenti sono stati distribuiti a popolazioni provenienti da varie regioni della penisola, creando una mescolanza culturale molto interessante da un punto di vista sociale.

L’area si presenta oggi come una vasta terrazza pianeggiante estremamente fertile a tratti sabbiosa o argillosa, ricca in minerali come il silicio ed estremamente volta all’agricoltura. La composizione del terreno in realtà appare più adatto ad una viticultura di grande espansione e quantità, grazie alla permeabilità e conseguente ricchezza di acque. Le zone più vocate alla vite sono sicuramente le pendici collinari dei rilievi di origine vulcanica che presentano un carattere tufaceo e migliore drenaggio.

Qui le vigne esistevano già fin dai tempi dei Romani, ma ovviamente in aree circoscritte come ad esempio la zona di Terracina. Una più recente e moderna diffusione della vite è avvenuta chiaramente in seguito alla bonifica e ora l’area in questione, pur rientrando nel generale sconfortante quadro laziale vitivinicolo , sicuramente rappresenta una delle realtà più solide e all’avanguardia della regione.

L’allevamento a tendone è ancora presente ma la tendenza mostra la volontà di cambiamento verso allevamenti di tipo guyot e cordone speronato.
I vitigni autoctoni sono pochissimi e poco diffusi, ma recentemente alcuni produttori stanno riscoprendo le potenzialità in particolare del Nero buono di Cori e del Bellone. Per lo più la produzione dell’Agro Pontino si concentra su vitigni internazionali: Chardonnay per I bianchi, Syrah, Merlot, Petit Verdot per I rossi.

Questo orientamento è stato trainato dalle ricerche e sperimentazioni avviate quasi vent’anni fa da Dino Santarelli nella sua azienda Casale del Giglio supportato da vari centri di ricerca e dalla Regione Lazio. Lo scopo era analizzare, individuare e favorire le potenzialità qualitative del territorio in termini di viticultura. La ricerca ha quindi focalizzato su quali fossero le tecniche e I vitigni più adatti alle condizioni pedoclimatiche dell’area. I risultati sono stati sorprendenti. Il Petit Verdot ha trovato un habitat simile a quello del Medoc. Syrah, Merlot e Chardonnay si esprimono al meglio.

Il Casale del Giglio porta ancora avanti le sue ricerche testimoniando la possibilità di esprimere il territorio anche attraverso vitigni internazionali e di produrre vini di ottima qualità anche su larga scala. E non è la sola azienda a farlo.
L’Agro Pontino rappresenta al momento uno dei capisaldi della viticoltura laziale e la palude è solo un ricordo lontano.
Ultima modifica ilMartedì, 19 Luglio 2011 07:29

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