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Viti e vite del Vesuvio

"Sfuma in soavissimi aromi di  erbe aromatiche, ha il colore del mistero del fuoco infernale, il sapore della lava, dei lapilli e della cenere che seppellirono Ercolano e Pompei; bevete amici questo sacro antico vino". [Curzio Malaparte]
 
Tante le citazioni, le storie e i dipinti - quest'ultimi ben conservati nelle ville romane come la "Casa del centenario" a Pompei - che raccontano le qualità eccelse dei vini del Vesuvio. Il profilo inconfondibile del cratere più famoso del mondo, è stato fonte di ispirazione per molti artisti e identificato come "marchio" del Golfo di Napoli.



Bella e struggente l'immagine del Vesuvio, nonostante la sua anima devastatrice, che ha lasciato cicatrici indelebili, come la tragica eruzione del 79 d.C. la quale cancellò dalla faccia della terra le città di Pompei, Stabia, Ercolano ed Oplonti. Affascina e rapisce.

È un enorme cono nero visibile in un raggio di 250 km, alla cui base si distingue la fitta vegetazione che separa il centro abitato. L'interazione tra le forze della natura e la presenza umana ha modellato l'ambiente fino a portarlo ad essere il paesaggio che ritroviamo oggi.

Questo territorio "unico" è riconosciuto come Riserva Naturale di Biosfera dall'Unesco, con l'appellativo di Parco Nazionale del Vesuvio, esteso per oltre 5000 ettari, dove prosperano -  nella fascia bassa - colture di pesche, albicocche, ciliege, arance, mandarini, limoni, pomodorini e olive.

Più in alto trovano posto alberi di querce, faggi, betulle e pini. La vite invece è presente alle varie quote, fino quasi a lambire la bocca del cratere. Terra feconda e dal suolo infiammato, dove l'uomo è più volte tornato attratto dalla sua fertilità, ricca di elementi importanti per l'agricoltura, come: calcite vitrea, ossido fuso, ferrite, tufo e sabbia, dalla consistenza grassa e dalla composizione sulfurea, che appaiono sotto forma di lapilli e cenere. Dunque di lava.



È un luogo di immensa biodiversità, riscontrabile nella ricca e varia vegetazione. I vini che si producono cambiano caratteristiche in base al terreno dove crescono le viti. Nella fascia bassa si ottengono vini più corposi, grassi e con profumi che virano verso la frutta. Nella fascia alta, verso la bocca del cratere, i vini sono eleganti, snelli e con note floreali.



Un centinaio di biotipi differenti di vitigni sono nati su questa terra. Oggi sono ancora coltivati il Piedirosso, lo Sciascinoso, il Greco del Vesuvio, il Coda di Volpe, la Catalanesca e il Caprettone, quest'ultimo erroneamente ritenuto un clone di coda di volpe. Vitigni a bacca rossa che concorrono alla produzione del mitico vino lacryma christi rosso, e a bacca bianca per la produzione del lacryma christi bianco.

Da diversi anni si sono aggiunti la falanghina e l'aglianico. In alcune aree è possibile trovare contadini che allevano ancora una antica e rara uva rossa: la Siaculillo, di probabile discendenza dal clone aglianico.

Sono ben noti a tutti i vini rossi che si producono nella zona della quale si sta parlando, ma voglio oggi ricordare che nell' ultimo decennio alcuni produttori si sono dedicati a due vitigni a bacca bianca: la catalanesca e il caprettone, già destinati all'estinzione, e con i quali si producono vini che esprimono un chiaro richiamo al territorio.

Vini ancora poco conosciuti, ma chi ha la fortuna di poterli degustare, rimarrà sorpreso dalla forte impronta di  "terroir" - intendendo per tale un'insieme di fattori naturali del luogo, come terreno, esposizione, microclima -  non riproducibile in altri luoghi.

Il vitigno catalanesca, importato nel 1450 dalla Catalogna, da Alfonso I d'Aragona e impiantato sulle pendici del Vesuvio, ebbe un'immediata diffusione, grazie ai fecondi terreni vulcanici e al particolare microclima di cui necessita.



Ha elevata vigoria su impianti a spalliera con potatura a guyot e la maggior parte delle viti in loco, sono a piede franco. La maturazione è tardiva, la raccolta avviene tra la fine di ottobre e la seconda decade di novembre, beneficiando così del clima fresco che influenza positivamente la vendemmia, preservandone i profumi.

Dal 2006 la catalanesca è stata ufficialmente aggiunta nell'elenco delle uve da vino e nel 2011 è nato il disciplinare di produzione.

Ciò è stato possibile grazie all'impegno della Cantine Olivella, pioniere nel vino catalanesca. Andrea Cozzolino, Ciro Giordano e Domenico Ceriello, proprietari della cantina, hanno il merito di aver trasformato uva tradizionale locale, in un vino dal profilo tipico ed unico. L'azienda ha sede a Sant'Anastasia, nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio, uno dei comuni dove maggiormente è presente questo vitigno. Nei dieci ettari di vigneti si allevano anche uve per il lacryma christi - rosso e bianco - e uve caprettone. Vini di grande qualità e prodotti in pieno rispetto della salvaguardia della natura.

Il vitigno caprettone è diffuso esclusivamente nell'area del Parco Nazionale del Vesuvio. È un vitigno molto vigoroso ed è allevato a "tendone", una forma di impianto che consente di gestire la sua vigoria. Ha un grappolo tozzo, spargolo e a forma conica. Da qui la somiglianza con la barba della capra, da cui prende il nome. È molto delicato nella fase della fioritura. Matura intorno alla fine di settembre. Ha una buona espressione sui profumi varietali che emergono con l'affinamento di almeno due anni. Possiede buona acidità e sapidità.



Massimo Setaro e sua moglie Mariarosaria, viticultori in quel di Bosco Trecase, sono convinti assertori delle qualità del vitigno caprettone e da anni si impegnano nella sua diffusione.
Loro - come i vini che producono - sono "autoctoni" della zona.

La struggente bellezza del Vesuvio e la straordinaria generosità della terra li ha portati a sviluppare e creare Casa Setaro, improntando la cantina su vitigni antichi autoctoni, con la sana convinzione che il rapporto uomo/habitat/vigna sia alla base di una viticoltura di qualità.

L'azienda è situata in località Trecase, anch'essa all'interno del Parco Nazionale del Vesuvio. Le vigne guardano la bocca del cratere e il Golfo di Napoli, con un'angolazione particolare su Punta Campanella. Crescono nella terra nera e portano i segni di quattro generazioni che si sono succedute in azienda. Vincenzo Setaro, padre di Massimo è stato il precursore della qualità, riservando il giusto valore a tipicità leggendarie come il lacryma christi.

Oggi l'azienda è una realtà dinamica in perfetto equilibrio tra modernità e tradizione, tipicità e tecnologia, con l'obiettivo di continuare a produrre vini territoriali eccellenti. Oltre al caprettone, vinificato fermo e spumantizzato, Casa Setaro produce altri vini, tutti dotati di forte personalità.
 
Non a caso, dunque, la letteratura parla della preferenza che i Romani nutrivano per i vini del Vesuvio. L'antica tradizione enologica dell'area vesuviana viene citata addirittura in alcuni scritti di Aristotele, il quale sosteneva che i Tessali - antico popolo della Grecia - avessero impiantato le prime viti sul Vesuvio nel V secolo a.C.  

Oggi la viticultura del Vesuvio è concretamente in evoluzione, si muove spinta dalla passione di tanti produttori i quali -  con serietà e dedizione - producono vini inconfondibili, piccoli capolavori da sorseggiare.

2 commenti

  • Roberta
    Roberta Martedì, 28 Marzo 2017 12:38 Link al commento Rapporto

    Che bell'articolo!

  • Severino
    Severino Martedì, 28 Marzo 2017 08:22 Link al commento Rapporto

    Interessante e degno di approfondimento il lavoro di Antonella Amodio.

    E' bene che qualcuno si occupi di valorizzare anche i vitigni autoctoni, che sono la vera ricchezza del panorama vitivinicolo italiano.
    Specie poi se chi ne scrive aggiunge la competenza all'amore per la propria terra, come fa sempre Antonella.

    Severino

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