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La Murgia di Castel del Monte: territorio a forte vocazione agricola

Masserie, trulli, muretti a secco, terreni rocciosi, un paesaggio brullo in cui fa da padrone la macchia mediterranea, è la Murgia.
 
Dal latino murex, il significato conduce alla roccia aguzza, quella dell'altopiano al centro della Puglia, che man mano digrada verso la costa fino a lambire la terra di Bari. Alle spalle si lascia il Tavoliere delle Puglie, mentre ad ovest confina con la Basilicata.

Un territorio a forte vocazione agricola, in cui, lungo le strade della transumanza, ancora oggi si incontrano i cosiddetti "jazzi", ovili all'aperto usati come rifugio temporaneo. Tutto intorno crescono erbe spontanee, elemento imprecidibile delle tradizioni gastronomiche del luogo e tratto caratteristico della flora di uno dei posti più incantevoli di questa "terra di mezzo": il Parco Nazionale dell'Alta Murgia.

Un tesoro di flora e fauna che si mescola al lavoro dell'uomo, il quale utilizzando la roccia calcarea, materiale di scarto del lavoro dei campi, ha disegnato il paesaggio con caratteristiche costruzioni a secco. Un territorio di grandissima varietà naturalistica e ambientale capace di accogliere orchidee dalle vivaci sfumature cromatiche insieme ad un fitto sottobosco.
Qui trovano il loro habitat ideale rari e preziosi esemplari faunistici tra cui il falco grillaio, volpi, faine, poiane e gheppi.



Nella porzione Nord-Occidentale, si insediano importanti centri per la viticoltura su un territorio carsico e quasi lunare, tra grotte e precipizi. Il lavoro dell'uomo ha saputo rendere fertile questo angolo di Puglia dall'aspetto  fiero e selvaggio, consentendole di occupare una posizione di grande rilievo nella viticoltura della regione. Così quest'area comprende comuni che fanno parte della Doc Castel del Monte, come Minervino, Andria, Corato, Ruvo, Trani, Terlizzi, Bitonto, Palo del Colle e Toritto ed insieme a loro, importante anche per il suo contributo alla storia di Puglia, Barletta.

Minervino che si affaccia sul Parco dell'Alta Murgia come fosse un balcone, è un piccolo centro urbano immerso nel verde della collina. Una posizione che gli conferisce un'aria sempre  frizzante e pulita, effetto di inverni freddi ed estati piacevoli, mai calde, sempre ben ventilate. Caratteristico il centro storico, chiamato Scesciola, che si articola tra viuzze e scalinate, in cui è facile perdersi.

Andria, ricca di strutture sveve e di chiese romaniche, sorge tra distese di ulivi e vigneti all'ombra del leggendario Castel del Monte, fortezza dei misteri e patrimonio dell'UNESCO. Arroccato su una collina, circondato dal verde, dall'alto della sua posizione solitaria,  domina il Parco dell'alta Murgia. Una quiete solenne lo avvolge, insieme al mistero che ruota intorno alla sua perfetta pianta ottagonale, alla sua storia e alle leggende che si intrecciano, passando anche attraverso il Sacro Graal e all'ipotesi che questo fosse stato uno dei luoghi in cui era stato custodito.  

Il maniero, con molta probabilità, sarebbe stato costruito su iniziativa di Federico II di Svevia, forse come dimora di caccia, oppure, con funzione di osservatorio astronomico. Quello che appare certo è che, si tratta di un capolavoro unico di architettura medievale, in cui si fondono elementi di più culture, da quella nordica, caratterizzata da archi a sesto acuto, a quella classica, insieme ad elementi del mondo musulmano.

L'ottagono è l'elemento dominante che si ripete quasi ossessivamente in tutte le componenti  della costruzione, dalla pianta, alle stanze, alle torri, tutte ben illuminate da bifore e trifore, orientate verso la città di Andria, luogo di sepoltura delle due mogli dell'Imperatore.

Con assoluta certezza rappresenta la sintesi di regole matematiche e geometriche, sottese ad una simbologia suggerita ma che rimane avvolta nel mistero. Non meno suggestive le leggende che passano attraverso Corato, luogo di numerosi siti archeologici che si intersecano con la storia dei  Cavalieri Templari di passaggio verso la Terra Santa.

A pochi kilometri dalla costa si raggiunge un borgo, Ruvo di Puglia che racchiude uno tra gli esempi più significativi di cattedrale romanico-pugliese.

Nota per le gesta storiche, che nel tempo l'hanno resa protagonista indiscussa degli scenari più pittoreschi e leggendari della Puglia, Barletta è uno di quei centri che pur sorgendo sul litorale unisce le tradizioni gastronomiche dell'entroterra a quelle del mare e la lega ad un vino: il Rosso Barletta, prodotto da Nero di Troia. Secondo la leggenda, fu proprio questo vino rosso, a far scoppiare in un'osteria il diverbio che originò la Disfida tra cavalieri francesi e italiani nel XVI sec.

Legato alla storia del luogo, il Nero di Troia è anche il vitigno che più si identifica con la Murgia centrale, con quest'area così importante enologicamente grazie ad un terreno composto  da roccia calcarea ed un clima tipicamente sub - mediterraneo, attraversato da venti freddi e settentrionali, ma a volte anche caldi e secchi, se provenienti dal sud. Quest'uva è tra le più antiche della Puglia centro - settentrionale e, dopo le distruzioni provocate dalla Fillossera nel XIX secolo, è stata elemento costitutivo del vigneto Puglia.



Risale al 1887 la sua prima descrizione organica che la vede in agro di Trani e se ne parla come di un vitigno molto resistente e di notevole produttività. Caratteristiche tutt'ora presenti e fondamentali per il tipo di terroir nel quale viene allevata.

Matura ad inizio ottobre ed i suoi chicchi sono carattetizzati da buccia nera e spessa con una polpa dolce e carnosa. Studi relativamente recenti, hanno anche ipotizzato che, in base alla grandezza del grappolo, alla sua forma più o meno tozza, oltre alla differente tannicità del vino prodotto, potrebbero esserci due sottovarietà: la Troia di Canosa o di Corato e la Troia di Barletta o Tranese.

I vini sono sono sempre supportati da una buona alcolicità e tannicità e presentano un colore rubino intenso con ricchi sentori di viola, frutti di  bosco e radice di liquirizia.

Ma questa è anche la  terra delle  monumentali cattedrali romaniche, eleganti ed austere, che si affacciano sul mare con i campanili svettanti, quasi a presidio della costa. Trani ne riporta uno degli esempi più imponenti e di fine bellezza nel cuore del suo borgo medievale.

Questa stupenda cattedrale volge le spalle al mare, ed è posizionata in modo tale da poter essere appena lambita dalle acque e disegna il percorso storico di questa cittadina, il cui nome è soprattutto ricordato  ed associato indissolubilmente ad un vino: il Moscato di Trani.

Questo, infatti, trae il nome dalla città, sebbene sia prodotto in altri undici comuni limitrofi. È un vino dolce, molto apprezzato per i suoi profumi e la delicatezza del gusto, ottimo per accompagnare i dolci tipici della regione, soprattutto la pasticceria secca di mandorle.

Prodotto da Moscato Bianco conosciuto anche col sinonimo di Moscato Reale è  sempre stato molto apprezzato, fin dai tempi più  antichi, a tal punto che, nel XIII secolo i mercanti veneziani stipularono un accordo con Roberto D'Angiò, conte di Trani, per poter avere l'esclusiva della sua commercializzazione. In seguito, anche presso il regno di Napoli, durante il XVIII secolo, risulta che fosse decisamente  apprezzato, così come si evince da alcuni documenti che lo citano come legato al  nome di un noto cuoco del regno, Vincenzo Corrado.



Il grappolo di questo vitigno si presenta di forma piramidale, compatto oppure semispargolo o spargolo e l'acino di colore giallo verdastro ha una buccia piuttosto sottile. La vinificazione può anche avvenire con appassimento delle uve fino al raggiungimento della ottimale concentrazione zuccherina ed aromatica. Il filtrato che se ne ricava si presenta sempre di un  magnifico colore giallo con una intensità variabile dalle tonalità dell'oro a quelle dell'ambra, a volte con guizzi di grande lucentezza. I sentori sempre pittosto intensi, vanno dalle note olfattive di agrume candito al fico secco, oppure all'albicocca disidratata e al caramello. Consistente nella tessitura, stupisce con una ben bilanciata freschezza.

Questo vino appartiene al mondo magico di quelli che col tempo sviluppano aromi e sapori, che le famiglie ricche e nobili di un tempo amavano dedicare agli ospiti più illustri, come vero simbolo di opulenza. Alcuni produttori però, non volendo relegare a questo vitigno solo un ruolo per la produzione di vini dolci e passiti, hanno anche sperimentato piccole produzioni, ma di grande interesse, di bollicine in versione Brut e Pas Dosè, dando così un contributo  alla Spumantistica Pugliese. Si tratta di vini spumanti caratterizzati alla vista da guizzi di luce e  con una finezza olfattiva e gustativa che li discosta da altri esempi di bollicine locali.

Ma insieme al Moscato Reale molto diffuso è un autoctono, il Moscatello Selvatico, conosciuto anche col nome di Moscatellone o Ragusano. Recenti studi genetico - molecolari ne hanno individuato i ceppi genitoriali nel Moscato Bianco e nel Bombino Bianco. Non può essere confuso con altri Moscatelli e Moscadelle per le sue caratteristiche morfologiche, in quanto rispetto al Moscato Bianco ha grappoli ed acini mediamente più grandi, con un vitigno di grande vigoria.



Da un punto di vista aromatico ha sentori meno accesi e anche la produttività non è  elevata, tuttavia la polpa succosa e molle consente una alta resa in mosti. Presso le cantine sociali di Ruvo, è stato a lungo vinificato secco in bianco e venduto sfuso tra i consumatori  locali. Ora viene impiegato in una misura  non superiore  al 15% nella produzione  di Moscato di Trani, secondo il disciplinare.

Altro interessante vitigno autoctono a bacca bianca è il Pampanuto. Sulle sue origini le notizie sono molto scarse, nonostante nell'area di Castel del Monte sia coltivato da tempo, così come dimostrano testimonianze risalenti al 1875 ad opera del Frojo. È conosciuto anche col nome di Rizzullo o Pampanuta, soprattutto tra i viticultori locali.
Il suo successo nel tempo, è stato certamente dovuto ad una buona resistenza alle avversità climatiche come anche alle principali malattie crittogamiche. Si tratta di una varietà con una vigorosa produzione.



Il grappolo si presenta di dimensioni medie, con una forma piramidale ed una consistente compattezza degli acini, una colorazione delle bucce  tra il verde ed giallo. Possiede una buona dotazione zuccherina insieme ad una bassa acidità e il suo filtrato appare con colori tenui, giallo paglierino e con profumi freschi, leggermente fruttati, fragranti con un finale delicatamente dolce. Nella vinificazione è spesso utilizzato insieme al Bombino Bianco.

Ma questa è terra non solo di vitigni a bacca bianca, ma anche di pregiati autoctoni a bacca scura, il Bombino Nero è uno di questi. Le sue origini non sono note, sebbene sia diffuso in Puglia dall'antichità. Deve il suo nome alla sua particolare forma che ricorda quella di un bambino con le braccia sollevate in attesa di essere accudito, e nell'uso del dialetto locale la parola "bombino" sta per bambino. Questo vitigno nel tempo si è fatto notare soprattutto per la sua produttività e si è largamente diffuso perché si adatta facilmente a qualsiasi situazione pedo - climatica.



Il grappolo si presenta di grandi dimensioni e ben compatto, con ali laterali. I suoi acini piuttosto grossi hanno una buccia pruinosa e spessa, molto consistente, di colore blu. Il vino che si ottiene è di un rubino alquanto chiaro, ricco di profumi, asciutto e mediamente tannico. È spesso vinificato in rosato oppure in aggiunta a Nero di Troia.

In quest'area mare e terra contribuiscono equamente a creare la cultura del territorio attraverso l'autenticità dei centri storici, la molteplicità degli scenari, dei paesaggi e della cultura enogastronomica.

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