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Etna custode di una viticultura millenaria

Il vulcano attivo più alto d’Europa, 3,330 metri, 187 km di diametro, custode di una viticultura millenaria.
 
L’Etna fu il primo territorio siciliano ad essere colonizzato dai Greci, nel 729 a.c. ed indubbiamente beneficiò della maestria e dell’arte vitivinicola dei colonizzatori che ne migliorarono le tecniche agrarie; difatti l’origine dell’agricoltura etnea risale addirittura al Neolitico, facendone senza alcun dubbio la più antica zona agricola siciliana.

I primi riferimenti a vini e vitigni risalgono al ‘500 negli scritti del Fazello, storico e teologo Siciliano, il quale lodava i vini dell’Etna, e due secoli più tardi il lucchese Giovanni Attilio Arnolfini che nei suoi Giornali di viaggio del ‘700 scriveva di un vino di Mascali (di certo si riferiva alla Contrada Mascali, antico territorio alle pendici del vulcano che includeva anche parte dei territori  superiori della regione pedemontana).

La piana di Mascali venne “promossa” a contea grazie alla richiesta inoltrata al Re Carlo V dal Vescovo Caracciolo, che offrì poi le terre ai viticoltori, i quali contribuirono alla diffusione dei vitigni locali: Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio o Mantellato a bacca nera, ed il Carricante, il Catarratto, il Minnella a bacca bianca.

Il terroir etneo è un affascinante esempio di unicità; nel 1596 Andrea Bacci nel suo  De naturali vinorum historia già citava la bontà dei vini dei colli di Catania, ottenuti da alberelli piantati nelle ceneri vulcaniche dell’Etna; non poteva immaginare che proprio quelle ceneri avrebbero protetto la maggior parte dei vigneti Catanesi dal distruttivo attacco fillosserico, che ne ridusse da 90.000 a 40.000 gli ettari vitati, un dato tragico ma confortante, se paragonato alla media europea del periodo.



Il suolo è ricco di scheletro (classe granulometrica di dimensioni superiori a 2 mm), quindi molto permeabile, ricco di potassio assimilabile e mediamente povero di azoto e fosforo. Le viti si trovano ad un altezza che va dai 300 ai 900 metri, con punte di 1100, 1200 metri a seconda dei versanti e dei loro microclimi.

Nonostante il clima di questi territori possa essere definito temperato mediterraneo, varia a seconda del versante e quindi dell’esposizione: a Sud Ovest si estende la zona meno piovosa, (600ml) e quindi con umidità relativa più bassa, che permette alle viti di Nerello Mascalese di arrampicarsi fino a 1100 mt, il Carricante raggiunge addirittura i 1200 mt.

Ad Est invece, a causa dell’esposizione e dell’influenza delle brezze marine, è situata la zona di maturazione più precoce, con buone escursioni termiche giornaliere e temperature con massime mai troppo alte, come nei territori di Giarre, S. Venerina e Mascali.

A Sud, nei territori di S.M. di Licodia, Biancavilla,Paternò e Belpasso, le escursioni termiche raggiungono gli apici più elevati, e questo genera un ambiente di maturazione più tardivo.
Il versante Nord è il più piovoso, ed anche qui le escursioni termiche sono molto elevate, i cru di Randazzo, Castiglione di Sicilia e Linguaglossa si trovano qui, nonché il curioso lago stagionale di Gurrida.

La delimitazione del territorio ha del poetico, riferendosi difatti a confini naturali quali il fiume Alcantara, o la colata del 1911, piuttosto di quella del 1792, individuando cru a seconda dell’età della “lava” nella quale affondano le radici i vigneti, in alcuni casi alberelli secolari a piede franco, prefillosserici.

Lo stesso disciplinare tutela i vitigni autoctoni ed in parte anche i sesti d’impianto e le storiche forme di allevamento, cercando così di non modificare le caratteristiche dell’uva e dei vini contenendone le rese, preservando contestualmente gli storici terrazzamenti sostenuti da muretti a secco in pietra lavica, che oltre a trattenere le acque disegnano un paesaggio unico e bucolico.



I vini non possono che essere “minerali”, sapidi, di spiccata acidità e di grande personalità, unici nel panorama ampelografico nazionale.

Il Nerello Mascalese, cosi’ come il Mantellato, fanno parte della famiglia dei Nigrelli, citati nel lontano 1760 da Domenico Sensini nelle sue “Memorie sui vini siciliani”. Allevati ad alberello hanno antichi legami con i vini dell’Etna celebrati da Omero, eredi quindi dei famosi Mamertinum, vini rituali dei baccanali, scelti inoltre da Cesare per celebrare le sue vittorie galliche. Il nome Mascalese appare anche negli scritti dell’Abate Geremia nel 1839, ma i contadini etnei lo chiamano affettuosamente “Niriddu Mascalisi”. Dona ai vini grande acidità, gradazione alcolica importante, struttura e complessità, i colori invece sono scarichi, dato che è quasi privo di antociani acilati. Caldi, secchi, sapidi e freschi, pieni ed armonici, hanno un bagaglio olfattivo speziato,di liquirizia e piccoli frutti rossi.



Il blend con il Cappuccio raggiunge livelli di assoluta eccellenza; difatti, il Nerello Cappuccio o Mantellato, ricco di antociani dona ai vini colore, un invitante profumo fruttato e speziato, con note di estratto di legno e ricordi vivaci di vaniglia; se vinificato in purezza i profumi sfumano in una beva piacevolissima, con tannini mai invadenti, ed una lunga persistenza aromatica; non è particolarmente adatto a lunghi invecchiamenti, al contrario del fratello Mescalese, con il quale condivide l’evanescenza dei sentori floreali. Un vitigno eccezionale, al punto da essere sempre più spesso vinificato in purezza, dati i ricordi indelebili delle sue espressioni. Niuru Cappucciu; Niureddu Cappuccio; Mantiddatu Niuru; venne individuato ancora dall’Abate Geremia nei territori di Tre Castagni e Viagrande. Deve il suo nome, sarebbe meglio scrivere i suoi nomi, probabilmente alla forma delle foglie, che come un mantello proteggono quanto di piu’ caro hanno, i grappoli. Le zone storiche si trovano sul versante Est-Sud Est, tra i 350 ed i 900 metri.



Tra i vitigni a bacca bianca invece, il Carricante deve il suo nome probabilmente alla sua produttività. Cresce sull’Etna da almeno un millennio, regge bene le alte quote ed è dotato di una notevole spalla acida. Sentori agrumati, erbacei e minerali caratterizzano i suoi vini, se lavorato sulle fecce inoltre, esprime sentori di miele.



Vini unici, nati in un territorio unico; passeggiando tra Randazzo, Mascali, Castiglione di Sicilia, Passopisciaro, Solicchiata, non è raro imbattersi in vigneti secolari, alberelli prefillosserici impiantati per propaggine. (L’impianto per propaggine prevede l’interramento di un tralcio della pianta madre facendone sporgere all’esterno almeno una gemma. Una volta radicato sarà reciso da essa, dando vita ad una nuova pianta a piede franco).



Questi vigneti sono sopravvissuti all’attacco distruttivo della fillossera, difesi dalla cenere vulcanica, dal clima o dall’acqua, come nel curioso vigneto di Alicante nato sul fondo del lago stagionale di Gurrida.

In questi casi l’eccellenza non basterebbe a valorizzare i vini ottenuti da queste vigne, paragonati a volte a ben più blasonate etichette, verso le quali non temerebbero alcun confronto, nè alcun timore reverenziale.

La millenaria storia vitivinicola di queste terre, dall’epoca greco-romana ai giorni nostri, è la prova dell’unicità di questo territorio, avallata da sistemi di allevamento e tecniche ancestrali tramandate da generazioni di vignaioli, che del moderno progresso scientifico e tecnologico hanno saputo cogliere solo il necessario, senza snaturare le origini e le tradizioni di questo unico ed invidiato pezzo di Magna Grecia...
Ultima modifica ilLunedì, 23 Gennaio 2017 13:04

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