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Tuteliamo e salviamo gli alberelli

Nell’ormai fin troppo ramificato labirinto di Doc e Docg che confonde il consumatore italiano e ancor più quello straniero e che disgrega il territorio, sarebbe auspicabile, nonché opportuna, una revisione di denominazioni quasi inutilizzate e poco identificative, che tenda a riportare ad una più umana dimensione I.G.P. alcuni prodotti, come qualche lungimirante produttore sta già pensando di fare autonomamente.
 
Una tutela maggiore, invece, andrebbe data a chi veramente garantisce oltre alla qualità, appartenenza, storia e cultura.

Sì, perché se c’è qualcosa che ci differenzia dalla “monotonia barricata” internazionale è la nostra cultura. Un vino può piacere o non piacere, ma la cultura radicata in un vigneto non può essere accantonata: bisogna custodirla, coltivarla e soprattutto valorizzarla.

Quindi ben vengano i produttori pro autoctono, con tanti saluti ai cosiddetti vitigni internazionali facilmente esportabili e per questo ingiustamente imbastarditi.

Se è pur vero che questi vitigni si adattano bene un po’ ovunque, è altrettanto vero che nei loro Cru di appartenenza raggiungono dei risultati impareggiabili: diamo, quindi, al merlot il suo Pomerol, al cabernet sauvignon il Medoc, al pinot nero la sua Cotè d’or e ai nostri autoctoni i loro territori di massima espressione con gli storici sistemi di allevamento.

Noi siamo la patria dell’alberello, fiero erede della cultura ellenica. E’ difficile da coltivare, impossibile da meccanizzare, avaro nelle rese, ma irraggiungibile in qualità: come tutelarlo?

Gli alberelli stanno lasciando il posto ad improbabili controspalliere, curve sulla terra come stanchi operai ed ordinate in fila come soldatini. Vengono estirpati per ragioni di mercato: il vino, dicono, viene buono uguale. Ma la bontà non è eccellenza e l’accontentarsi limita le potenzialità di questi meravigliosi vitigni.

Gli alberelli vanno tutelati con un disciplinare ad hoc.

Hanno iniziato a farlo in Sardegna, nella DOC Carignano del Sulcis (dove ci sono anche alberelli di età pre fillosserica).  I vini della tipologia Superiore, infatti, possono fregiarsi di questo titolo solo se le uve dalle quali sono ottenuti sono allevate ad alberello.



Perché allora non iniziare a parlare di una docg alberello in tutte quelle zone dove i produttori, con fatica e sacrifici, ancora lo valorizzano? Perché non dare al consumatore appassionato e romantico la possibilità seriamente garantita, di sorseggiare un calice di un nettare ottenuto da uve allevate da questo splendido erede senza tempo?

Un primitivo di Manduria docg alberello, un moscato Reale di Trani docg alberello, un grillo di Marsala docg alberello, un Aglianico del Vulture docg alberello, un Carignano del Sulcis docg alberello, magari da vigne pre fillosseriche.

La pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità.



La “docg alberello” preserverebbe una cultura, una tradizione, un modo di concepire il fare vino e potrebbe arrestare la pratica ormai consueta che spinge i produttori ad estirpare questi custodi polifenolici, indomiti eredi di un tempo antico, nel quale affondano le nostre radici, la nostra storia, la nostra identità…

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