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Il recupero della vespolina in Oltrepò Pavese

Vespolona. Vercesi del Castellazzo Vespolona. Vercesi del Castellazzo Vespolona. Vercesi del Castellazzo
Si pensava fosse innamoramento, una moda passeggera e, invece, il sentimento che ha ispirato il recupero di vitigni autoctoni, si è dimostrato essere amore, amore quello vero, duraturo, che sembra dare un senso a tutto il mondo vinicolo. Sono sempre più numerose le varietà strappate all’oblio dalla testardaggine di pionieri contro corrente, ripagati, oggi, da un mercato sempre più “sfizioso” sempre più alla ricerca di linguaggi inediti di piccoli lembi di territorio.
È il caso della Vespolina, o Ughetta di Canneto, che, in Oltrepò Pavese, è entrata, dopo aver rischiato l’estinzione, d’ufficio nei disciplinari delle DOC “Rosso Oltrepò”, “Buttafuoco” e “Sangue di Giuda”. Le prime documentazioni sono datate tra il 1839 e il 1885, ma si trovano cenni in relazioni risalenti al 1789. Molto diffusa nelle province di Como, Pavia, Novara e Piacenza, l’uva Vespolina o Ughetta di Canneto, caratterizzata al palato da un’accentuata speziatura, ha perso d’importanza con l’arrivo nella seconda metà del diciannovesimo secolo dei flagelli Fillossera, Peronospora e in particolare Oidio.

Dietro l’abbandono di un vitigno di solito ci sono delle buone ragioni, magari legate alla difficoltà di coltivazione, alla destinazione commerciale o a problemi di tipo produttivo. La Vespolina presentava, e presenta tuttora, molte di queste seccature: elevata vulnerabilità all’Oidio, annate troppo produttive alternate ad annate troppo scariche e sensibilità alla siccità. Problemi che, con le tecniche oggi a disposizione, si superano, consentendo, a fronte delle sue incongruenze, il piacere di scoprire quante potenzialità in termini di gusto tale vitigno offre.

L’Azienda Vercesi del Castellazzo, in Montù Beccaria, già dal 1984 produce vino da Vespolina in purezza. “E’ un vino la cui storia è esemplare del perchè il vitigno da cui deriva un dì fu abbandonato - racconta Gian Maria Vercesi - per lungo tempo, vista la sua precocità, abbiamo raccolto l’uva nel periodo che intercorreva tra la raccolta del Pinot e le altre Rosse. Operazione che, dopo la lavorazione, ci dava un vino molto caratteristico per la speciale speziatura ma con acidità elevata, colore scarico e tannini così “verdi” da provocare, qualche tempo dopo l’imbottigliamento, l’eccessiva trasformazione dell’aroma del pepe in cannella. Un qualcosa che, o piaceva moltissimo o provocava avversione da parte dei consumatori. Per superare le problematiche incontrate, abbiamo lasciato lievemente surmaturare gli acini ottenendo così un Vespolino più bevibile: meno acido, meno verde in termini di tannini, più colorato, appena più alcolico della precedente versione (13.5 gradi anziché 12,5) ma sempre caratterizzato al palato e al naso dal pepe verde, dai frutti selvatici e dalla speziatura. Ma perchè si chiama Vespolina o Ughetta di Canneto? S’ipotizza per i suoi acini, che maturando prima delle altre rosse, attirano in modo particolare le vespe (Vespolina); e perchè i chicchi sono più piccoli di quelli di altre uve (Ughetta).


Ultima modifica ilMercoledì, 18 Maggio 2011 18:37

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