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La Val d’Agri: alla ricerca di una identità

La Lucania storica, quel territorio pre-romano, precedentemente chiamato Enotria, è un serbatoio di straordinari distretti agrari, culturali, alimentari enaturali.
Forse il secolare relativo isolamento assieme ad una densità abitativa non pressante, ha contribuito a preservare il quieto trascorrere di una vita  essenziale, ancora legata alle tradizioni e scandita dall’alternarsi delle stagioni.

I capisaldi di questa cultura contadina, che fanno da corollario ai prodotti del maiale, sono il pane, l’olio e il vino, che costituivano la ricchezza di una casa nei tempi pre-informatizzati del secolo scorso, quelli della dieta meridionale, più che mediterranea. In Val d’Agri queste tre coltivazioni sono sempre state contemporaneamente presenti  ma il vino ha rivestito un ruolo preponderante per vari motivi. Innanzitutto per quell’ innato sentimento dell’ospitalità, tipicamente lucano, che spingeva ad offrire all’ospite il meglio della sua casa, preferibilmente fatta artigianalmente da se stessi. Questa situazione ha creato una miriade di piccole proprietà parcellizzata, la masseria, nella quale la famiglia lucana traeva quasi tutto quello che necessitava alla propria sussistenza. Per questa ragione ancor oggi, in valle, sono poche le grandi proprietà terriere condotte con  moderni principi, gestite ed organizzate secondo gli attuali mezzi di produzione.

La produzione del vino inoltre si è sempre prestata alla valorizzazione e forse anche alla mitizzazione del proprio orgoglio di produttore, tanto che a Viggiano, uno dei comuni della Valle, vige un proverbio molto significativo, da questo punto di vista: La vigna è simpatia, tu ti fai la tua e io mi faccio la mia.   
 
E quindi via libera ad ogni espressione soggettiva e personale. Vigneti eterogenei nella composizione delle uve, tanto, fra tante varietà, qualcuna sarebbe sicuramente andata a buon fine, senza parlare delle rozze tecniche di vinificazione, i cui problemi sarebbero poi stati sistematicamente scaricati sulla…luna.  E alla fine, il proprio vino è sempre il migliore. Ma questa mentalità ha contribuito a mantenere uno stato di cose che non ha agevolato la conoscenza e l’innovazione, senza per questo dimenticare quanto di buono ci ha insegnato la tradizione.

Oggi in molti, vecchi, vigneti possiamo ancora vedere la vite allevata ad Oynotron cioè sostenuta dal palo morto, legata con un ramo di salice e zappata a mano!  Ma per quanto nostalgico e romantico possa essere questa immagine, certamente il vino non sarà migliore se la vite è allevata in questo modo. Ci resta però la consapevolezza che, disponendo di un vastissimo patrimonio di biodiversità, sapendo gestire in modo organico queste risorse, saremo in grado di presentare prodotti di grande carattere e territorialità.

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