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La Bonarda: come è difficile essere facili!

La Bonarda cos’è? Cos’era? Cosa dovrebbe essere?

È attorno a queste tre domande che l’Oltrepò Pavese si sta arrabattando per trovare delle risposte e spesso queste vanno dalle più sorprendenti alla più variegate.
Il tentativo di ricerca attorno alla Bonarda è iniziato circa vent’anni fa con l’esigenza di riqualificare un vino e un’uva, la Croatina, che veniva sfruttata per una produzione di quantità e non di qualità.

Geograficamente i territori vocati per la coltivazione di quest’uva sono Montù Beccaria, Rovescala e San Damiano che si collocano in un territorio caratterizzato da una “punta” di Lombardia, che si spinge tra l’Emilia Romagna, la Liguria e il Piemonte.

Questo ha fatto sì che la cultura enologica oltrepò padana venisse in qualche modo a scontrarsi con quelle confinanti dando vita ad uno scambio di idee e di metodi che hanno portato questo angolo lombardo ad essere noto fin dall’epoca romana per la produzione di vino.
Una grandissima concentrazione di vigneti (60% del territorio risulta vitato) fa dell’Oltrepò uno dei più bei luoghi da visitare in Italia.
Allora come mai la sua enologia, ancora oggi, non è riuscita ad imporsi nel resto d’Italia e nel mondo?

In questo contesto la Croatina trasformata in Bonarda, è stata individuata come l’uva che meglio è in grado di leggere il territorio e raccontarlo con sincerità.

Per cercare di rispondere alla domanda iniziale: la Croatina è il vitigno marcatore dell’intero territorio ed attorno ad essa sono stati effettuati molteplici studi sia di selezione clonale che enologici per riuscire a capire quale prodotto rappresentasse unitariamente quest’uva e il suo vino simbolo: la Bonarda.

È un’uva complicata, basti pensare al ruvido tannino verde che la caratterizza, il fruttato persistente ed infine una bassa acidità complessiva, sono le caratteristiche che rendono la Croatina un’uva molto particolare, sicuramente legata al territorio.
Nel 2007 nasce in Oltrepò il Distretto dei Vini di Qualità con l’intento di riportare la Bonarda ai produttori, non più ad imbottigliatori esterni, cooperative dai grandi numeri, che ancora oggi “vomitano” sul mercato tonnellate di bottiglie low cost di bassa qualità.

L’unità di intenti che unisce il Distretto e tutti i soci è quello di ricostruire l’immagine del vino Bonarda dalle macerie, partendo da disciplinari seri che prevedano una filiera produttiva di cura, attenzione e dedizione.

La necessità è quella di dare una “casa” alla Bonarda, ricreare un’identificazione territoriale seria alle aziende che necessitano di Unione per rilanciare l’Oltrepò ed il vino.

Verrebbe da dire: “com’è difficile essere facili!”

Mario Maffi grandissimo enologo e grande conoscitore delle tradizione dell’Oltrepò pavese ha suggerito quali devono essere i paletti rigidi da porre all’enologia e la viticoltura pavese. I punti principali dei suoi preziosi consigli vedono la viticoltura dell’Oltrepò insistere sulle colline e non spostarsi nelle pianure (per facilitare le lavorazioni) dove la qualità si abbassa.

Ogni località dell’Oltrepò deve specializzarsi su un’uva, attuando una zonazione seria e precisa per dare non solo alla Croatina ma a tutte le altre uve, una collocazione enologica ben precisa.

Oggi circa il 70% della Bonarda che raggiunge i supermercati viene imbottigliata fuori dalla zona di produzione, creando per forza una considerazione di massa generalmente negativa.

La Bonarda è figlia della debolezza del territorio, ma produrre qualcosa di diverso, di nuovo, di buono, è possibile e sicuramente ci si sta muovendo nella direzione giusta.

Dobbiamo sperare che con il tempo e gli sforzi, questo territorio acquisti prestigio e riconoscimento, come avviene per la maggior parte delle altre zone viticole italiane…

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