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ALLA SCOPERTA DI UN GRANDE AUTOCTONO: IL RUCHE'

L’enologia italiana si trova a dover combattere la sfida della globalizzazione. I mercati sono sempre più colmi di vino, prodotti che arrivano da tutto il mondo senza quasi mai rappresentarlo.

L’Italia, da sempre protagonista delle tendenze enologiche mondiali, oggi si trova ad un bivio.

Possiamo accontentare il mercato, producendo vino sfruttando il “sale skill” ovvero la capacità di vendita e quel deleterio “gusto internazionale” che tende ad appiattire molti vitigni internazionali, facili da piazzare oppure tornare là. Dove…? Nel luogo in cui la passione, la ricerca ed il sudore dei contadini è stato il mezzo per tutto il paese per custodire i valori unici legati alle varietà autoctone.

L’Italia con circa 350 vitigni autoctoni è il paese con il maggior numero di varietà vitivinicole del mondo.

In Italia siamo capaci di produrre vini unici e rari come quelli legati gelosamente ai terroir dove nascono e si sviluppano, per citarne alcuni il Nebbiolo, il Pigato, la Malvasia di Bosa, il Nerello Mascalese, il Sangiovese,  il Primitivo e tantissimi altri.

Se nel resto del mondo ed in Italia possiamo produrre Merlot, Cabernet Sauvignon, Chardonnay ecc…con tagli e indici degustativi tendenti ad una qualità alta per tutti tendenzialmente raggiungibile; impossibile risulta in qualsiasi parte del mondo ottenere questo risultato coi vitigni autoctoni italiani, capaci di dare tutto il loro contributo solo nelle microzone dove nascono.

Oggi l’attenzione si ferma su un uva, il Ruchè, detto il “principe del Monferrato”, capace di regalare un vino che è riuscito a sopravvivere in Piemonte nel territorio di Castagnole Monferrato, un piccolo comune vicino ad Asti.

Di origini ancora ignote e dibattute quest’uva in seguito all’infezione di fillossera abbattutasi nel ‘900 sulla viticoltura europea ha rischiato l’estinzione. Oggi, gli sforzi di numerose cantine stanno portando alla luce un vino molto importante, strettamente legato al territorio dove cresce e si manifesta.

Nato, secondo cenni storici, come vino della festa, chiamato ancora oggi il “vino del parroco”, dolce e fruttato, legato ai ritrovi famigliari e gioviali, oggi, la ricerca, la selezione clonale e gli sforzi di enologi e viticoltori hanno svelato la capacità del Ruchè di essere un’ottima base per l’ottenimento di grandi vini.

Nato nel comune di Castagnole Monferrato oggi quest’uva antica viene coltivata in sette comuni dell’astigiano: Castagnole Monferrato, Scurzolengo, Portacomaro, Grana, Montemagno, Viarigi e Refrancore.

La D.O.C. è stato assegnata nel 1987, riconosciuta per l’originalità dei vini che venivano ottenuti, questo riconoscimento rilevante si è poi consolidato successivamente quando nel 2010 ha ottenuto la D.O.C.G. confermando gli innumerevoli sforzi dei molteplici produttori.

Alcune delle aziende che sono state capaci di esaltare il Ruchè nel loro patrimonio produttivo sono l’azienda Montalbera  a Castagnole Monferrato, le Cantine Sant’Agata a Scurzolengo, l’Azienda Crivelli  sempre a Castagnole Monferrato, solo per citarne alcune.

Il disciplinare di produzione prevede che il Ruchè di Castagnole Monferrato D.O.C.G. venga prodotto almeno con il 90% di uve Ruchè, tagliando il restante 10% con uve Barbera o Bracchetto.

Non si trovano scritti nei quali si possa ricondurre ad un’etimologia che accerti il nome di quest’uva.

Alcuni asseriscono che derivi da “San Rocco”, una comunità di monaci devota a questo santo che potrebbe aver introdotto la sua coltivazione. Altri attribuiscono la sua origine a “roncet”, una malattia che attaccò nei tempi addietro le vigne contro la quale il Ruchè si dimostrò particolarmente resistente altri ancora sostengono derivi da “roche” inteso come vitigno coltivato nelle arroccate colline monferrine.

Recenti studi e analisi scientifiche sul vitigno, attestano le sue origini da vitigni dell’Alta Savoia. Tutto questo mistero sulle sue origini, ha fatto del Ruchè un vino che perdendosi nella notte dei tempi, vinificandolo, rievoca antichi valori e profumi.

Il Ruchè è un vino ricco di fascino dove  coltura e cultura si legano tra loro. Ciò fa sì che sia un vino ben distinto, diverso da tutti i vini piemontesi, nato dall’impegno e delle sofferenze di vignaioli che non si sono arresi.

Un rosso rubino acceso con riflessi violacei marcati che rappresentano un vino che va bevuto giovane senza troppi compromessi di invecchiamento in legno.

Il Ruchè trova nella sua onesta ed originale complessità la sua miglior espressione sensoriale. Un bouquet  abbastanza ampio ma non troppo complesso, legato a frutti che ricordano le ciliegie amare  sentore leggermente agrumato con note acide leggere che ben accompagnano il calore dovuto alla sua buona alcolicità. Un’uva che riesce a donare vini di buon corpo e molto morbidi, sempre intorno ai 13%.

Il Ruchè dà vita a vini molto armoniosi, mai troppo austeri e complessi, vini dall’ottima persistenza e tipicità gustativa.

Quello che nel monferrino è stato compiuto con la rivalorizzazione e la riscoperta del Ruchè non è che uno dei molteplici e positivi esempi di come i territori italiani possano essere riscoperti.

In un paese come l’Italia colmo di tipicità e di qualità territoriale, bisognerebbe puntare maggiormente alla riscoperta delle uve autoctone, quelle uve che nate in uno specifico territorio, si sono adattate nei secoli e aspettano solo la mano sapiente dell’uomo per esser trasformate in simboli enologici per tutto il Paese.

Ultima modifica ilMartedì, 27 Gennaio 2015 09:28

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