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Il Rosato del Salento

Il vino rosato è storicamente una produzione enologica tipica del Salento.
La sua origine può risalire fino alle vendemmie delle colonie di Magna Grecia e la produzione si dipana lungo i secoli con alterne fortune, continuando anche dopo la distruzione del patrimonio viti-vinicolo causata dalla fillossera fino a giungere ai giorni nostri.

La memoria di intere generazioni è intrisa della presenza di questo vino dalle tonalità accattivanti, che evocano i colori accesi dei tramonti a cui sovente si può assistere dagli arenili ionici del Salento: se mai sia possibile ritrovare in un vino caratteri comuni con alcuni aspetti naturalistici del suo territorio, questo è il caso.

Frungando nei ricordi di infanzia riemerge nitido il dettaglio di una bottiglia di rosato che quasi sempre accompagnava i pranzi in famiglia: quanta curiosità desta negli occhi di un bambino quella bevanda dal colore vivace e che soddisfazione infrangere, crescendo, i tabù imposti, quando di nascosto si accostava alle labbra un bicchiere vuoto dimenticato sulla tavola, per carpire dalle poche gocce rimaste il gusto ignoto del vino.

Per i consumatori locali e non il rosato è sempre stato il vino preferito per il pasto rispetto ai vini rossi più ruvidi, alcolici e per tradizione vocati all’utilizzo da taglio.

Anche per questo fino a tempi recenti lo si è considerato come una produzione enologica di seconda importanza, spesso ritenuta (o ottenuta...) come mescolanza di vini bianchi e rossi.  

In realtà la produzione dei rosati nel Salento è frutto di tecniche di elaborazione non facili su uve da vitigno Negroamaro: due sono le tecniche storicamente più utilizzate, una tradizionale con macerazione corta (18-20 ore) delle vinacce nel mosto e successiva sgrondaturadello stesso, e l’altra che sfrutta invece la pressione diretta sulle uve pigiate. Ovviamente le due tecniche differiscono tra loro soprattutto in relazione agli effetti che si generano sui vini, ma in entrambi i casi l’obiettivo primario è quello di ottenere un vino rosato da uve di negroamaro con tonalità cromatiche vivaci ma senza apporto di tannini.

Malgrado sia stato proprio un vino rosato, dal nome inglesizzato, ad aprire nell’immediato dopoguerra la commercializzazione in bottiglia dei vini salentini, per lungo tempo non si è puntato alla valorizzazione di questa produzione tipica, inseguendo a torto o a ragione il riscatto dei vini rossi.

L’annata in corso segna però una definitiva inversione di tendenza per quanto attiene l’emancipazione dei rosati del Salento e più in generale di Puglia.

Il crescere ed il consolidarsi di eventi promozionali dedicati ai rosati denota la definitiva presa di coscienza, anche da parte delle istituzioni, circa la necessità di mettere in atto una azione corale per quella valorizzazione dei vini rosati nostrani sui mercati nazionali ed internazionali che fino a ieri era affidata solo al successo di singoli prodotti e produttori.

In conclusione sembrerebbe che finalmente sia stato non solo recepito, ma anche messo in pratica, il lucido insegnamento datoci da un enologo che appartiene in maniera inscindibile alla storia enologica del Salento, Severino Garofano:

Il Salento (e la Puglia) con il suo rosato, senza volerlo, e senza compiere molti sforzi, ha avuto a disposizione da sempre un vino giovane, un tipo che altre regioni hanno dovuto faticare non poco per mettere a punto per la ricerca di una tecnica adeguata alla loro viticoltura.

E’ stato forse perduto del tempo perchè si è voluto troppo insistere sulle produzioni invecchiate, quando il mercato era già pronto per recepire i vini freschi. Ma il momento è ancora favorevole ...” 

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