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Burson, espressione autentica di Romagna

La storia del Burson racchiude in sé un intreccio passionale tra territorio, abitanti e cultura di una Romagna quanto mai vera e autentica.


A Boncellino, nel cuore della pianura romagnola, una vite adagiata con tenacia a una quercia colpì l’interesse di un cacciatore. La pianta dimostrò la sua grande vigoria e una forte resistenza alle malattie fungine. Per questi motivi, nei decenni che accompagnarono la metà del secolo scorso, contadini e viticoltori, piantarono questa vite nei diversi campi limitrofi. Il primo vigneto comparve nel 1956. Lentamente, con il passare degli anni, cominciò la vinificazione e la produzione di vino, spesso mediante uvaggi. La vite in questione si dimostrò fin da subito differente rispetto alle altre varietà presenti nel territorio. Grande estrazione, alcolicità da vendere, tannini selvaggi e possenti. Aumentò drasticamente l’interesse e la curiosità sulle potenzialità dell’uva “ad Burson” richiamando anche istituti ed enti di ricerca fuori regione.

IL VINO, IL CONSORZIO, L’UNIONE DI PASSIONI

Nel 1997, durante una sagra paesana, i viticoltori pensarono bene di proporre al grande pubblico una tipologia di vino creata unicamente dall’uva in questione. Come oggi stesso ricorda l’enologo Sergio Ragazzini, Il successo fu più roseo rispetto alle attese. Da quell’evento nacque l’idea di unire le forze creando una realtà unica e nuova.
Nacque così, nel 1999, il “Consorzio il Bagnacavallo”. Questo Consorzio si fondò con il fine di tutelare e salvaguardare le tipicità del territorio. Al suo interno presero parte diverse realtà vitivinicole, imprese incentrate sulla produzione di aceti, carni di mora romagnola e confetture. Si formò dunque un consorzio variegato, legato da un unico filo conduttore, trasmettere la forza di un territorio attraverso i suoi prodotti.
A sigillo di questo grande passo arrivò nel 2000 l’autorizzazione che permise l'iscrizione nel registro delle varietà dell’uva da vino per l'Uva Longanesi. Grazie a questo importante riconoscimento, fu definito il nome del vino in “Burson”, soprannome della famiglia Longanesi di cui faceva parte Antonio, il primo a riscoprire la vite.

LA CREAZIONE DEL BURSON



Prima di redigere questo testo ho con piacere incontrato Sergio Ragazzini, enologo delle cantine consorziate. Con passione e determinazione ha raccontato aneddoti e sviluppi dell’Uva Longanesi in Romagna rivendicando l’unicità di questo vitigno capace di produrre vini con un titolo alcolometrico minimo di 14°, una spiccata predisposizione all’affinamento e tutte le caratteristiche necessarie per conservarsi negli anni.
Per disciplinare, il Burson è prodotto a Bagnacavallo e nei comuni confinanti. La produzione si distingue in due tipologie: etichetta blu ed etichetta nera.
Con etichetta blu si identifica un vino dal carattere giovane e robusto. Archetti fitti e lenti, grande concentrazione che conduce un colore rosso rubino tendente al nero. Naso accattivante che ricorda frutta matura, susine, more e mirtilli. Al palato si presenta con grande forza, caldo, fresco con evidente e spiccata nota tannica.
I vini contraddistinti dall’etichetta nera nascono da uve raccolte in due tempi diversi dalla vendemmia. La prima vendemmia appassisce in cassette per un periodo compreso tra i 30 e i 40 giorni al termine del quale è vinificata insieme al secondo raccolto. Poi un passaggio in legno non inferiore ai 20 mesi, botti grandi e tonneau austriaci utili a domare la forza del vitigno ma non a modificare le sue caratteristiche come precisa giustamente l’enologo Ragazzini. Dopo più di due anni il vino si presenta avvolgente, impenetrabile dotato di ottima consistenza. Un bouquet aromatico ricco e variegato che percorre sentori di petali di fiore appassiti, frutta in confettura, spezie delicate e dolci. Un vino elegante che si erge sontuoso anche al palato dove pienezze e rotondità ben si contrappongono a freschezza e tannini. Il Burson etichetta nera è quindi capace di supportare importanti riposi in bottiglia rendendo piacevoli sorprese a chi, pazientemente, è disposto ad attendere.

IL BURSON NEL CONSORZIO

Il Consorzio concentra il proprio lavoro su diversi vitigni autoctoni come il Famoso (bianco semi-aromatico), il Malbo Gentile e il Centesimino (sorprendente nella versione passita) ma è Il Burson a rivendicare un ruolo di punta. Gli ettari vitati utilizzati per la realizzazione di vino Burson sono circa 12, suddivisi tra una dozzina di aziende produttrici. La resa di uva per ettaro non può superare i 130 quintali.
I potenziali vigneti utilizzabili sarebbero tuttavia molti di più, circa 200 ettari. Il Consorzio, che festeggia i suoi 15 anni dalla nascita, è molto attivo nella valorizzazione del territorio. L’idea aumentare la produzione è un progetto quanto mai vivo e realistico. Il tempo aiuterà questi passionali produttori a dimostrare la forza del vitigno e il grande valore espresso dai vini prodotti.
Nell’ottica di sviluppare un rapporto diretto con il consumatore si svolgono con cadenza periodica e regolare incontri, degustazioni e visite guidate. Il coinvolgimento del grande pubblico sta portando un forte richiamo tra gli appassionati. Evento particolare e degno di nota è quello che si svolge ogni anno e mette a confronto, con degustazione coperta, il Burson e diversi vini di caratura nazionale prodotti da nobili e blasonati vitigni (Aglianico, Nebbiolo, Sangiovese, Montepulciano etc.). Si è potuto apprezzare come il Burson riesca a competere e stupire anche accanto alle etichette nazionali più importanti. Questo evento racconta anche un secondo aspetto meritevole di menzione, ovvero il grande desiderio da parte del “Consorzio il Bagnacavallo” di volersi esprimere mettendo in gioco il proprio lavoro consapevole di avere le carte in regola per affrontare le platee più variegate.

BURSON A TAVOLA

Un vino di grande struttura e forza non può che trovare il suo accostamento migliore con piatti a base di carne magari preparati attraverso lunghe lavorazioni.
Il Burson etichetta blu, giovane e diretto, può essere abbinato con facilità alla mora romagnola, si pensi a un piatto di tagliatelle con ragù di mora e asparagi oppure un secondo composto da un filetto in crosta e funghi trifolati.
Per ciò che concerne l’etichetta nera dotata di maggior evoluzione e morbidezza, si può scoprire la piena armonia grazie alla selvaggina. Il lombo di capriolo rosolato e finito di cuocere in forno accompagnato da una riduzione di frutti di bosco e spezie dolci sarà sicuramente una delizia per molti palati.

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