Log in

Il Pignolo un autoctono di classe

Si sa, la terra friulana è vocata per i vini bianchi; qui si esaltano vitigni internazionali ma anche molti autoctoni. E’ anche vero che ha subito diverse influenze, prima austroungariche e poi francesi che hanno creato un discreto scompiglio alla base ampelografica presente da secoli.

Il Friuli ha anche una storia di vitigni a bacca rossa, molto interessanti, uno di questi è il Pignolo.
Vitigno antico, le prime notizie pare si abbiano fin dal 1300-1400,  su alcune pubblicazioni, e che presentava una diffusione a macchia nella zona collinare di Rosazzo. La storia riporta la presenza delle viti nell’Abbazia di Rosazzo alla fine del ‘700, che vede citato “Un vino nero eccellente, detto Pignolo” su diversi testi dell’epoca.

Purtroppo nel secolo successivo ci fu un progressivo abbandono del vitigno a scapito di varietà più produttive e internazionali, tanto che alla fine dell’800 il “Pignùl”, così chiamato in Friuli, spariva dagli atlanti ampelografici. Restavano poche produzioni, non controllate e spesso il Pignolo finiva un uvaggio con altri rossi.

Dall’aspetto rustico, molto sensibile all’oidium e con una scarsa vigoria, dava poche soddisfazioni ai vignaioli di inizio secolo, tanto che proprio per la difficoltà di produzione venne lentamente abbandonato negli anni.

Il nome sembra derivi dalla forma del grappolo: piccolo, acini stretti gli uni agli altri e con due ali compatte che lo fanno assomigliare a una pigna!

Se nonché la passione di alcuni vignaioli friulani ha fatto si che questo autoctono si salvasse da una estinzione quasi certa. La svolta si ebbe quando Walter Filiputti nel 1978 si imbattè in un paio di vecchi ceppi di vite addossati al muro del brolo della Abbazia di Rosazzo. Capito che si trattava di Pignolo e pure di qualità, decise di sacrificare un piccolo vigneto di Tocai e innestò quel ceppo recuperato. Partiva così la rinascita del Pignolo che il professor Dalmasso cinquant’anni prima, nel 1930, definiva “un vino di lusso”.

Notare che si parla dei primi anni ’80, e che solo nel 1995 entrerà nella DOC colli orientali del Friuli!

Va curato amorevolmente, questo vitigno, e anche in cantina non si scherza; ci vuole attenzione e passione, tanto che per alcuni produttori friulani questa è diventata una sfida, oltre a una valorizzazione dell’autenticità e delle origini di questo vitigno.

Alcuni di loro scoprirono di avere qualche ceppo nei vigneti, si sparse così la voglia di riproporre il Pignolo dandogli nuova vita. Non è certamente un vino da grandi produzioni, diciamolo pure che non terrebbe in piedi la cantina, però a più di un produttore sta dando belle soddisfazioni (poi vi dico chi sono…).

Anche perché le prime vendemmie misero in luce tutte le potenzialità e le caratteristiche peculiari di un vino un poco ruvido, ma ricco di profumi, di struttura e con una acidità sostenuta, che fa presagire una discreta capacità di invecchiamento. I tannini ci sono – come da copione per i rossi di terra friulana - ma se gestiti bene diventano equilibrati e con l’affinamento smorzano le loro spigolosità.

A me ricorda tanto l’immagine di un vecchio contadino, di quelli con i baffoni bianchi e il tabarro, cappello e bastone di legno, all’apparenza ostico ma che sa sfoderare una vena bonaria se ti lasci conquistare.

Il Pignolo adesso è salvo: ha la sua zona di produzione, quasi una enclave, nelle colline intorno a Rosazzo nei colli orientali friulani. Si sta facendo conoscere grazie al lavoro certosino e paziente di alcuni produttori; i nomi più conosciuti sono Filiputti, uno dei primi e ancora un punto di riferimento, il Michele
Moschioni che fa del Pignolo il suo cavallo di battaglia e lo produce con un leggero appassimento delle uve. Poi Dorigo, Ermacora, Petrucco, Conti D’attimis di Maniago e Castello di Buttrio; tutti produttori che dichiarano al massimo 4-5000 bottiglie e vigneti con estensioni che forse raggiungono i 3 ettari.

Accanto a questi nomi spiccano anche piccoli produttori, a conduzione famigliare, dove si arriva si e no a 1500 bottiglie. Di questi vorrei citare l’Azienda agricola Marinig, di Valerio e la moglie Michela a Prepotto. Ho degustato di recente il loro Pignolo 2007 e devo dire che mi ha colpito per la sua tipicità, intesa come rispondenza alle caratteristiche varietali.

Versato nel bicchiere ha dimostrato una evoluzione di aromi nel tempo molto interessante.

Il primo impatto al naso è stato quello della tostatura del legno e del legno stesso, poi si è aperto verso un fruttato maturo e poi note balsamiche/vegetali.

Buona la complessità anche se parte molto compresso e poi col tempo si è evoluto verso il tabacco e note speziate. In bocca buon corpo ed equilibrio tra tannicità ben presente, acidità, sapidità e morbidezza. La chiusura ha una leggera nota amara a causa dei tannini ancora un poco rustici ma sapendolo aspettare sicuramente migliora, le potenzialità ci sono tutte.

Produzione di 50quintali per ettaro con 5000ceppi, circa 8 giorni di macerazione sulle bucce e affinamento parte in barriques e parte in tonneau non nuovi.

Malolattica svolta in legno. E un buon rapporto qualità/prezzo, il che non guasta.

Links:
www.marinig.it
www.rodaropaolo.it
www.castellodibuttrio.it
www.vinipetrucco.it
www.ermacora.it
www.contedattimismaniago.it
www.michelemoschioni.it
Ultima modifica ilMercoledì, 24 Aprile 2013 13:40

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.