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Un’Italia, tanti vitigni tra cui il Trebbiano d’Abruzzo

Francesco Paolo Valentini e il professore Leonardo Seghetti commentano una particolarità del disciplinare del Trebbiano d’Abruzzo Doc.
In un mondo saturo di informazioni, di ogni tipo, incredibilmente a volte risulta difficile raggiungere l’essenza di alcuni concetti. L’ambito enogastronomico non è esente da questo paradosso. Andiamo al sodo. La continuità e la somiglianza di alcune regioni, le usanze e le convinzioni tramandate nel tempo,  fanno sì che molte fonti bibliografiche attribuiscano ad alcuni vitigni un’appartenenza geografica impropria, come accade con  il trebbiano d’Abruzzo e il bombino bianco di Puglia. «Spesso ritenuti identici, ma in realtà hanno due matrici genetiche diverse», spiega Leonardo Seghetti,  relatore Ais per più di 20 anni,  noto professore e ricercatore in Scienze Agrarie, Vitivinicoltura, Enologia e Settore oleario-elaiotecnico.

Riportiamo di seguito una scheda descrittiva presente in un autorevole sito. «Il termine trebbiano, secondo la sua etimologia latina (trebulanus, dal sostantivo trebula, casale o fattoria) indica in via generale un vino bianco locale, prodotto nei vari poderi o fattorie di campagna e utilizzato dagli stessi contadini. La presenza del vitigno nell’Italia centro meridionale risale all’epoca romana e in Abruzzo può attestarsi almeno intorno al XVI secolo. Oggi un gran numero di vitigni portano il nome di trebbiano, sovente accompagnato da una denominazione geografica ad indicare il luogo di origine e di maggior diffusione. Per molti anni il trebbiano abruzzese è stato confuso con il bombino bianco, tanto da essere previsto anche all’interno del disciplinare di produzione del Trebbiano d’Abruzzo Doc». Chiarimento riportato sul portale dell’Enoteca Regionale d’Abruzzo (www.enotecaregionale.abruzzo.it).

«Com’è noto, il trebbiano d'Abruzzo è un vitigno autoctono, differisce da altre tipologie di trebbiano e, ovviamente, anche dal bombino bianco della Puglia» spiega  il professor Seghetti e aggiunge una nota culturale-antropologica-scientifica: «Il bombino bianco è stato portato in Abruzzo dagli scalpellini che lavoravano la pietra serena. L’unico punto di contatto tra i due vitigni è la scarsa fertilità basale. Geneticamente non c’è altro da riportare. Queste tematiche sono trattate in una pubblicazione scientifica, fatta insieme al professore G. Moretti, M. Crespan, A. Venturi, L. Lovat e F. Men, dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano (Tv). Al centro della trattazione, la matrice comune di 3 vitigni: pagadebit, passerina e bombino bianco». L’”apertura” al bombino fatta nel disciplinare, datato 1972, potrebbe essere attribuibile all’esistenza di una varietà di bombino abruzzese  o all’inclusione del vitigno autoctono passerina (attualmente molto in auge).

Analizzando tematiche affini,  i professori Seghetti e A. Cartechini, dell’Università di Perugia, hanno scritto “La grande e variegata famiglia dei trebbiani”. Spiega Francesco Paolo Valentini, arcinoto e pluripremiato cultore del trebbiano d’Abruzzo: «In Abruzzo, per questioni commerciali, in passato c’era moltissimo trebbiano toscano. La mia famiglia ha creduto nella bontà del trebbiano d’Abruzzo, negli anni abbiamo fatto una scelta clonale scrupolosa e siamo stati gratificati. Secoli fa, i classici parlavano di trebbiano d’Abruzzo. È un vitigno autoctono che si esprime al meglio nel nostro territorio».

Con questo excursus volutamente conciso – perché spesso la sintesi giova, soprattutto sul web, e potrebbe essere controproducente abbondare in concetti, a tale scopo ci sono i libri – si capisce quanto siano  potenzialmente numerosi gli approfondimenti su queste tematiche e si capisce anche, quanto sia ricco e peculiare il patrimonio ampelografico italiano. Prosit!

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