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Pinot nero: brevi cenni storici di una varietà difficile quanto nobile

Il nome Pinot deriva dalla tipica forma del grappolo di quest'uva, compatto e serrato da ricordare una pigna.
Questa varietà è coltivata in tutto il mondo e nota con varie nomenclature: Blauer Spätburgunder N (in Germania), Pinot Negro (in Argentina e Cile), Pinot noir (in Francia e nella maggior parte del mondo), Blauer burgunder e Blauburgunder (in Austria), Wroege Loonse (in Belgio), Burgund Mic - Burgunder roter - Klävner Morillon Noir (in Romania) Modri Pinot N (in Slovenia) Rulandské Modré N (Repub. Ceca), Borgogna rossa, Borgogna nera, Spät burgunder,  Chambertin.

Il Pinot Nero è fra le uve più antiche di cui si hanno notizie storiche e la sua terra di origine è molto probabilmente la Borgogna. Si ritiene che il Pinot Nero sia coltivato in Borgogna da oltre 2.000 anni, con molta probabilità era già presente nella regione prima delle invasioni da parte dei Romani. Già a quei tempi il Pinot Nero godeva di una certa notorietà e anche autori come Plinio il Vecchio (probabilmente è l’Evanacea piccola) e Columella (in “De re rustica”, Columella descrive un vitigno simile al Pinot Nero in Borgogna nel I ° secolo d.C.) lo hanno citato nelle loro opere.

Negli anni successivi notizie relative al Pinot sono del periodo dell’imperatore Costantino (III-IV secolo dopo Cristo).     Solo dopo la caduta dell’Impero Romano e con il governo dei Franchi e di Carlo Magno, con l’assegnazione delle terre coltivabili agli ordini monastici, si assiste al recupero dei vecchi vigneti e alla creazione di nuovi. L’opera dei monaci nella selezione e nella diffusione del nuovo vitigno fu provvidenziale. Ogni lembo di terra ha in Borgogna una specificità di esposizione e terroir, una sottile e raffinata diversificazione di terra e pietre che hanno creato il climat e il clos, e che in tempi più recenti hanno determinato l’originalità delle vigne e dei vini, conducendo alle odierne denominazioni di origine (A.O.C.).

Il Pinot Nero vide la luce proprio grazie all’opera di quei monaci, che selezionarono ogni parcella di terra, scelsero le migliori zolle, costruirono dei muretti per circondare le vigne e crearono il clos: il più celebre resta quello di Vougeot. Sarà solamente nel XIV secolo che compare finalmente il termine “Pynos” , fino a quell’epoca era chiamato “Plant”.

Le prime notizie della coltivazione del Pinot nero in Italia risalgono al 1747, per opera del friulano Lodovico Bertoli.     In Italia si diffuse in tutta la penisola a partire dalla fine dell’Ottocento, nonostante sia un vitigno adatto soprattutto alle zone temperate fresche. La sua presenza è certa solo a partire dalla seconda metà del 1800, quando la varietà viene segnalata in Alto Adige, come scrive Edmund Mach, direttore dell'istituto di viticoltura di San Michele all'Adige, nel suo libro "La viticoltura e i vini del Tirolo tedesco" del 1894, e nel Collio goriziano, in Oltrepò Pavese, ed in Trentino. Va ricordato che sino a metà degli anni Ottanta a questo vitigno non è mai stata data una grandissima importanza. Il mito della Bourgogne era ben presente nella mentalità di tutti i produttori italiani, ma seri ostacoli di carattere viticolo impedivano di produrre Pinot nero di rilevante personalità. Dalla sovrapproduzione, da alcune forme d’allevamento e soprattutto terreni inadatti, derivano vini scoloriti, magri e privi di tenuta all’invecchiamento. In Italia viene Iscritto al Catalogo nazionale delle varietà di viti con il DM del 25.5.1970.

Oggi è possibile trovarlo in tutte le zone viticole mondiali, ad eccezione di quelle calde. In Italia viene coltivato in molte aree enologicamente vocate tra le quali l’Oltrepò Pavese e il Trentino che possiedono la gran parte degli ettari. La grande difficoltà di coltivazione e vinificazione lo rende una delle più grandi sfide per tutti i vignaioli ed enologi.

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