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La Foodvalley d'Italia: l'Emilia

A nord di Bologna, troviamo  la foodvalley d’Italia, ovvero l’Emilia.

Si caratterizza per la presenza di vitigni autoctoni che regalano vini di pronta beva, generalmente frizzanti e che ben si accostano alla tradizione culinaria del territorio.

Ebbene, iniziamo proprio dal Lambrusco.

Il termine Lambrusco, che indica una serie di vitigni differenti e la tipologia di vino da essi ottenuto, sembra che derivi dal latino Labrusca, ovvero “selvaggio” ed è così infatti che si arrampicano i vitigni nell’Appennino.

I vitigni riconducibili sotto l’ala del Lambrusco sono: il Lambrusco di Sorbara coltivato esclusivamente in provincia di Modena così come il lambrusco di Grasparossa di Castelvetro, amena località del modenese, il lambrusco Salamino di Santa Croce, omonima frazione del Comune di Carpi, il lambrusco Marani diffuso principalmente tra Modena e Reggio, il Reggiano, tipico della provincia di Reggio ed infine andando verso Parma, o per meglio dire verso Villa Maestri di San  Pancrazio, piccolo paesino del parmense da cui sembra si sia diffuso, il lambrusco Maestri.

Le “vitis lambruscae” presentano foglie medie, pentagonali, tondeggianti, trilobate, di colore verde, che possono essere accese, scure oppure opache.
Il grappolo è medio, cilindrico, a volte allungato, provvisto di un'ala pronunciata e piramidale, l’acino è medio, sferico, con buccia ricca di pruina, spessa, consistente e dal colore blu-nero.

Le vitis lambruscae maturano ai primi di ottobre e presentano una buona vigoria.
I vini  ottenuti con fermentazione/rifermentazione naturale in bottiglia o in autoclave danno vita a vini frizzanti, nei toni che vanno dal viola al rosa, spiccatamente freschi e fragranti.
Hanno profumi vinosi, fruttati e floreali, espressione di tutta la vivacità della loro giovinezza, sono gioiosi e è per questo che vanno apprezzati a tutto pasto.
Rimanendo sui rossi, e avvicinandosi ai colli piacentini, troviamo il Gutturnio.
Il termine Gutturnio deriva dal latino Gutturnium, e indicava una coppa d'argento in uso ai romani, ritrovata in tempi più recenti (1878) tra le sabbie del Po in località Croce Santo Spirito, piccolo comune di Castelvetro Piacentino.

Il Gutturnium veniva riempito di vino e a turno i commensali, finita la cena, bevevano in segno di amicizia e fedeltà.

Il Gutturnio deriva dall’uvaggio di uva croatina 30%/45% (chiamata localmente bonarda) e barbera 55%-70%, e è un vino dal colore rosso rubino profondo, con profumi intensi di piccoli frutti rossi, vinoso e con un buona struttura tannica.

Il vino più rappresentativo del Gutturnio è il Colli Piacentini Gutturnio e il Gutturnio Classico Riserva che sono i degni compagni di un piatto tipico della zona, pisarei e fasò (gnocchetti di farina e pangrattato conditi con fagioli, lardo e pomodoro).
Rimanendo sempre in zona, non possiamo non citare il vitigno a bacca bianca dell’Ortrugo.
Questo vitigno è conosciuto dalla fine dell’Ottocento, veniva infatti citato dall’agronomo Bramieri con il nome dialettale “altrugo” ovvero “altra uva” ad indicare una tipologia di uva che ben si prestava ai tagli.
Altra citazione viene attribuita al professore Guido Toni nel 1927, mentre già nel 1906 il Molon, una delle figure più rilevanti dell'ampelografia italiana e europea, lo cita nell’ “Ampelografia”, per le sue similitudini con l’“Ortrugo di Rovescala” dell’Oltrepò Pavese.

L’ortrugo ha foglia grande, trilobata, di colore verde chiaro, opaca, con grappolo di media grandezza, conico, allungato e al cui interno troviamo un acino medio, rotondo, con buccia prurinosa. Nel bicchiere  sfoggia un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, di profumo finemente fruttato, con retrogusto amarognolo ma sapientemente equilibrato, che convince molto in abbinamento alla chisöla, (focaccia con i ciccioli).

Tornando alla zona reggiana, è doveroso parlare della tenacia di alcuni viticoltori che hanno ridato nuova giovinezza a un vitigno autoctono a bacca bianca, ovvero la Spergola, presente sin dai tempi passati, nella fascia pedecollinare reggiana, particolarmente nei comuni di Scandiano e Albinea.

La spergola viene detto “alata”, in quanto i grappoli principali sono sempre accompagnati da un grappolo più piccolo, quasi a formare una piccola ala.
Si riconosce dalla foglia di media dimensione, trilobata e con margini seghettati.
Il grappolo è di media dimensione, di forma piramidale, la buccia pruinosa di color verde verde-giallo. Gli acini sono alterni al 50% piccoli e medi. Regala, nella versione frizzante o spumante, un vino bianco dal colore giallo paglierino tenue con leggeri riflessi verdolini. I profumi sono floreali con un netto sentore di mela verde.
Al palato è fresco, ha una buona sapidità e si accompagna bene a antipasti di salumi della tradizione reggiana.
L’elenco dei vitigni potrebbe proseguire a lungo e sicuramente la panoramica fin qui presentata non rende giustizia alla loro molteplicità e eterogeneità.

L’Emilia ha un patrimonio autoctono unico al mondo, reso ancora più importante dalla continua ricerca e sperimentazione che i vignaioli emiliani hanno intrapreso in questi ultimi decenni.

Un patrimonio che parla di terroir, della sua storia e della sua gente e che segna il suo carattere tipicamente emiliano: schietto, ospitale, brioso.

Ultima modifica ilLunedì, 10 Dicembre 2012 21:31

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