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La leggenda del Neretto di San Giorgio

Si narra che nella cascina dei Ceich, cosi era scritto il nome della proprietà, si avvicendassero donne accompagnate dalla fama di stregoneria cioè masche, secondo l’etimologia piemontese che cosi definiva le potenziali streghe.

Queste masche sempre vogliose attendevano che calasse la sera per accoppiarsi tra i filari con il diavolo in persona ,naturalmente nero e fumante.
Non poteva sicuramente trattarsi di vigne di uva bianca, ma di uve nerissime.
Neretto infatti era il suo nome.
Pare che un prete indignato della cosa, cercasse di porvi rimedio spargendo acqua santa tra i filari, ed esorcizzando le masche.
Le masche divennero improvvisamente buone e pie ma le vigne del Neretto marcirono e non produssero più grappoli.
Non fù comunque l’acqua benedetta a far morire le vigne ma la filossera.
(Fonti prese da Enza Cavallaio da : il Neretto di San Giorgio)

Enostoria

Ritroviamo nuovamente Giovanni Battista Croce , gioiellere di corte presso i Savoia .(1606 )
Indicando fra le uve nere che conoscevano "nella montagna di Torino" anche  il Neretto .
Nel 1796 viene citato dal conte Giuseppe Nuvolose , Vice Direttore dell’Accademia di Agricoltura di Torino.
Nel 1833 un Canavesano , il medico Lorenzo Francesco Gatta , descrisse accuratamente i vari Neretti della sua terra .
Il Gatta fù un singolare personaggio ferito. Lasciata la politica entrò a far parte, come libero socio della Reale Società Agraria di Torino dedicandosi così, oltre che alla medicina, anche alle scienze agrarie. Seguì gli studi di enologia ampelografia (disciplina che descrive e classifica i diversi vitigni ) della provincia d’Ivrea e successivamente della valle di Aosta .

Distribuzione geografica

Coltivato nel cuore del Canavese (provincia di Torino ) e in particolare nei dintorni di San Grato, Bairo e Valperga .

DOC Canavese Rosso

Il "Neretto" è l’espressione del vitigno di Bairo o di San Giorgio vinificato in purezza.
Le lavorazioni adottate per questo vino sono volte a mettere in risalto le caratteristiche del
vitigno ormai molto raro, senza soffocarle.
Per garantire maggiormente il suo carattere tipico viene sottoposto ad un brevissimo periodo di invecchiamento in vecchie botti di rovere,  per poi essere imbottigliato nell’anno successivo alla vendemmia .

Ultima modifica ilMercoledì, 14 Luglio 2010 15:11

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