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Bramaterra, piccola doc dell'alto Piemonte

E' normale accostare gli ardori e la vivacità dei sentimenti alla giovinezza, quando le giornate passano veloci e il tempo a disposizione sembra non dover finire mai.
Anche per la Terra è  stato così, ed oggi guardando l'ampio catino di colline a est di Biella verso Gattinara, che giacciono immote ai piedi delle Prealpi Biellesi orientali, appare difficile pensare a turbolente attività vulcaniche, 250 milioni di anni addietro, quando tutto attorno era mare e poco altro. Eppure di quel tempo ci rimangono diversi lasciti geologici, a cui noi appassionati di vino interessano i porfidi disgregati, con tonalità variegate dal rosa al rosso, che dalla Rive Rosse di Curino scendono fino alla pianura padana: le colline del Bramaterra. Siamo sulla riva destra del Sesia, in parte di quello che fu fino al XVIII secolo il Principato di Masserano, e precisamente nei comuni di Masserano, Brusnengo, Sostegno, Villa del Bosco, Curino, in provincia di Biella,  Lozzolo e Roasio, in quella di Vercelli. Si tratta di territori dall'antica tradizione vitivinicola, già attestata nel Basso Medioevo, epoca in cui si accenna ad una landa denominata Bramaterra, probabilmente relativa ad un cascinale, ma che con il passare dei secoli riuscì a raggruppare sotto il proprio nome questa entità enologica; realtà, questa, che nell'ultimo secolo ha lasciato ampio spazio al bosco, all'abbandono, fino alla ripresa degli ultimi 15 anni. Siamo in terra di nebbiolo, qui chiamato Spanna, declinato in un taglio territoriale autoctono, che vede quasi la metà dell'uvaggio rappresentato da Croatina (massimo 30%) e Vespolina (massimo 20%), talvolta sostituita dall'Uva Rara. Essi recano in dote un apporto di colore, struttura e sentori erbacei che donano a questo vino, una personalità del tutto diversa dai vicini nebbioli Lessona e Gattinara, dei quali però non raggiunge la finezza e l'eleganza.  Chiariamo subito: i suoli sono diversi, le acidità elevate variano di comune in comune, di vallone in vallone, e quindi le sfaccettature sensoriali espresse dal Bramaterra sono tante. Ciò che appare lampante è come i porfidi conferiscano al nebbiolo una sapida mineralità che va ingentilita in lunghe soste, di almeno 18 mesi che salgono a 24 per la menzione Riserva, tradizionalmente in botti grandi di rovere di slavonia. Il colore al bicchiere è rosso rubino che volge al granato, ed i sentori al naso sono fini, di frutta rossa matura, quasi macerata, con note di spezie che con l'invecchiamento evolvono verso altri terziari, animali e di tabacco. Al gusto si presenta austero, di corpo, sapido e persistente, come i grandi nebbioli del nord Piemonte, ma con una piacevole beva, apporto degli altri vitigni menzionati. L'abbinamento classico è con i salumi, gli arrosti di carni rosse e la tradizionale panissa vercellese, un piatto a base di riso con cotiche e fagioli.  Non è facile trovare queste bottiglie al di fuori del Piemonte: gran parte della produzione, infatti, va in Germania, ove i nebbioli da sempre trovano estimatori e intenditori.  Tuttavia, se siete rimasti incuriositi da questi pochi appunti, cercate il superbo I Porfidi delle Tenute Sella, premiato con i 5 Grappoli Ais. E dopo questo primo approccio, andate a trovare Odilio Antoniotti a Sostegno, Giuseppe Filippo Barni a Brusnengo, Stefano Vampari e Carlo Colombera a Masserano, Ludovico Barboni e Leonardo Montà a Roasio, Paolo Mussa e Matteo Baldin a Lozzolo, e gli altri piccoli produttori che stanno crescendo in numero e qualità.

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