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Un Grande Bianco Piemontese: Il TIMORASSO

Grappolo di Timorasso Grappolo di Timorasso
Questa è la storia di un vitigno che per secoli è stato coltivato in ampie superfici, da Novi a Voghera, ma soprattutto su quelle colline attorno a Tortona che risalgono verso l'appennino, sulle valli Curone, Borbera, Ossone e Grue, in una terra enoica considerata a lungo “minore”, laddove il Piemonte, lasciato il Monferrato, si incunea fra Genova, l'Oltrepò Pavese e l'Emilia.

Uscito decimato dall'avvento della peronospora, fra le due guerre il vitigno timorasso veniva impiegato sia come uva da tavola che da taglio, e detto anche torbolino, veniva venduto nei mercati di Oltralpe per dare corpo e zuccheri ai vitigni bianchi nordici. Dopo l'ultimo conflitto mondiale, il timorasso arretrò al “ridotto” del Tortonese, e lo spopolamento delle campagne e le basse rese del vitigno orientarono i viticoltori superstiti all'abbandono quasi totale di quest'uva, a vantaggio di specie più generose: il cortese, innanzitutto, ma anche rosse, soprattutto barbera.  Al finire degli anni '80, però, avvenne l'inversione di marcia: il pioniere Walter Massa da Monleale cominciò a vinificare in purezza il timorasso, ed a tracciare la strada della rinascita. Si formò attorno a lui un gruppo di giovani viticoltori, come Claudio Mariotto, Daniele Ricci, Andrea Mutti, Piercarlo Semino, con il contributo del “négociant” torinese Franco Martinetti, che credevano fortemente nelle potenzialità di quest'uva e del
suo territorio e che profusero i loro sforzi in una sola e precisa direzione per la vittoria di questo binomio: la ricerca della qualità, con tentativi ed esperimenti durati anni.

I presupposti c'erano tutti, poichè il timorasso è un vitigno con delle sue peculiarità ben precise: è robusto, ha maturazione tardiva ed acini abbastanza grandi e ricoperti di abbondante pruina, il peduncolo verde e legnoso, il grappolo compatto e quindi a rischio di marciume, motivo per cui necessita di posizioni assolate e ventilate. Walter Massa ed i suoi compagni d'avventura si riunirono in un consorzio chiamato Derthona come l'antico nome della città tortonese, per avere un maggiore impatto comunicativo. Essi identificarono nella vinificazione in acciaio e nelle lunghe permanenze sulle fecce nobili e lieve filtrazione la via per esaltare le peculiarità aromatiche ed antiossidative atte all'invecchiamento di questi vini. Il timorasso dimostrò di essere ciò che mancava al Piemonte: un grande bianco, dalle note agrumate affini ad un sauvignon di Sancerre fino alle complessità minerali che richiamano riesling alsaziani e renani, ed alcuni fiano.

Il primo passo importante fu l'ottenimento della doc Colli Tortonesi con la menzione del vitigno.

A metà degli anni Duemila, poi, cominciarono ad arrivare i riconoscimenti: da allora  Massa e Mariotto non cessano di aggiudicarsi i 3 bicchieri ed i 5 grappoli, con gli altri ad un soffio dal vertice, e con le superfici vitate che aumentano di anno in anno. In un mondo vinicolo in crisi, quindi, questi viticoltori hanno saputo ritagliare al timorasso uno spazio di prestigio e di roseo avvenire.

Alla fine di questo “viaggio” nei dintorni di Tortona,  viene da pensare a quanto lavoro sia stato fatto da uomini che hanno creduto in ciò che la natura gli aveva dato: un vitigno ed un territorio.

Al tempo stesso, però, viene da domandarsi quanti altri vitigni dimenticati nel ricchissimo panorama ampelografico italiano avrebbero potuto essere ripresi, e come essi rappresentino una delle sfide più affascinanti ancora da affrontare per l'enologia italiana.

Ultima modifica ilMercoledì, 09 Maggio 2012 08:40

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