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Cantina Botromagno, l'unica azienda nella terra del GRAVINA DOC

Fra le poche zone pugliesi vocate per la viticoltura in bianco di qualità sicuramente un posto di riguardo lo occupa Gravina, alta Murgia, insomma la Basilicata a due passi.
Ed è proprio in questa antica e suggestiva cittadina, situata sull’orlo di un solco carsico chiamato appunto localmente gravina, che si incontra l’interessante storia  della famiglia D’Agostino la quale spinta dalla passione per  la vite ed il vino vent’anni fa  decise di rilevare la Cantina sociale locale, ormai prossima al collasso, e con essa la storica Doc Gravina. Attualmente le redini dell’azienda  Botromagno sono tenute dai dinamici fratelli Beniamino e Alberto D’Agostino che con intelligente spirito imprenditoriale unito a grande passione e dedizione guidano questa rilevante realtà enologica pugliese. Con Davide Gangi incontriamo l’avvocato Beniamino D’Agostino.

Come e quando è nata la cantina Botromagno? 
“Quando nel  1991 decidemmo di fare l’investimento e rilevare la Cantina sociale di Gravina sembrava un’impresa davvero titanica considerando la situazione economica non proprio florida della stessa cantina. Non va dimenticato che la stessa acquisizione di una cantina sociale non è un percorso semplice poiché prima che  la mia famiglia ne entrasse in possesso al 100% sono trascorsi circa dieci anni. Storicizzando, poi, l’inizio degli anni ‘90 non erano ancora gli anni del boom del vino poiché la vera moda è arrivata almeno cinque- sei anni dopo. Ricordo ancora la faccia sconcertata di mia madre il cui figlio avvocato si apprestava a diventare un banale “cantiniere”. Si è trattato di un vero e proprio atto d’amore nei confronti di questa Cantina sociale destinata a scomparire se non fossero arrivati aiuti esterni; non secondaria è stata la presenza dell’enologo Severino Garofano,  grande ed apprezzata personalità del mondo enologico pugliese. Diciamo che formalmente la firma virtuale sul contratto la mise lui convincendo la mia famiglia, senza sprecare grandi parole, sulle qualità intrinseche della Doc Gravina Bianco, potenzialmente il  miglior bianco di Puglia ma non ancora valorizzato in pieno. Inoltre Garofano, di origini campane,  avvezzo a lavorare uve come il Greco, base della stessa Doc insieme a Malvasia e Fiano, era rimasto sconvolto dalle potenzialità dell’areale di Gravina. Sempre per storicizzare, nei primi anni ‘90 i vini bianchi di Puglia languivano letteralmente eccetto qualche altra sporadica realtà positiva, per cui abbiamo accettato la sfida di creare un buon bianco pugliese”.

Quando è stata istituita la Doc Gravina?
“Ufficialmente la Doc Gravina è stata istituita nel 1983, ma ciò che l’ha resa davvero particolare è che a differenza di altre denominazioni  istituite con evidenti  motivazioni “politiche”, in questa zona non c’erano intenti di altra natura. Mi spiego: a Gravina la creazione della doc rappresentava davvero una cosa seria, era frutto di selezioni massali in vigna, dello studio attento del territorio; ci siamo mai chiesti perché quella di Gravina è stata a lungo l’unica Doc tutta bianca della Puglia? quando invece tutte le altre denominazioni comprendono tipologie bianco, rosso e rosato? dove magari acini di uva bianca ce n’erano davvero pochi?  Questo perché storicamente nella zona di Gravina c’erano sostanzialmente solo uve bianche e quantità risibili di Primitivo, Aleatico e Montepulciano. Nel ’76 in agro di Gravina c’erano 3600 ettari di uve a bacca bianca e solo 220 ettari a bacca rossa. Si trattò, insomma, di un atto di serietà.  Mi affascina molto pensare a Gravina come una propaggine campana, storica terra a vocazione bianchista. In fondo non si tratta di una scoperta recente visto che parla dei bianchi di Gravina anche Rendella nel suo Tractatus de vinea  o un canonico viaggiatore il quale dice: se sapessero meglio vinificare questi vini non avrebbero nulla da invidiare a quelli più famosi della Champagna.”

Quali modifiche ha subito la Doc Gravina negli ultimi anni?
“Usando un’immagine potremmo dire che abbiamo rifatto la fotografia dell’intera zona. Il mondo del vino  è in continua evoluzione non solo in cantina ma anche nei vigneti. Oggi, ad esempio, la proporzione tra  uve a bacca bianca e rossa nell’area territoriale della Doc Gravina (comprende tutto il comune di Gravina, la parte sud di Poggiorsini, la parte sud di Spinazzola e la parte nord di Altamura) è di 50% e 50%. Nei  vigneti a bacca bianca sono presenti Greco, Malvasia, Fiano, oltre ad un clone locale di Greco chiamato Mascolino del quale a breve sarà chiesto il riconoscimento legale, la metà rossa è dominata da Montepulciano, Primitivo e piccole quantità di Cabernet e Merlot. Inoltre nella modifica della Doc abbiamo cambiato la dicitura Greco di Tufo e Malvasia del Chianti, lasciando solo Greco e Malvasia”

Come si è giunti a questo sostanziale equilibrio tra uve a bacca bianca e bacca rossa? Strizzatina d’occhio al mercato?
L’equilibrio tra bianchi e rossi è stato raggiunto un pò perché sono cambiate le tecniche di viticoltura, cloni molto produttivi sono stati sostituiti da cloni meno produttivi, etc,  e un po’ perché sono avvenute modifiche anche in cantina: nella nuova struttura abbiamo eliminato i torchi e le cisterne di cemento, è stata introdotta la barrique sia pur senza usi estremi.  La vera rivoluzione è arrivata nel 2006-2007, nell’epoca post - Garofano con l’arrivo del nuovo enologo  Antonini il quale ha operato delle severe selezioni in vigna, ha introdotto la tecnica del freddo, filtrazioni ben dosate oltre a tutta una serie di accorgimenti che hanno consentito di portare sul mercato vini rossi di discreta qualità e che piacciono molto ai consumatori. ll Nero di Troia è stato introdotto nel 1995, la quota di Primitivo già presente è stata ampliata; sottolineo che si tratta del Primitivo di Gioia del Colle con cui condividiamo al 100% le condizioni climatiche e lo stile, del resto il Vulture non è poi così lontano”

Come è nata l’idea del  rosato “Rosè di Lulù”?
“Il Rosè di Lulù è stata una specie di scommessa. La vigna quasi centenaria si trova nel punto più alto di Gravina, a quasi 700 metri di altezza, su suolo sabbioso, a piede franco; si tratta di vecchi alberelli di Montepulciano e Nero di Troia,  piantati a spalliera poiché il primo proprietario, il conte Fraggiacomo, in Francia aveva visto delle vigne “ordinate”. A quel tempo ovviamente da noi non esisteva la spalliera…. Al momento di  decidere cosa fare di queste uve, pensavamo il nostro enologo volesse fare un rosso importante in piccole quantità da vigne vecchie invece a sorpresa annunciò che quelle uve avrebbero dato vita ad un rosato importante. All’inizio rimasi un po’ perplesso, ma il risultato ha dato ragione al mio enologo; si tratta in realtà di un prodotto che andrebbe stappato un anno dopo la vendemmia. Aggiungendo poi una piccola nota personale la bottiglia è dedicata alla mia piccola Lulù. Con la sua nascita  è cambiato anche il mio approccio verso le tematiche ambientali: attualmente la cantina è certficata ISO, a marzo diventeremo completamente autonomi da un punto di vista energetico grazie all’introduzione di energie rinnovabili e dalla prossima vendemmia avremo la certificazione biologica. Non si tratta di una scelta commerciale perché non abbiamo ancora deciso se e quali vini usciranno con la certificazione; si è trattato solo di una scelta di salvaguardia del territorio assolutamente non mirata a mode o marketing. Tra pannelli solari, condizione bio dei terreni pensiamo di essere già sostenibili”

Prima accennava al Greco mascolino. A che punto è lo studio?
Per il momento abbiamo spedito il materiale a Rauscedo perché possano meglio studiare ed analizzare il clone non avendo in famiglia competenze agronomiche specifiche. Quando è arrivato Antonini  durante la visita nei vigneti, accompagnato dall’agronomo, individuò tre diversi tipi di foglie di Greco, il primo era quello nostrano, il più diffuso , il secondo era quello di Tufo, voluto a suo tempo da Severino Garofano, infine c’era una foglia di Greco diversa che presentava un grappolo completamente differente  molto più spargolo, più aromatico e leggero; probabile si tratti dell’uva gravisano motivo per cui stiamo facendo anche delle prove di appassimento per capirne di più.  In un epoca passata quando contava molto il peso delle uve probabile sia stato eliminato a favore di uve più produttive”.

Nonostante la zona dell’alta Murgia sia così vocata per la viticoltura di qualità come mai l’azienda Botromagno rimane ancora una specie di cattedrale nel deserto?
“Ciò accade perché chi avrebbe potuto investire nel mondo del vino purtroppo non lo sta facendo,  una buona parte dei figli dei vecchi vignaioli ha preso altre strade, la maggior parte di essi  sono funzionari statali; la campagna da queste parti non esercita un grande appeal e le vigne meno interessanti sono state espiantate. Del resto oggi non esiste nemmeno un patrimonio vitato che giustificherebbe l’esistenza di altre cantine. Purtroppo nella zona di Gravina non è in atto il fenomeno positivo avviato nella vicina Gioia del Colle dove da anni il processo di valorizzazione del Primitivo sta dando risultati eccellenti”

La Botromagno ha in programma la commercializzazione di qualche nuovo prodotto?
In realtà al Vinitaly presenteremo un nuovo prodotto di nicchia, nato con la stessa filosofia del Rosè di Lulù, si tratta di numero limitato di bottiglie di Primitivo di Gioia del Colle frutto di una piccola vecchia vigna di tre ettari ad alberello.

Secondo Beniamino D’Agostino c’è ancora qualche zona della Puglia potenzialmente da scoprire?
Le zone storiche della Puglia negli ultimi anni sono state tutte valorizzate o riscoperte. Chissà se in futuro in qualche ristrettissima area del Gargano si possa ritagliare spazio per vini di qualità; ovviamente parliamo di pochi ettari.

Ultima modifica ilVenerdì, 24 Febbraio 2012 12:32

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