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M. Busso: la nostra resta l'unica guida ai vini da vitigni autoctoni

La guida Vini Buoni d’Italia del Touring Club Italiano è giunta alla quattordicesima edizione riscuotendo crescente successo e notorietà a livello nazionale ed internazionale  grazie soprattutto al suo ideatore e curatore nazionale Mario Busso al quale ho voluto formulare alcune domande.

Vini Buoni d’Italia è la prima  ad assegnare  il suo più alto riconoscimento, la Corona, alle produzioni  che si sono distinte e dimostrate  degne di merito. Il diploma alle aziende verrà consegnato ufficialmente  al Merano Wine Festival che si terrà dal 4 all’8 Novembre 2016.

Anche quest’anno ho avuto il piacere di partecipare alle finali di “Oggi le Corone le decido Io” svoltesi a Villa Toppo Florio, a Buttrio (UD), dal  28 al 30 Luglio scorso, un’occasione che mi ha permesso di constatare ancora una volta le capacità organizzative, la serietà e la correttezza con cui si svolgono le votazioni, garanzia di trasparenza e imparzialità nell’assegnazione degli ambiti riconoscimenti.



Come nasce l'idea di realizzare la guida Vini Buoni d'Italia e quali sono i suoi obiettivi?
L'idea è nata 14 anni fa quando il vigneto Italia si stava trasformando in un vigneto che non aveva più i colori dell'Italia, nel senso che si stavano perdendo i vitigni che identificano i territori, la storia e la cultura enologica italiana. Oggi, in base a quanto pubblicato da un libro a cui ho partecipato con il Prof. Attilio Scienza,  sono più di 350 i vitigni utilizzati in Italia per la vinificazione, mentre in Francia, ad esempio, sono meno della metà, circa  50-60 vitigni per la vinificazione,compresi  quelli che noi chiamiamo internazionali e che sono lo chardonnay, il pinot nero, il cabernet, il merlot e altri. Vini che stavano in qualche modo colonizzando il vigneto Italia e che quindi facevano perdere  l'identità specifica italiana. Quando siamo arrivati ad ipotizzare il nome “Unica guida ai vini da vitigni autoctoni”,  ci siamo chiesti "Si capirà cosa vogliamo dire?"  In realtà autoctono oggi è una parola usata e abusata  nel senso che, se prendo come riferimento la normativa italiana del 2006 che definisce autoctoni italiani quei vini  presenti in Italia da circa 50 anni, a questo punto ci son tutti e si perde il senso di ciò che è un vitigno autoctono. Oggi c'è chi propone di chiamarli storici, tipici, io non credo che sia un termine che qualifichi quello che noi abbiamo voluto dire o che è lo specifico di quello che è la cultura vitivinicola italiana. Io ritengo di definire autoctono il vitigno che era allocato in un territorio da almeno 300 anni e partendo da questo presupposto abbiamo dato vita a questa guida, tagliando fuori anche grandi vitigni italiani.

Quindi si vuole dare un'impronta identitaria al territorio ampelografico italiano, identificando  ogni Regione con i propri vitigni?
Si, io credo, come dicevo, che i vini autoctoni sono identitari di un territorio. Se tu dici  Verdicchio pensi alle Marche, il Nero d'Avola ti porta subito in Sicilia, come un Sangiovese in Toscana, un Nebbiolo  in Piemonte, un Primitivo in Puglia  e così via..  questo per citare magari i vini più famosi, ma  noi intendiamo dare risalto anche ai vitigni minori che hanno la loro localizzazione specifica che si lega molto alla tradizione culinaria. Tutto questo serve a descrivere, a livello locale, una cultura che si è formata attorno al vino e al cibo e che oggi ci permette di affrontare il mercato a livello internazionale.

Quindi possiamo tranquillamente annoverare  Vini Buoni d'Italia come l'unica guida che si occupa esclusivamente di vitigni autoctoni?
Ritengo che, ad oggi, sia l'unica guida che si occupa di autoctonia. Esistono dei filoni e delle correnti di pensiero che vorrebbero evitare di parlarne, mentre io continuo a credere in questa parola, nel carattere storico del vitigno, nella presenza del vitigno in un dato territorio che mantiene nel tempo la  propria reale identità.

A cosa è dovuta la crescita esponenziale di Vini buoni d'Italia in quest’ultimo lustro?
La crescita è avvenuta perchè  un po’ tutti ci hanno creduto, a partire dai produttori vinicoli che hanno voluto salvaguardare il vigneto del territorio ritornando a quella che era la viticoltura storica dell'enologia locale. Io ritengo e spero che questo non venga contraddetto dalla critica letteraria di settore perché  l'impegno di Vini Buoni d’Italia, seppur tenendo un profilo basso, è andato avanti in modo molto umile grazie alla collaborazione di una trentina di coordinatori regionali e un gruppo che va a formare le commissioni costituite da oltre 100 persone. Oltre a questo devo inoltre citare  l'impegno, la serietà, il rigore analitico, il fatto di non valorizzare solo i grandi nomi ma anche quelli minori che si impegnano quotidianamente e con sacrificio per elevare il patrimonio vitivinicolo italiano.

Su quali criteri si basa la valutazione dei campioni che vi arrivano?
I criteri sono quelli classici per quanto riguarda l'analisi organolettica, quindi valutiamo gli aspetti visivi, olfattivi e gustativi, ma la novità  che abbiamo introdotto in questa analisi è la caratteristica della piacevolezza e della  riconoscibilità, perchè, sembra banale dirlo, ma un vino è buono quando la bottiglia finisce, quando partecipa a numerosi  concorsi. Cesare Pillon, che per me è stato un grande maestro, amava dire che tutti i giorni quando si va in ufficio si usa la 500, non si usa la Ferrari. Ed è vero, certi vini magari sono come  le Ferrari, non le usi e stanno li. A mio avviso se un vino è piacevole prende immediatamente valore a prescindere dal suo “prestigio”.



Quest'anno è cresciuto ancora di più l'invio delle bottiglie da parte delle cantine, sono state oltre 26.000 e di queste sono arrivate 700 in finale. Questa è una soddisfazione per Vini Buoni d'italia  perchè dimostra che molti produttori vogliono entrarne a far parte...
Vogliono entrare, vogliono partecipare,  nonostante le mie direttive severe nel dire ai miei coordinatori "siate rigorosi, molto rigorosi" perchè  il numero di critici  sta diventando  veramente elevato. I coordinatori selezionano per ogni regione un numero massimo di finalisti e, pur tenendo presente la mia indicazione, tendono comunque ad  avere una certa elasticità,  infatti quest'anno ci sono stati circa 50 vini in più. E' vero che rispecchiano anche i quasi 1000  in più che sono arrivati però, rappresentano, a mio avviso, quello che è un elevamento qualitativo proprio della produzione che i vignaioli hanno portato, soprattutto per i vitigni autoctoni.

Da un paio d'anni c'è stata anche questa bella idea di  introdurre “ Oggi le corone le decido Io”, creando delle commissioni formate da giornalisti, blogger, produttori e  wine lover, questo che cosa significa?
Era un’idea  che da un po' avevo in testa perché, nel momento in cui escono le guide, molto spesso la critica di settore tende a dire "si vabbè ,il valore che danno i critici del vino non corrisponde spesso a quello che in realtà è poi il vino bevuto ecc.". Allora ho voluto fare un confronto, notando che molto spesso ci sono disparità di giudizio tra chi, come te e altri esperti che abbiamo invitato, bazzica nel mondo del vino e che quindi ha una certa affinità con le diversità e le tipologie  che la viticoltura italiana propone,e il wine lover che ama il vino e che a volte non ne ha una conoscenza approfondita. Questo rappresenta un ottimo test  di ulteriore verifica per confrontare il lavoro dei commissari ufficiali con quello che è il gusto di chi ruota intorno a questo mondo , ma anche un’occasione, per me molto importante, di  dare trasparenza alla nostra attività. Come avrai  visto, il voto avviene sulla singola bottiglia in modo immediato e segreto per far sì  che i vari commissari non si influenzino, ma una volta finita la batteria delle 5 bottiglie che sono state votate unilateralmente, c'è subito l'alzata di mano e il capo commissione mi comunica il risultato. Per me questo è un indice di grande trasparenza e penso siamo l'unica guida a proporla.



Dimmi una  cosa che Mario Busso vorrebbe fare da qui a breve per arrivare alla massima soddisfazione, sia personale sia per la guida.
La prima è sicuramente la realizzazione dell'App che presenteremo al prossimo Merano Wine Festival . L'altra è quella di ottenere un maggiore impegno da parte di  tutto il mio gruppo, con l'aiuto dei collaboratori, migliorando  l'aspetto della comunicazione che ad oggi, a mio avviso, è un po' l'elemento che manca ancora alla guida, cioè comunicare cosa stiamo facendo. Quando prima parlavo di “profilo basso”, non era riferito alla qualità del lavoro che facciamo, ma al fatto che non amiamo calpestare la scena e questo, a mio avviso, è un nostro limite.

Cosa ti auguri per il prossimo futuro?
A livello personale, la salute, che è quella che mi permetterebbe di continuare il mio lavoro, che comunque è  molto impegnativo, e quindi l'augurio per me è proprio quello, non tanto di aver successo a livello personale, ma avere  una prospettiva di lavoro qualitativo e soprattutto la capacità  di comunicare meglio le cose che stiamo facendo.

Foto: si ringrazia Wining per la gentile concessione
Ultima modifica ilMartedì, 23 Agosto 2016 15:23

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